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Vinicio Capossela, la sorpresa di uno "Strikes!"

Con il suo gioioso live di inizio agosto si è chiusa l'edizione 2017 di Monfortinjazz. Questo il racconto del live

Parole chiave: recensione (2), musica (36), live (23), monfortinjazz (3), festival (14), concerti (12)
Capossela e Ribot sul palco di Monfortinjazz

Chi è il pazzo che osa dichiarare di non avere mai ascoltato dal vivo Vinicio Capossela o che cade nella provocazione e nella presunzione che non ne valga la pena? Perchè l'apostrofo di pazzo?

Primo. Perchè almeno un live nella vita di Capossela occorre vederlo.

Secondo. Perchè Vinicio Capossela è uno di quegli artisti che sebbene non stia più vivendo, come invece gli capitò all'incirca una decina di anni fa, l'ascesa e l'apice della propria carriera è capace di regalare al proprio pubblico un esperienza di vita, oltrechè sonora, a dir poco (e sempre) emozionante.

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Correvano gli anni de L'Indispensabile e del primo Traffic Free di Torino (quello in cui lui fu il "direttore artistico" di quella prima edizione), del banchetto in cui il cantautore di origini irpine dispensava cocktail sul palco del Parco della Pellerina, di Shane McGowan in preda a raptus alcoolici ed autodistruttivi; qualche anno dopo in provincia, nell'ala del Mercato Coperto di Cuneo o nella piazza di Bene Vagienna, nei concerti di presentazione del tour di Ovunque Proteggi, in cui indossava la maschera tradizionale dei Boes e Merdules di Ottana, assumendo le sembianze di capo-popolo pagano sui ritmi di Brucia Troia. Vinicio è così, una sorpresa, sempre e comunque.

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Anche quando è diventato un artista oramai affermato, che ha superato la cinquantina e che ripercorre la propria carriera con gli artisti e amici di sempre. Questo è stato "Strikes!" il progetto portato a Monforte, nell'ultima serata della rassegna Jazz che popola nel mese di luglio il piccolo borgo di Langa; una serata con una sana dose di nostalgia, un pizzico di voglia di reinterpretazione, e soprattutto la voglia di confrontarsi con una spalla come il fido Vincenzo Costantino "Cinaski", a cui sono state lasciate alcune letture, ed il newyorkese Marc Ribot (si pronuncia "Rìbot"), considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione al mondo nonché collaboratore di Capossela dai tempi del Ballo di San Vito. Fil rouge dello spettacolo è stato il gioco dei birilli, che tanto è comune negli Stati Uniti, ma anche un'esplicita citazione al film del Grande Lebowski ed al cinema dei fratelli Cohen.

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La band si presenterà sul palco sulle arie di Hotel California, nella versione arrangiata dai Gipsy King, e lo lascerà facendo cantare al pubblico, ancora festoso, dopo l'improvvisata post live, the Man in Me di Bob Dylan. Nel mezzo una serie di scorribande nella lunga carriera del cantautore, in rigoroso (o quasi) ordine cronologico. Il live non è stato dal punto di vista tecnico impeccabile, poche sono apparse le occasioni per provare e per ritrovare sul palco, soprattutto con le strumentazioni, la giusta alchimia; nonostante un paio di momenti a vuoto che parevano aver minato la stabilità della band il concerto è filato poi liscio e intenso per quasi due ore e mezza di spettacolo, da Corvo Torvo ad All'una e trentacinque circa passando per i "cavalli di battaglia" Maraja o il Tanco del Murazzo, fino ad arrivare alle ultime hit di Canzoni della Cupa.

Vinicio Capossela e Marc Ribot insieme

Marc Ribot è la spalla perfetta di Vinicio perchè parla poco e quando lo fa, interviene riempiendo i suoi silenzi, facendo parlare la sua chitarra o ancora regalando una versione in inglese di Bella Ciao a cui il pubblico ha risposto con un fragoroso e reiterato applauso. Prima di quel finale a sorpresa, dopo la chiusura dell'encore con Ovunque Proteggi, su Al Veglione in cui il pubblico si è lasciato andare ad un ballo sfrenato, una festa finita col sorriso e il cuore pieno di gioia.

sulla pagina social di CULTURE CLUB 51 i due video della serata:

Capossela e Ribot in "Strikes!" @Monfortinjazz

Vinicio Capossela, la sorpresa di uno "Strikes!"
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