Da Niella spariti un eritreo, due sudanesi e un pakistano

Richiedono asilo, gli ospiti dell’agriturismo “I fornelli”.

La scorsa settimana riportavamo su queste pagine la notizia dell’arrivo di venti profughi. Sono ospiti dell’agriturismo “I Fornelli”, di Niella Tanaro. Li abbiamo incontrati e ci siamo fatti raccontare le loro storie. Ma quattro di loro sono già “spariti”. Quasi un mese esatto fa, un gruppo di dieci persone (nove donne e un uomo) tutte eritree, ospiti nello stesso agriturismo, era sparito nel nulla facendo perdere le proprie tracce. È successo ancora, ma con dinamiche e protagonisti molto differenti. Come ricorda la proprietaria dell’agriturismo, i profughi non hanno l’obbligo di restare nella struttura, possono assentarsi, ma se l’assenza si prolunga oltre i tre giorni, perdono i diritti dell’accoglienza (i famosi “vitto e alloggio” in questo caso rappresentati dalla struttura “I Fornelli”, che riceve dallo Stato trenta euro al giorno pro capite e ne destina 3 ad ogni migrante). I gestori delle strutture che li ospitano sono obbligati a tenere una sorta di “diario della permanenza” e, qualora si superino i tre giorni di assenza, devono denunciare il fatto. Così è stato per un eritreo, due sudanesi e un pakistano che nei giorni scorsi si sono allontanati senza ripresentarsi entro domenica. «Siamo stupiti – ha confessato la signora Anselmo –, questa volta le cose sono andate diversamente: ci hanno salutati e ringraziati, spiegandoci che andavano a trovare alcuni parenti, poi non li abbiamo più visti». Difficile darsi una spiegazione, è probabile che anche loro avessero appoggi in Italia, è plausibile che cerchino fortuna all’estero, ma è anomala la loro partenza (solo un pakistano, sui molti arrivati, ad esempio). Gli altri, li incontro nell’agriturismo. Appena arrivata mi si radunano intorno, quando capisco che voglio ascoltare le loro storie vanno a chiamare quelli che dormono. Due o tre hanno gli stessi pantaloni color puffo, «il pigiama dato in donazione dalla Croce Rossa» mi spiega la titolare. Solo tre o quattro “masticano” l’inglese, eppure si siedono tutti intorno a me, mi portano a vedere i documenti, mi chiedono di tradurli. Mi raccontano, scrivendo anche sul mio quaderno, che in Nigeria si scappa dalla guerra, da una guerra civile, dagli attacchi terroristici, dalla lotta tra islamici e cattolici. Quando provo a spiegargli che non sappiamo molto della situazione nigeriana si stupiscono: «Non guardate CNN e Al Jazeera?». Azegbobor mi spiega che è stato cresciuto da un genitore adottivo (forse un parente), morto nel 2012, quando un gruppo terroristico ha attaccato la loro chiesa. Poi mi scrive il nome della violenta organizzazione: Boko Haram (letteralmente “L’educazione occidentale è sacrilega”), tristemente famoso anche da noi per il rapimento di duecento ragazze nigeriane (cui è rivolta la campagna mondiale “Bring back our girls”). Mi scrive ancora Azegbobor, con un inglese stentato: “Sono partito per salvarmi, gli attacchi di Boko Haram sono frequentissimi”. La sua storia somiglia a quella di Matthew, che in Nigeria ha perso la mamma. Abdusalam invece ha lasciato il Ghana e la sua bambina il primo febbraio: ha attraversato Burkina Faso, Niger, Libia e il 30 maggio ha toccato le nostre coste. Sul barcone erano in 277, “a lot of baby”, e lì hanno incontrato Jahangir e i suoi compagni, che arrivavano dal Pakistan. Ora, sono tutti “richiedenti asilo”, il loro permesso di soggiorno scade a settembre e la loro domanda dovrebbe essere presa in esame in questo periodo di soggiorno. Sono circa 50 mila i migranti sbarcati in Sicilia dal primo gennaio. Numeri che ci fanno paura, numeri che possono farci sentire minacciati, preoccupati o scontenti, numeri che parlano, comunque, di un’emergenza umanitaria che, a prescindere da tutto, non può essere ignorata, né risolta con atti di tanto facile quanto sterile razzismo.

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