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Pellegrinaggio della Città di Mondovì al santuario di Vicoforte

Nella festa dell’Ascensione, l'omelia del vescovo Egidio

Pellegrinaggio della Città di Mondovì al santuario di Vicoforte

È stato scritto: “il pellegrinaggio è cosa universale, presente in tutte le generazioni”; “è processo di conversione, ansia di intimità con Dio e fiduciosa supplica per le sue necessità materiali. In tutti i suoi molteplici aspetti il pellegrinaggio è stato per la Chiesa sempre un meraviglioso dono di grazia”; Goethe ebbe addirittura a dire: “L’Europa è nata in pellegrinaggio e la sua lingua materna è il cristianesimo”.
La tradizione dei pellegrinaggi fa dunque parte della più profonda devozione, fin dall’antichità. Basti ricordare che la cosiddetta Peregrinatio Aetheriae, resoconto del viaggio in Terrasanta di una signora della Gallia o della Spagna, allude a un’esperienza databile intorno all’anno 380 d.C.: già allora i cristiani si muovevano alla ricerca dei luoghi in cui li portavano la fede e la devozione.
In particolare, il pellegrinaggio che abbiamo fatto questa mattina ha una motivazione ben precisa che non solo non va smarrita, ma va ricordata alle nuove generazioni.
Questo nostro pellegrinaggio al Santuario di Maria Regina del Monte Regale ci riporta a tempi lontani e difficili vissuti dal nostro popolo.
È l’adempimento del voto della Città di Mondovì, deliberato il 10 agosto 1835, quando imperversando una terribile epidemia di colera, si invocò e si ottenne la liberazione dal contagio come una grazia specialissima, in uno scenario di morte.

Il perché di una tradizione

Il contagio del cholera morbus asiatico si abbatté sull’Europa tra il 1830 e il 1837 in forma di grande epidemia: partendo dalla Russia, si spostò progressivamente all’Europa centrale fino ad arrivare a Marsiglia, a Nizza, in Liguria e poi attraverso le Alpi ai comuni della provincia di Cuneo, mietendo numerose vittime. Il picco dell’infezione si ebbe nel 1835. Essa colpiva soprattutto le classi più povere e disagiate che vivevano in condizioni igieniche precarie, in abitazioni sovraffollate e con un’alimentazione carente.
La scienza medica si trovò impreparata davanti a questa nuova malattia e fenomeni di superstizione e di ignoranza si diffondevano tra la gente, che viveva come in un incubo, attenta alle notizie circa l’avvicinarsi del contagio.
Va rilevato, in questo contesto, l’intensificarsi della preghiera alla Vergine Maria e ai santi patroni: in modo particolare, il ricorso alla Madonna di Vico, le orazioni pubbliche nelle chiese della città e i raduni spontanei davanti alle innumerevoli immagini mariane dipinte sulle case.
Il sindaco Conte di San Quintino e gli amministratori della città di Mondovì emanarono il 10 agosto 1835 una “deliberazione portante voto solenne a Maria Santissima onde allontani da questa città il cholera morbus”. Il sindaco, “secondando i religiosi sensi espressi con tanta energia da tutta la popolazione di questa città, che ricorse con più meraviglioso fervore al patrocinio di Maria Santissima Regina ed avvocata nostra, recandosi a pregarla non solo nel Santuario a lei dedicato, e nei templi della città, ma invocandola eziandio innanzi a tutte le di lei immagini che si vedono nei canti delle vie”, propose al consiglio come “opportunissima cosa” fare “a nome anche di tutti i monregalesi un pubblico e solenne voto a Maria Santissima onde ottenere che questa città vada esente dal flagello del cholera, che tribola vicine città e miete pur troppo innumerevoli vite”.
Il sindaco assicurò che Monsignor Vescovo (Gaetano Buglioni), informato della proposta, lodava l’iniziativa. I consiglieri aderirono “tutti unanimi e di pieno buon grado” e deliberarono il voto “a Maria Santissima Regina e principalissima Patrona della città, se essa si degna d’ottenerci l’esenzione dal cholera, di recarsi per lo spazio d’anni cinquanta ciaschedun anno processionalmente al di lei Santuario presso Vico”. Il voto della città comprendeva, oltre al pellegrinaggio, anche l’omaggio di ceri al Santuario, il dono di un cuore d’oro e la realizzazione di un dipinto dell’immagine della Madonna di Mondovì, da collocare nella sala del consiglio. Tutti impegni assolti a contagio ormai spento. (Notizie tratte dagli atti dell’Archivio Storico del Comune di Mondovì).
A conferma di tutto ciò, il calendario liturgico monregalese riportava nell’Ottocento l’avviso al clero, alle confraternite e a tutto il popolo per la processione dell’Ascensione, “juxta votum a Civitatis Administratoribus emissum in gratiarum actionem pro singulari beneficio quo tanta nostra Regina ac Mater a cholera morbo nos liberavit” (“Secondo il voto emesso dagli Amministratori della Città in ringraziamento per il singolare beneficio con cui la tanto grande nostra Regina e Madre ci ha liberato dal morbo del colera”).
Nel 1884, ormai quasi allo scadere dell’impegno preso, per una nuova minaccia di colera, il voto fu rinnovato per 25 anni dal vescovo mons. Pozzi e, dicono le cronache, Mondovì restò ancora quasi totalmente illesa. Nel 1910 il nuovo vescovo, mons. Giambattista Ressia, volle si continuasse la processione per invocare la benedizione di Maria sulle nostre genti; e altrettanto si fece in tempi via via più difficili e drammatici.
La pratica devozionale prosegue tuttora non solo sulla scia di una tradizione, ma di una fede e di un attaccamento particolare alla “Madonna del Pilone” Regina delle Grazie, della Pace, del Monte Regale.
Abbiamo dunque camminato in preghiera sui passi di quegli antichi padri che si affidarono alla protezione di Maria con la certezza che sarebbero stati esauditi.

Onorare una promessa, sentirci dentro la Storia

All’origine, quindi, c’è una promessa, un voto: fondamentalmente, noi siamo qui per assolvere a una promessa o in forza di una promessa che, benché rinnovata, è lontana nel tempo. Una promessa dei nostri padri.
Potrebbe sembrare strano, inutile, sentire su di sé la responsabilità di dare continuità a un impegno preso da altri.
In realtà con tutto ciò noi affermiamo e vogliamo rinverdire una grande verità. Noi veniamo da un passato, c’è una storia prima di noi. Noi siamo un popolo, siamo un’umanità. Stiamo dentro una Storia: eredi di un prima, ci disponiamo a lasciare un poi. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi. Dentro una trafila millenaria, troviamo il nostro senso, specie se crediamo che la Storia abbia una direzione e un fine, che siamo dentro il mondo, nell’opera del mondo, per portare il nostro contributo. In caso contrario, configuriamo un semplice segmento, un momento insignificante, ci degradiamo ad anello casuale di una serie insensata, inerte, priva di prospettiva.
Forse è proprio questa dimenticanza la causa di tanti mali del momento che viviamo.
Dimentichi del passato, non ci sentiamo debitori verso nessuno. Non avvertiamo la nostra dimensione più vera: di esseri umani che ricevono valori, orizzonte di senso e significato da chi li ha preceduti e allo stesso modo devono lasciare valori, orizzonte di senso e significato a chi verrà dopo. Essere civiltà non è che avvertire con intelligenza e sollecitudine questa responsabilità, e gestirla con coscienza.
Invece, spesso siamo così stolti da credere che il nostro tempo sia il tutto, che il tempo e la storia siamo noi; che tutto sia cominciato e finisca con noi, per cui non coltiviamo la memoria e, peggio ancora, con la stessa supponenza non ci preoccupiamo del futuro, di chi verrà dopo di noi.
Un solo esempio: cosa c’è infatti dietro una logica di sfruttamento esasperato della terra, dell’ambiente, delle risorse, se non una dissennata e miope prepotenza di stolti che non si percepiscono dentro la Storia ma solo signori incauti e improvvidi di un tempo staccato da tutto e incurante dei figli che lascerà dietro di sé, per pochi che ne lascerà?

L’Ascensione: una direzione e una meta per la nostra vita

Noi oggi celebriamo il mistero dell’Ascensione, compiutosi 40 giorni dopo la Pasqua e narrato dagli Atti degli apostoli e dal Vangelo con sfumature diverse. Le parole del prefazio lo spiegano con sintesi sapiente:
“Il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria”.
Da queste parole colgo un primo messaggio: l’Ascensione ci indica innanzitutto una meta al cammino della nostra vita. Non è un evento miracoloso e stupefacente ma fine a se stesso, come l’ascensione al cielo di Romolo, in cui credevano i Romani. Nella dimensione religiosa e di fede, esso ci addita una meta, costituisce un precedente, e così ci indica dove la nostra vita approderà. Prima del ritorno al cielo e a Dio, però, c’è da compiere il tragitto terreno. E le tre letture ascoltate ruotano tutte intorno a un unico mistero che a quel tragitto può dare una precisa direzione, perché il ritorno di Gesù al Padre è al tempo stesso l’invio della Chiesa in tutto il mondo.

L’ultimo imperativo rivolto da Gesù prima di lasciare la terra per il cielo è il seguente: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”. L’ascensione dice la grande fiducia che Cristo ha anche per noi oggi che siamo la sua Chiesa.
Egli se ne va e lascia a noi la sua opera da continuare. E’ senza dubbio una scommessa, e tanto più oggi, mentre siamo pochi e in un società radicalmente secolarizzata, essa ci pare coraggiosa, quasi azzardata. Eppure, da allora Dio si fida dei suoi discepoli, Dio si è fidato e si fida degli uomini di ieri e di oggi. Si tratta di una fiducia che ci interpella personalmente: quell’ “andate e proclamate” è anche un “va’ e proclama” indirizzato al nostro nome e alla nostra persona. Dio ha scommesso sui suoi discepoli ma arriva fino a noi, a me, a voi: ci chiede di essere gocce di quell’ondata missionaria che deve o dovrebbe irrigare il deserto del mondo.
Anche il finale del Vangelo colpisce: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che l’accompagnavano”.
Sono parole che non lasciano dubbi: il maestro dell’opera è il Signore della vendemmia; è sempre lui. Anche seduto alla destra del Padre, Gesù continua a operare, è il cuore della sua Chiesa. Egli è meno assente che mai, e forse per questo nel suo breve discorso elenca anche i segni dell’azione di coloro che manda. Perché Dio, Signore della Storia, sa che stare dentro la Storia significa agire concretamente, compiere gesti efficaci, cambiare il mondo fattivamente.
La missione è difficile, certo; il cuore dell’uomo è sovente duro e impenetrabile, distratto. Dicevo poco fa che viviamo tempi ingrati, in cui quanti meno siamo tanto più dovremmo sapere essere lievito efficace nella pasta inerte del mondo. Occorreranno impegno e fantasia, intelligenza e cuore, perseveranza e ostinazione. Tutto nella consapevolezza che i tempi saranno inevitabilmente lunghi. Ma nessuno si scoraggi: Dio c’è e i suoi tempi non sono i nostri tempi.

Con l’intercessione di Maria

Da ultimo, mi domando quale grazia chiedere a Maria, oggi, in questo mio primo pellegrinaggio. Naturalmente, una grazia per questa Chiesa a cui il Signore mi ha mandato: quali che siano le sue attuali forze, quali che siano attualmente le nostre risorse e i nostri limiti, Maria ci conceda la grazia di dare tutto di noi alla causa del vangelo, al bene comune, all’edificazione di un mondo cristiano e giusto. Di più, non sarà opera nostra soltanto: ci vorrà l’aiuto del Signore, che ce lo ha promesso nel momento stesso in cui ci ha mandati, e la cui promessa - ci insegna Maria alla fine del Magnficat - è “per sempre”.
E nel “per sempre” di Maria e del mondo c’è anche la Chiesa di Mondovì dell’anno 2018. Non scordiamolo mai!
+ Egidio, vescovo

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