Fede e storia, la forza di Santa Lucia

La festa nel gioiello architettonico che ha colpito il ministro Bray

Santa Lucia è un «luogo che traspira di fede e preghiera». Ce lo hanno detto le suore Missionarie della Passione, che ogni mattina, dal 1940, si occupano di aprire il Santuario ai fedeli. Lo abbiamo avvertito noi stessi percorrendo le scale che conducono al portone, osservando il panorama in silenzio, pensando alle mani e alle schiene che secoli fa hanno costruito, mattone su mattone, il Santuario che oggi impera sulla valle sottostante. Il centro di questo luogo spirituale è senza dubbio la grotta, dimora del pilone di Santa Lucia e luogo della fonte dell’acqua benedetta. Sulla parete sinistra del Santuario, una lapide raffigurante la grotta all’epoca, porta la data 1588, del Cinquecento dovettero essere anche le prime costruzioni, ma la mancanza di documenti al riguardo (complice il rogo degli archivi da parte dei francesi nel Settecento) rende difficile dare dati precisi. «I primi spazi – ci spiega madre Chiara, mostrandoci le pareti rocciose – sono stati ricavati con il lavoro di scalpello, colpi nella roccia». La seconda parte, costruita su cinque piani è più tarda (una targa riporta la data 1819). Ma è negli anni della Resistenza, quando del Santuario si occupavano già le suore Missionarie della Passione che Santa Lucia divenne luogo di ideale civile, oltre che spirituale. L’edificio infatti divenne “albergo” di tanti i partigiani in difficoltà (compreso don Bruno, sul quale pendeva una taglia di duemila lire, vivo o morto), mentre suor Ignazia, suor Caterina e madre Carla lavorarono instancabilmente come staffette partigiane, mettendo più volte a repentaglio la loro vita e facendo anche da “mamme spirituali” ai partigiani. « In occasione del Natale – hanno raccontato le sorelle – costruirono un albero con la carta stagnola, per far sentire “a casa” questi ragazzi che combattevano per la patria. Madre Carla fu l’unica testimone ammessa ai patti di scambio che si tennero qui tra tedeschi e partigiani». Proprio a Madre Carla è dedicato l’ultimo libro della scrittrice Monregalese Laura Mosso, che lo ha presentato domenica, in occasione della festa tenutasi a Santa Lucia. Nel progetto di una collana dedicata alla valorizzazione e alla rivalutazione delle donne nel monregalese, le Missionarie della Passione hanno avuto un ruolo centrale. Sempre domenica, l’architetto Roberto Garelli, che si è occupato del Santuario nella tesi di laurea, ha illustrato precisamente le caratteristiche della struttura. Su una cosa tutti convengono: Santa Lucia è un preziosissimo tesoro culturale e spirituale da salvare e conservare, anzi, “da tramandare ai nostri figli”, secondo quanto scritto da Massimo Bray, ex ministro dei Beni culturali, in occasione della visita avvenuta lo scorso aprile. L’Amministrazione comunale rassicura: «Bisogna pensare a una precisa destinazione, Bray ha assicurato che i fondi si troveranno». Intanto, al pranzo di domenica, sono stati serviti ben duecentoventi piatti di polenta, una partecipazione enorme, segno dell’affetto dei pellegrini, che pure erano solo una piccola parte di quelli che ogni anno fanno visita a Santa Lucia. «A partire dai mesi primaverili – concludono le suore – ogni domenica passa di qua un centinaio di persone. Vengono dall’Astigiano, dall’Albese, dal Torinese dalla Liguria, prendono l’acqua che sgorga nel Santuario, a volte lasciano segni di ringraziamento». Situato tra Villanova e Roccaforte, nato da fatiche comuni, il Santuario aggrappato alla roccia parla di unità e di ideali, e chiede di non essere dimenticato.



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