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«Nonostante qualche ostilità, porto con me la benevolenza che sta nascosta in ogni volto»

Il vescovo Luciano ripercorre gli anni a Mondovì: l’addio ad oltre cento sacerdoti in vent’anni, migliaia di ragazzi cresimati e qualche momento faticoso in cui gli “si è remato contro”.

«Nonostante qualche ostilità, porto con me la benevolenza che sta nascosta in ogni volto»

Siamo alle ultime settimane, in diocesi, con la guida di mons. Luciano Pacomio, che conclude così il suo ministero episcopale tra noi dopo vent’anni abbondanti. Era arrivato infatti a Mondovì il 2 febbraio ’97, dopo che era stato ordinato vescovo a Roma, il 6 gennaio, per l’imposizione delle mani dall’allora papa Giovanni Paolo II, oggi santo. Avremo modo di condividere, nella preghiera e nell’Eucaristia, un momento di saluto e di gratitudine, con mons. Luciano Pacomio, sabato 4 novembre (giorno del suo 76° compleanno) al Santuario di Vicoforte (ore 15,30). Intanto, però, su queste pagine vogliamo ancora raccogliere dalla sua voce qualche spunto, anche emotivo, per questo passaggio di testimone. E sarà un’intervista un po’ col cuore e con grande umanità. L’abbiamo articolata immaginando un dialogo neanche tanto ipotetico con un ragazzo che si rivolge al vescovo.

Se dovesse spiegarsi con un adolescente, a cui sta per conferire la Cresima, che le domanda a bruciapelo “Che cosa si porta appresso di questi vent’anni passati a Mondovì? Libri? Momenti? Volti?...”, cosa direbbe?
Molti ricordi di persone buone, dedite, sacrificate nell’aiutare, con vere motivazioni da credenti. Momenti vissuti sono soprattutto i dialoghi personali, che hanno rivelato, accanto a volte a qualche contrasto e aggressività, che cosa di incredibile e inatteso il Signore opera nel “cuore umano” creativamente, sia negli adulti e sia nei giovani e giovanissimi. Già nel mio ultimo libretto “Buona Attesa”, anche se volutamente non cito gli eventi di questo ultra ventennio, attesto che cosa porto in me: una grande libertà e serenità spirituale e la voglia di continuare a pregare per aiutare efficacemente tanti monregalesi. Dio mi ha fatto un grande regalo permettendomi di dimenticare le situazioni, inevitabili, in cui mi si è “remato contro” e di attribuire a tutte le ostilità ricevute una giustificazione che ricalca il positivo delle persone annullando il negativo. Ed ecco che con me porto la benevolenza che, esplicita o nascosta, sta in ogni volto.

E se lo stesso adolescente insistesse “Io non ero ancora nato quando lei è venuto a Mondovì. Il mondo è cambiato parecchio ed è cambiata anche la nostra terra monregalese. E’ cambiato anche lei? In che cosa?”, come risponderebbe?
Ogni nuovo decennio, in ogni parte del mondo, genera processi vitali che cambiano i contesti. Sono venuto a Mondovì con 55 anni compiuti e sono “scivolato” con il tempo. Giorno dopo giorno, ho imparato a pazientare, a capire che chi urlava e mi attaccava poteva aver ragione, ma aveva tanta sofferenza nel cuore. Ho visto crescere tanta povertà e tanti bisogni attorno a me. Oso dire che non mi sono mai arreso, e che nessun cambiamento è l’ultima parola della storia. Anche nel Monregalese, ho visto tante persone morire, a cominciare dai più di 100 sacerdoti per cui abbiamo pregato. Mi riconosco uomo di speranza. E nella mia irrilevanza mi fido del Buon Dio. Ed ho nelle narici, per Mondovì, odori di primavera, mentre meteorologicamente entriamo in pieno autunno e ci è annunciato l’inverno; che, però, corrisponde all’Avvento ed è Natale di Gesù, e di tanti che, in ogni età, credono in Lui.

Seguendo idealmente la curiosità di questo nostro adolescente immaginario, in che modo potrebbe confidarsi se le chiedesse di qualche sogno che aveva vent’anni fa venendo tra noi e che non si è realizzato, insomma se le parlasse di qualche rimpianto?
Sono stato sempre pieno di sogni. Uno mi è rimasto, senza mai svanire. Sono lieto di ridirlo. Vivo, con tutti quelli che lo vogliono, una vera “buona attesa”. Il futuro ha “l’oro in bocca”. Ed è l’oro con cui i Magi hanno riconosciuto, adorato Gesù e lo hanno a Lui donato. Gesù è la ricchezza possibile a tutti.

Chissà quanti ragazzi e adolescenti ha cresimato in questo ventennio nel Monregalese, di parrocchia in parrocchia: se dovesse sintetizzare in un tweet, come si usa oggi, appena 240 caratteri, un augurio a ciascuno di questi giovani amici, che cosa indicherebbe loro?
Sarebbe bello che, come un mio amico gesuita, teologo e biblista, di origine vercellese, p. Giuseppe Ferraro, contava e segnava tutti i Battesimi che celebrava, l’avessi fatto anch’io per ogni cresimato/a. Ma, anche se non so dire il numero, so ogni volta come ho gioito e che cosa ho detto loro “a braccia”, in diversi modi. E lo ripeto ora; e non mi stanco di dirlo: «Avete avuto un grappolo di doni meravigliosi, il frutto dello Spirito (Gal 5,22), che può cambiare sorprendentemente, in ogni momento, la vostra qualità di vita, i vostri rapporti e le vostre azioni».

Un ragazzo oggi sicuramente le domanderebbe: ma in questi vent’anni quali sono i volti (su Facebook si parla di profili) che più l’hanno colpita, tra i tanti che ha incrociato nel corso della sua presenza da vescovo tra la gente?
La spontaneità e la freschezza di molti bambini e ragazzi; l’incredibile dedizione di donne e uomini adulti. Alcuni di essi sono già definitivamente con il Signore. Sono tutti scritti nel mio diario personale. Ma quello che è più importante è che sono i «viventi» per eccellenza della storia e della cultura del Monregalese, anche se non se ne è parlato sui giornali o non sono stati ripresi dalla televisione.

Lei ci ha abituati a riconoscere una costante nei suoi interventi, là dove ha indicato come chiave di lettura per la vita cristiana la logica del “dono”. Anche i ragazzi se ne sono accorti, unitamente alle immagini a lei care, riferite alle corsie delle autostrade per la testimonianza da credenti oggi. C’è un “dono” da riconoscere come un po’ unico in questi vent’anni a Mondovì?
Certamente ogni persona, in ogni epoca, ha il suo proprio linguaggio. Quando ero a Roma, i miei allievi hanno pubblicato un elenco di espressioni che mi erano familiari e nelle quali mi identificavano. Questo non è successo a Mondovì, ma anche qui mi riconosco, e molti mi riconoscono, in alcune particolari locuzioni, come il «primato del dono» o l’«autostrada a più corsie» o il «cammino nel crocevia della storia» o la frequente interiezione di fronte all’ascolto di fatti o episodi, «che meraviglia!». Sono alcuni dei mie modi di esprimermi. Sono davvero convinto che la vita di ciascuno è Dono: dal suo sorgere, a ogni istante trascorso, fino al suo cessare terreno (morire) aperto alla pienezza. Sono un piccolo entusiasta cantore del Dono e cerco di aiutare chi non lo riconosce e percorre tutt’altri sentieri. Il dono che vorrei che tutti i monregalesi riconoscessero è la meraviglia di compiere “ogni piccola azione buona”: vero punto fermo che può sollevare il mondo. Mi affascina sempre la lettura di Isaia 55 che il Buon Dio fa di Ciro, re pagano: non conosce Dio, ma fa il bene che gli è suggerito nel cuore. Come preghiera, credo di aver lasciato il ricordo di recitare, alla sera prima di dormire, sempre tre “Ave Maria”: una per sé, una per i propri cari vivi e defunti, una per le persone disperate. E ho “spiazzato” tanti quella volta che, al posto di tre, ne ho indicate cinque…

Adesso, in diocesi, c’è motivata attesa per l’arrivo del nuovo vescovo mons. Egidio Miragoli come suo successore. Ci può anticipare qualche parola di quanto gli dirà il giorno dell’ingresso quando in cattedrale gli affiderà il pastorale?
Non so se mi sarà dato di dire qualcosa nella celebrazione di ingresso del nuovo vescovo mons. Egidio Miragoli, ma posso indicare ciò che di fatto mi sta a cuore. Prima di tutto, vorrei ringraziarlo per aver accettato la richiesta di Papa Francesco a ricevere per noi il dono dell’Episcopato. In secondo luogo, prego il Signore, per intercessione di Maria, Regina del Monte Regale, e dei nostri Santi e Beati, perché gli conceda sempre di «vedere» tante persone e tanti episodi umanamente e cristianamente belli, che ci sono a Mondovì, accanto ad altri, più immediatamente rilevabili, dolorosi e brutti. I primi, in genere, stanno in persone e in eventi “piccoli” e quotidiani, come la brezza leggera in cui Elia aveva riconosciuto la presenza di Dio (1Re 19,12-13). Grazie.

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