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San Pio V Onlus
- 09-03-2010 MONREGALESE
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Sport di casa nostra: ha un valore?
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Molte volte, come direttore, mi sono trovato nella condizione di dover “difendere” lo spazio che il nostro giornale riserva allo sport locale. La critica più frequente da fronteggiare è stata esplicita e diretta: “Ma è il caso? Non sono troppe quelle pagine per calcio, volley, sci, podismo, basket, ciclismo, atletica…?”. La riposta è stata sempre agevole, anche se non sempre capita appieno: “Sul nostro settimanale cerchiamo di raccontare la vita della gente, in cui c’è anche lo sport dei ragazzi, degli adolescenti, dei giovani… come parte non secondaria della loro stagione esistenziale e dei loro interessi mirati. Prestarvi attenzione è un dovere informativo, ma anche una sottolineatura in positivo di tutto ciò che intriga le nuove generazioni… E poi, come foglio locale, siamo una delle poche vetrine in cui lo sport casareccio trova una ribalta”. Infatti siamo convinti che tutto l’umano è un valore, anche la pratica sportiva, anche il tifo, anche la passione per la quadra del cuore. Farcene carico non è un diversivo, è un passaggio obbligato che si riflette sull’informazione che vogliamo dare, in prossimità totale alla gente che vive sul nostro territorio.
Ma proprio perché siamo intenzionati ad andare più a fondo, anche là dove c’è da snocciolare l’evento sportivo dietro l’angolo, ecco che giornalisticamente non ci possiamo sottrarre a tutto ciò che ruota attorno all’agonismo giovanile nei nostri paesi.
E così il nostro impegno deve farsi più penetrante. La partita, la gara, la corsa, il match… sono esperienze vissute da ragazzi, adolescenti, giovani (e meno giovani). Dentro ci stanno le attese degli atleti (piccoli e grandi), ci sta il coinvolgimento delle famiglie, ci stanno gli sforzi spesso improbi delle società, ci stanno le strutture che i Comuni mettono a disposizione, ci stanno risorse anche economiche non indifferenti (quasi tutte spese per una causa… pressoché ideale) … Sono in campo valenze educative, momenti di passione vera, sudore e tecnica, gioco di squadra, sintonia di gruppo, capacità complessiva di gioire nella vittoria e di non deprimersi nella sconfitta… Siamo in presenza di risvolti talora negativi, come i linguaggi sopra le righe (ed oggi in serie A sotto i riflettori ci stanno purtroppo le bestemmie!), come la violenza nel competere, come gli atteggiamenti forti e duri tra avversari, come le urla fuori luogo tra i tifosi, come la invadenza eccessiva dei genitori a ridosso dei figli che devono sempre primeggiare… E poi non mancano le esagerazioni maniacali di chi stravede per la squadra o il campione che gli entrano nel cuore tramutandosi in idolo, fino ad oscurare altre dimensioni della vita…
In tutto questo, si fa nitida la delicata importanza educativa dello sport. Che abbisogna di protagonisti in positivo, che aiutino i ragazzi a guardare più in là dell’agonismo, che plasmino al senso di squadra, che abituino al rispetto dell’altro, che facciano accettare i propri limiti, che diano valore giusto ai risultati, che relativizzino i successi, che non creino miti improbabili, che facciano crescere nella trasparenza cristallina degli atteggiamenti, che mettano al bando ogni sotterfugio… Insomma un lavoro pedagogico non da poco. Che per i credenti – se n’è parlato lunedì a Mondovì in un convegno proposto dalla diocesi sul tema impegnativo “Educazione, sport e fede” – si trasforma anche in un passaggio di… testimonianza proprio là dove si rivestono, in mezzo agli altri, i panni di atleti o di tifosi. Non è solo un richiamo ad un moralismo appiccicato con lo scotch, si tratta di un’esperienza umana che può farsi cristiana, senza piaggeria, senza la quasi superstizione del segno di croce toccando l’erba del campo sportivo o il pallone da calcio prima che inizi la partita, senza la… benedizione per la vittoria (non è proprio il caso).
E’ ovvio che si è testimoni di una fede vitale, quando si è in gara, non solo esponendo la maglietta con la scritta “Dio c’è”, neppure solo evitando di bestemmiare ed imprecare od insultare (e sarebbe già un bel gesto), ma impegnandosi a fondo sapendo però che la prova vera è quella della vita, in cui spendersi per grandi ideali, accanto a fratelli che saranno anche avversari ma mai nemici, costruendo un domani di competizione sana che non perde il sapore antico ed originario del divertimento, che mette a confronto tecniche, doti, talenti… per uno spettacolo che gratifica tutti (chi vince e chi perde). Utopia? Forse. Ma intanto perché non pensarci, anche un po’…?CORRADO AVAGNINA
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Credits: Zirak





