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La forma che non ha forma, la voce di chi non ha voce: The Shape of Water

Guerra fredda, solitudine ed emarginazione nel drama-fantasy di Guillermo Del Toro che ha raccolto consensi e premi in tutto il mondo, sbancando Venezia e Oscar. 

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La forma che non ha forma, la voce di chi non ha voce: The Shape of Water

TRAMA

Elisa, affetta da mutismo, trascorre la sua routine giornaliera tra lavoro, come addetta alle pulizie, e l’appartamento, che condivide con l’amico gay Giles. Oltre a lui l’unica altra sua amica è la collega Zelda. Siamo nel 1962, in piena guerra fredda, all’interno del laboratorio governativo di Baltimora dove lei presta servizio, giunge una creatura anfibia umanoide, catturata in Amazzonia dal crudele colonnello Strickland, allo scopo di studiarla per avere vantaggi nella corsa allo spazio. In seguito ad un incidente nella vasca di laboratorio, dov’è imprigionata la creatura, Elisa inizia a stabilire un rapporto comunicativo con l’essere, utilizzando il linguaggio dei segni. Ma alle spalle dei due si muovono ben altri interessi.

Quando ci troviamo a parlare di fantasy viene automatico pensare a una forma d’intrattenimento facile, ed indirizzato ai più giovani. Le cose non stanno propriamente così, c’è sempre stato nel corso della storia del cinema la volontà di accompagnare il genere con tematiche di grande spessore. Tuttavia questo portava ad incocciare con le esigenze economiche di mercato e con i preconcetti culturali. C’è stata però un’apertura, che ha visto nel recente passato la possibilità di sviluppare le intenzioni in modo concreto. Grazie alle potenzialità tecniche che hanno sgravato i registi dalle difficoltà di resa, permettendo al contempo un più esteso potenziale estetico, a servizio di un uso più maturo del mezzo cinematografico. Registi come Del Toro hanno avuto l’opportunità di regalare al cinema d’autore, da sempre considerato povero e scarno (a volte con autocompiacimento), un grado di attrazione spettacolare che finora non aveva mai raggiunto. Elevando al contempo il genere fantasy in una dimensione autoriale.

Il “Favoloso mondo di Amelìe” ha fatto scuola: la pellicola di Jean Pierre-Jeunet ha donato allo stesso tempo colore al cinema impegnato, e spessore all’intrattenimento, creando uno stile inconfondibile e inserendo la fiaba nella contemporaneità. Uno stile ricopiato ed omaggiato da molte pellicole, e che ha in maniera convincente influenzato anche questo lavoro. C’è infatti molto di Ameliè nel richiamo stilistico di “The Shape of Water”, partendo dalle musiche che sono valse ad Alexandre Desplat l’Oscar come migliore colonna sonora, allargando poi il discorso a scenografia e fotografia. Il regista messicano ci ha poi aggiunto molto altro di suo, spingendosi oltre ed inserendo il fantasy nel contesto storico, caratteristica che aveva contraddistinto altri suoi lavori in precedenza, in primis “Il labirinto del fauno” ambientato nella Spagna franchista. Ora siamo trasportati in piena guerra fredda, un'epoca di spie e cultura del sospetto, in cui gli Stati Uniti difendono il proprio status di potenza economica. All’interno di questa società si muovono le esistenze di Elisa e delle persone a lei più vicine, personaggi incastrati nel meccanismo della routine o schiacciati dalla propria condizione. Discriminati perché di colore o in quanto omosessuali, costretti ad un’esistenza svilente e senza alcuna prospettiva e voce in capitolo in questa società. In questo rappresentati emblematicamente da Elisa, che muta lo è per davvero. Una condizione che la costringe a una vita sentimentalmente solitaria. Quel silenzio che tanto richiede il violento Strickland, e che lo affascina più della stessa creatura che ha catturato.

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La creatura è il punto nodale della vicenda, la sua presenza causa lo stravolgimento delle parti in gioco. Nella cura del suo aspetto esteriore Del Toro ha sicuramente preso spunto dal personaggio Abe, presente nella sua trasposizione cinematografica del fumetto Hellboy, integrandolo con la creatura del cult movie “Il mostro della laguna nera”. Sempre da un altro cult movie, “Freaks”, ha recuperato molta della parte morale presente in questo film. I “Freaks”: i fenomeni da baraccone, portati in giro come forma d’intrattenimento pseudo circense fino a circa metà nel novecento, che nella pellicola datata 1932, si ribellano ai loro aguzzini, dimostrando che la mostruosità non sta nell’aspetto esteriore, ma è insita nell’animo degli individui malvagi. La pellicola di Del Toro prosegue su questa filosofia, ma nella società americana in piena guerra fredda, i "mostri" sono i sovietici, gli omosessuali, i portatori di handicap e le persone di colore. Il “diverso” ha i tratti metaforici della Creatura. Quella forma che non può avere l’acqua allo stato naturale, elemento informe per eccellenza, sostanza che non ha tratti, priva di esteriorità, la cui peculiare trasparenza ci permette di vedere la parte interiore attraverso la superficie. L’habitat dove chi grida a bocca aperta annega, dove si può comunicare solo a gesti, in silenzio. Quell’elemento da dove riemerge la Creatura, divenendo alleata dei soli e degli sconfitti, ridonando voce a quelli che non ne hanno più. E poi c’è la fiaba, che si muove nella drammaticità degli eventi, in una trama piuttosto semplice, e cospicuamente sfruttata in passato, impreziosita però da sequenze dall’alto contenuto poetico. Un modo di offrire cinema, che dimostra ancora una volta, come in molti casi la differenza si trovi nella capacità di raccontare la storia. Quella capacità che consente di trasformare un concetto in arte.

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La forma che non ha forma, la voce di chi non ha voce: The Shape of Water
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