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Le parole del vescovo ai sacerdoti: «Le nostre priorità: formazione permanente e responsabilità amministrativa»

Omelia del vescovo Egidio Miragoli alla Messa crismale in Cattedrale a Mondovì, lo scorso Giovedì santo 29 marzo

Le parole del vescovo ai sacerdoti: «Le nostre priorità: formazione permanente e responsabilità amministrativa»

Rinnovo il mio più cordiale saluto a tutti, sacerdoti, diaconi, consacrati e laici. Grazie, anzitutto, di essere qui, di avere accolto l’invito a condividere questo momento dell’anno liturgico così importante per noi sacerdoti, quasi una riunione di famiglia. Un grazie a mons. Sebastiano, espressione significativa di questo presbiterio e presenza graditissima; a distanza salutiamo mons. Luciano Pacomio, vescovo emerito. Salutiamo don Meo Bergese, rientrato dal Brasile, e con lui anche gli altri confratelli impegnati in missione; vogliamo ricordare coloro che sono ammalati o impediti a partecipare e quanti hanno lasciato temporaneamente o definitivamente l’esercizio del ministero. Riconosciamo una misteriosa ma reale unità con i confratelli defunti e in particolare con coloro che ci hanno lasciato in quest’ultimo anno. Questa celebrazione che è rendimento di grazie al Signore da parte di noi tutti, per il dono del sacerdozio, diventa, per me, occasione per esprimere un grazie particolare ad ognuno di voi, sacerdoti e diaconi, per la vostra testimonianza e il vostro lavoro apostolico; vi sono grato anche per la collaborazione, la comprensione e la benevolenza con le quali accompagnate il mio cammino e il mio servizio tra voi.

La bellezza di una missione
Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri […]. In questo passo autobiografico e profetico, Isaia racconta la sua vocazione e la sua missione: il Signore lo ha “consacrato” e “mandato”; ora egli deve spendersi in parole (“portare il lieto annuncio”, “proclamare la libertà”, “promulgare l’anno di misericordia”, “consolare”) e in opere (“fasciare le piaghe”, “dare una corona” e “olio di letizia”). In pochi versetti c’è già tratteggiato tutto il senso della presenza di un uomo di Dio fra gli altri uomini: dire e agire. Medicare con la parola e compiere gesti. Se ne ricorderà addirittura Gesù nella sinagoga di Cafarnao, quando riferirà esplicitamente a sé questa citazione, e anche noi sacerdoti, scelti dallo Spirito e unti nel sacramento dell’Ordine, non possiamo non ascoltarla con orgoglio e timore. Orgoglio per l’altezza del duplice compito cui siamo chiamati, e timore di non esserne degni.

Non vi nascondo infine che le parole di Isaia oggi assumono per me un significato particolare, mentre presiedo per la prima volta la messa crismale, e celebro con voi, miei presbiteri: siamo qui raccolti, siamo Chiesa e presbiterio, e le frasi che delineano la missione di Cristo ma anche nostra, ci risuonano nella mente e nel cuore, interpellandoci con rinnovata forza. È bellissimo il contenuto di quella missione (la nostra missione): portare un lieto annunzio, consolare, annunciare libertà, allietare, rendere il cuore gioioso. Nel giovedì santo, esso ci ricorda l’unzione ricevuta nell’ordinazione e ciò a cui siamo stati chiamati. “Unti con olio di gioia, per ungere con olio di gioia”, così direbbe papa Francesco. Peccato che il tempo riesca, a volte, a sbiadire anche le realtà più significative, anche il senso stesso che abbiamo voluto dare alle nostre vite. Anzitutto, perciò, vorrei che questa mattina la suggestione di Isaia e di Gesù la accogliessimo e riassaporassimo con devozione e rispetto, per ravvivare in noi il ricordo della nostra consacrazione, per rinnovare il ringraziamento di fronte a tanto grande dono e per ritornare con coraggio e speranza alla piena e felice coscienza della missione che ci è stata affidata.

Un dono immeritato da vivere insieme, come presbiterio
Non ho usato per caso la parola “dono”: non c’è dubbio che la chiamata di Dio sia un dono: il suo sguardo amorevole si è posato su ciascuno di noi; Dio ci ha scelto, ha voluto la nostra persona e la nostra vita; ci ha eletto al prezioso compito di essere suoi sacerdoti e ci ha assegnato una nobile funzione in mezzo agli uomini. Il dono è stato e rimane personale: nessuno poteva aver la pretesa di riceverlo, nessuno poteva vantare meriti per ottenerlo. È però anche vero che, per la sua stessa natura, esso va speso tra i fratelli e per i fratelli: una volta ricevutolo, non possiamo gelosamente custodirlo, perché noi apparteniamo totalmente a Dio, ma per i fratelli. La nostra condizione di sacerdoti fa di noi, a nostra volta, dei doni: non dobbiamo dunque viverla individualisticamente, o in un’opaca inerzia.

Le azioni indicate da Isaia presuppongono presenza attiva nella società degli uomini, condivisone, disponibilità all’incontro, al dialogo e alla prassi. Tutti i sacramenti, del resto, benché ricevuti individualmente, sono per l’edificazione comune. Semmai, circa l’unzione sacerdotale bisognerà ricordare come essa ci inserisca al contempo in un Ordine Presbiterale, in un presbiterio. Anche questa dimensione è importante: nessuno di noi, vescovo e sacerdoti, è qui per se stesso o per la sua comunità soltanto; tutti, invece, nel vivere il sacerdozio, apparteniamo a una comunità presbiterale, camminiamo e condividiamo la nostra dimensione spirituale e sacerdotale con i confratelli. Questo ci proietta in una condizione di ulteriore privilegio: non siamo soli, non siamo abbandonati a noi stessi. Da parte nostra non vanifichiamo con il nostro individualismo o isolamento questa ricchezza, rischiando la perdita di un’appartenenza significativa. Essere presbiterio significa infatti far parte di un tutto. Si tratta di una realtà teologica e pratica. In fondo, è ciò che al mio ingresso avevo sinteticamente evocato con la parola “insieme”, utilizzandola con intenzione programmatica, specie per il presbiterio.

Oggi, alla luce delle prime percezioni, avendo colto alcune urgenze come più incalzanti, credo di potere, o di dovere, declinarlo con più precisione, quell’avverbio. Mi chiedo: come, secondo quali forme dobbiamo assolutamente procedere “insieme”? Da dove cominciare? Due le risposte.

La prima: bisogna entrare nell’ottica di una formazione permanente e condivisa
Sappiamo tutti che cosa sia dal punto di vista pratico. Essa si compone di vari aspetti tutti collegati. È approfondimento teologico e pastorale, è attenzione alla spiritualità, è aggiornamento, è preghiera, è confronto: è vigile, inesausta, intensa presenza di mente e cuore alla nostra missione. Certamente, per favorirla, rinnoveremo anche la Commissione competente, perché predisponga un cammino completo e distinto per presbiteri e diaconi. Qui, ora, voglio richiamare il dovere alla formazione permanente, e usare un termine che mi auguro non spaventi nessuno - “obbligo” - magari accostandogli un aggettivo come “morale”. La formazione permanente rappresenta davvero un obbligo morale. È ciò che mi pare lecito desumere dal documento Lievito di fraternità, del Consiglio Episcopale Permanente, che recita: “Più che un’esigenza di aggiornamento e qualificazione – analoga a quella richiesta in tutti i campi professionali – la formazione permanente del clero rimanda a un mistero di vocazione che trascende l’uomo e che nessuno, quindi, può mai dare come pienamente conseguito: la vita intera non basterà a farci davvero capire quello che siamo e a consentirci di raggiungere l’integrale intellegibilità del nostro dono” (p. 5).

Perché però non vi paia che mi stia perdendo in astrazioni fine a se stesse, chiarisco subito quali risultati concreti mi attendo, da una formazione permanente vissuta con reale impegno e con vera disponibilità del cuore: mi piacerebbe che essa approdasse all’individuazione di alcuni temi, alcune idee e di alcuni valori condivisi, riflettuti e maturati insieme, con convinzione comune, così da poter generare poi una pastorale nostra, di una Chiesa unita che non procede in ordine sparso. L’individualismo, infatti, non porta a nulla, specie oggi, con la scarsità dei numeri che abbiamo. Oggi davvero serve che i cristiani, e fra loro i sacerdoti, siano una presenza significativa anche perché unitaria, ispirata a principi teorici e operativi pensati insieme, e quindi arricchiti dalla sintesi, magari faticosa ma utilissima, di sensibilità diverse.

Il secondo punto concerne la questione amministrativa.
Forse può apparire a prima vista stonato parlarne in questa Eucaristia, ma ritengo che proprio questo sia il luogo e il momento di una trasparenza di linguaggio e di pensiero che rende il vescovo e il proprio presbiterio un cuor solo e un’anima sola nel perseguire il bene proprio e del gregge che ci è affidato. Non solo. E’ la stessa Conferenza Episcopale Italiana a inscrivere questo tema tra quelli rientranti nella formazione permanente e necessaria. Dice infatti: “Punto di partenza rimane la formazione degli stessi presbiteri, spesso impreparati nel comprendere le dinamiche delle procedure amministrative, quando non poco inclini a tener conto delle indicazioni offerte dalla diocesi. Chi conosce la materia affronta le incombenze più serenamente, impiega meno tempo, ha più capacità di distribuirle ai collaboratori e riesce a riservarsene soltanto la regia, il coordinamento e la responsabilità ultima” (p. 45). Dunque siamo chiamati ad essere innanzitutto “buoni amministratori della grazia di Dio”, certo, ma il cristianesimo, religione incarnata e dentro la storia del mondo, richiede anche altro, piaccia o no. E i denari, lo sappiamo bene, furono presenti anche nelle vicende del primo giovedì santo, e della passione di Gesù. Abbiamo nei confronti della comunità anche una responsabilità amministrativa, dicevo, non diversamente dai buoni padri di famiglia. Anche questo fa parte del nostro ministero: ritenerci esenti dalle esigenze della vita concreta è da superficiali, se non da irresponsabili, perché la vita, che concreta lo è, poi presenta i suoi conti, inevitabilmente. È significativo che prima di assumere l’ufficio di parroco o di altri incarichi dobbiamo pronunciare il giuramento di fedeltà che comporta l’obbligo di amministrare con rettitudine e attenzione i beni che ci sono affidati. Abbiamo giurato: ce lo ricordiamo? E dalla teologia morale sappiamo ancora ricavare che cosa un giuramento comporta per la nostra coscienza?

Anche qui, il richiamo ha ragioni tutt’altro che squisitamente teoriche: l’eccessiva leggerezza nei conti e nelle spese, la non corretta valutazione di costi di gestione e manutenzione, infatti, comporta conseguenze nefaste per le comunità, a volte per i confratelli, per la diocesi, per l’immagine stessa della Chiesa e per la nostra credibilità. “La saggezza amministrativa richiede, perciò, che si programmino gli investimenti in modo tale da non trovarsi gravati da edifici che non solo non serviranno, ma si riveleranno un peso o una fonte di esposizioni debitorie sproporzionate rispetto alle concrete possibilità” (n. 6, p. 45-46). In questo, la sola valutazione personale è semplicemente segno di presunzione, e non basta; al contrario la richiesta delle necessarie autorizzazioni comporta una valutazione di altri e certamente più esperti sia nel valutare gli aspetti amministrativi, sia nel valutare l’opportunità pastorale.

Ancora: dove mancano trasparenza o rettitudine, presto sorgono chiacchiere, malumori, ingiustizie, sospetti, rancori; possono crearsi situazioni incresciose; si delineano privilegi e danni, anche involontariamente, magari; anche senza vantaggi personali. Ma questo poco conta. Conta, invece, che l’amministrazione sia seria e onesta, perché l’attenzione di tutti possa concentrarsi sulle cose del cielo più che su quelle della terra. Senza contare che i poveri per primi si gioverebbero della buona gestione economica delle nostre realtà, perché solo dove le risorse e il patrimonio sono maneggiati con adeguata avvedutezza ci sono i margini certi per aiutare generosamente e intelligentemente chi ha bisogno. Devo ricordare tutto ciò a voi, ma anche a me, che prima dell’ordinazione episcopale ho dovuto giurare di bene amministrare e di saper vigilare sulla retta amministrazione: di nuovo, anche in questo ambito, credo risulti evidente come non siamo monadi isolate, ma insieme contribuiamo all’esito finale.

Conclusione
Tra qualche istante rinnoveremo le promesse sacerdotali. Il testo è stringato, riassuntivo di tutti gli impegni assunti all’inizio del ministero, ma ognuno di noi è arrivato a questa celebrazione con il suo carico di problemi e di difficoltà, speranze e attese, sicché tutti sapremo dare a quel testo il significato che più il cuore gli detta. Nel mio, la speranza che, grazie anche a questa Pasqua, ancora una volta, inizi per me come per voi, un tempo nuovo, di conversione e rinascita, perché si rinnovi il nostro modo di essere di Dio e di essere presbiterio. Possa la grazia di Dio che ha posto me e voi in questo luogo e in questo tempo illuminarci e sostenerci.
+ Egidio, vescovo

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