Don Chiera a Mondovì: «Il Brasile ha il Mondiale, ma il pallone è sgonfio»

Nella serata in cui in Brasile cominciava il Mondiale, il "papà" dei meninos de rua don Renato Chiera ha presentato il suo libro a Mondovì.

Nella serata in cui in Brasile cominciava il Mondiale di calcio, con la Selecao che giocava contro la Croazia, in sala “Baretti” a Mondovì pressoché gremita, don Renato Chiera, il sacerdote villanovese, impegnato da 36 anni nelle periferie di Rio de Janeiro, tra i più marginali, cioè tra i “meninos de rua”, i ragazzi di strada accolti nella “Case do menor”, ha presentato il suo ultimo libro “Dall’inferno un grido per amore” (Edizioni Paoline), in cui racconta, con tratti efficacissimi ed impressionanti, la sua presenza nelle cracolandie carioca, là dove in una sorta di “cimiteri per vivi” ci si consuma e si muore per la micidiale droga del crack. Insomma ancora un’altra faccia del Brasile che non è più solo pallone e carnevale, ma anche marginalità, malessere, disperazione di tanti… E, diciamo, anche un’altra cosa rispetto alle manifestazioni di protesta contro i Mondiali, di cui parlano le cronache in questi giorni. In particolare, don Renato Chiera, con il coraggio dei suoi 72 anni vissuti sempre sulla breccia, ha offerto uno sguardo senza sconti su un Brasile che non finisce sotto i riflettori, ma che sanguina in modo devastante per troppi poveracci abbandonati ad un destino senza scampo, preda del crack appunto. Nelle pagine del suo libro-testimonianza c’è la fotografia zoommata su un fenomeno tragico per la società brasiliana: circa due milioni di sbandati, di tutte le età, che vivono per il crack e di crack poi muoiono, vittime prime del narcotraffico, in un mix di violenza, degrado, prostituzione, precarietà… che lascia allibiti. Un orrendo salto di qualità in basso. Ed in queste zone oscure del Brasile, don Renato Chiera si è inserito, facendosi accogliere, cercando il dialogo, accogliendo ansie e inquietudini, dando segni di speranza. “Certo non risolvo io i problemi penosi ingenerati da questa piaga sociale purulenta, io sono solo chiamato a far sentire a questi disperati che qualcuno li ama, li apprezza, ha rispetto per la loro dignità altrimenti calpestata e offesa. Perché da questi bassifondi arriva proprio un grido che chiede amore. Questa gente non ha conosciuto mai l’amore di un padre o di una madre. Il Brasile paga un prezzo altissimo al disfacimento della famiglia, ad una logica che punta al benessere, anzi all’avere, senza preoccuparsi dei bisogni profondi di ogni uomo e di ogni donna. Sì, sono sceso all’inferno, anzi agli inferi. Sentendomi in compagnia di Cristo che agli inferi c’è stato per dire che la speranza riparte dal basso dove tutto sembra perduto”. Il Brasile che sale alla ribalta mondiale per gli eventi di cui è e sarà protagonista, come ha fatto a lasciar crescere questi bubboni di disumanità inverosimile, al punto che adesso non ha altre carte da giocare se non la… Polizia che fa… pulizia? Di fatti nel libro è scritto: “Qui nella cracolandia vieni solo tu don Renato e la Polizia ma per spararci!”. E c’è da dire che anche la Chiesa ha fatto fatica a cogliere queste derive che si determinavano, quasi alla chetichella. Nel libro è pubblicato l’intervento che don Renato Chiera ha fatto davanti alla Conferenza episcopale brasiliana. Nei racconti dalle cracolandie, anche qualche contatto con le parrocchie dei dintorni, tra diffidenze assortite e collaborazioni poi efficaci. C’è stata una disattenzione un po’ di tutti, rispetto al formarsi delle cracolandie. Ma è anche il risultato – dice don Renato Chiera - di un’insensibilità diffusa, che rifiuta i figli di un Brasile che si sono persi. Insomma c’è un po’ un destino distruttivo inarginabile che deriva da famiglie sfasciate, da generazioni di figli abbandonati, da dignità mai riconosciute, da ingiustizie sociali pesanti… C’è molto da fare anche a questo livello. Le cracolandie sono spaccati di disumanità che impressionano, al punto da sembrare vicende e situazioni eccessive, quasi improbabili. Eppure non pare esserci limite al peggio. Poi non si può dubitare della coraggiosa testimonianza di don Renato, pagata a caro prezzo, tra rischi ed azzardi non da poco. La sua analisi profonda di questo disagio che conduce al crack fa leva su un suo pensiero ricorrente, dopo trentasei anni di Brasile, tra più poveri. Tutto parte da una carenza di amore, da generazioni di emarginati che non hanno mai sperimentato di essere figli, senza padri e senza madri, senza una presenza di affetto, di premura, di valori, di accoglienza… La terribile e sconquassante realtà delle cracolandie viene riletta pure in chiave religiosa. Per un verso si ritrovano le radici ed i sintomi di una religiosità ingenua, sacrale, magari devozionale che non abbandona neppure i disperati che sono preda del crack. E su queste tracce religiose don Renato fa leva stando, da prete vestito di bianco, in mezzo ai disperati. Per altro verso parla giustamente di un dio sbagliato, inaccettabile, impensabile… che non è il Dio di Gesù Cristo, il Padre misericordioso che ha voluto nel Figlio condividere la passione dell’umanità più provata. E dice “Quanta sete di Dio c’è in questi inferni!”. Ovvio che è un libro da leggere, con le sue pagine dure , ma anche con la speranza che ne deriva… dall’inferno.
Una parola sui Mondiali di calcio? “Beh, in Brasile nonostante quel che si può immaginare, il pallone è piuttosto sgonfio. Magari vincerà ancora la Selecao, ma non vincerà appunto il pallone. Oltre 50% dei brasiliani è contro i Mondiali. Ormai c’è sempre di più un contro-messaggio che fa presa: ‘Un maestro vale molto di più di Neymar, ma guadagna mille volte di meno!’. Non basta più il pallone. Ci vuole un’altra forma di società. Non solo stadi secondo lo standard Fifa ma scuole, ospedali, corsi professionali… modello Fifa”.
In chiusura di incontro, in sala “Baretti”, un piccolo e simpatico colpo di scena: la presenza, a sorpresa, di un ragazzo, riscattatosi nelle “Case do menor” a Nova Iguaçù, ed oggi nel Monregalese con la moglie e la bimba, tutto felice di avercela fatta, per merito di don Renato che l’accolse quando aveva dodici anni ed era sulla strada. Un bel segnale che le cose possono cambiare, grazie a chi spende amore tra i più disastrati.