Giovanna Bertola, la voce delle donne nell’800

Una singolare figura al femminile, che da Mondovì si è fatta sentire, laicamente, in mezza Italia

Il programma Tv «Il tempo e la storia» ha presentato su RAI 3 all’inizio di agosto un’interessante storia del femminismo italiano. Fra i nomi delle antesignane del movimento ricordati nella trasmissione non è comparso quello di una monregalese che poco dopo la metà del XIX secolo fu una delle prime in Italia a battersi pubblicamente per l’emancipazione civile e sociale della donna. Il fatto è che il suo nome, solo da qualche anno oggetto di ricerca storica, è ancora dimenticato, se non del tutto sconosciuto, anche a Mondovì, sua città di origine e di formazione.
Giovanna Maria Cunegonda Bertola era nata a Mondovì il 6 marzo 1843 (qualche scritto parla di 1842) da Giuseppe Bertola e Francesca Bardissone. La sua era una famiglia facoltosa e di buona considerazione: il fratello del padre, mons. Andrea Bertola, anch’egli benestante, godeva certamente di tutta la fiducia del vescovo monsignor Ghilardi dal momento che era rettore del Collegio-Convitto Vescovile ed insegnante al Ginnasio;  aveva preso Giovanna sotto la sua protezione e l’aveva fatta studiare alla Scuola magistrale. Vito Teti, ordinario presso l’Università della Calabria e forse il più approfondito fra i ricercatori che si sono occupati finora della Bertola, elenca, fra le letture giovanili di Giovanna, Cesare Balbo e Vincenzo Gioberti, ma anche Charles Fourier, Jean-Jacques Rousseau, Claude Henri de Saint-Simon e, più avanti nel tempo, Paolo Mantegazza. Dagli scritti del prof. Teti è tratta la maggior parte delle informazioni di questo articolo. Gli affari di Giuseppe Bertola, dopo la nascita nel 1847 di una seconda figlia Barbara – che sarà poi sempre a fianco di Giovanna –, avevano subìto un grave dissesto, tanto che la famiglia aveva dovuto lasciare Mondovì per trasferirsi a Ciglié nel Castello, allora, dei conti Capris, di cui il Bertola amministrava le terre insieme a quelle del fratello mons. Andrea.
Il 1861 è un anno determinante per Giovanna: consegue a Mondovì la patente di maestra normale del grado superiore, vi incontra il maggiore dell’esercito italiano Antonio Garcea di San Nicola di Vallelonga (oggi San Nicola da Crissa, in provincia di Vibo Valentia), di 23 anni più anziano di lei, e lo sposa l’11 agosto dello stesso anno. Antonio Garcea era un valoroso quanto irruento patriota calabro, che nel 1848 aveva partecipato alla fallita rivoluzione di Napoli e delle Calabrie, era stato condannato dai Borboni a trent’anni di «ferri duri», commutati – dopo dieci anni di bagno penale – in esilio perpetuo, ed aveva infine raggiunto come molti altri la Torino risorgimentale. Qui era entrato nell’esercito sardo, poi era stato fra i garibaldini durante l’impresa dei Mille costituendovi un Battaglione di Cacciatori e guadagnandosi una medaglia d’argento. Nel ’61 la sua Divisione garibaldina viene integrata nell’esercito italiano appena costituito e gli ufficiali sono trasferiti a Mondovì.
A fianco del Garcea e nella sua cerchia di conoscenze, la formazione culturale di Giovanna matura rapidamente e profondamente, acquistando lucidità e coraggio. Nei primi mesi di matrimonio, trascorsi a Mondovì, raccoglie dal marito le memorie della sua fortunosa vita di patriota nel Regno delle Due Sicilie e le trascrive nel libro «Antonio Garcea sotto i Borboni di Napoli», pubblicato a Torino nel 1862 dalla Tipografia Letteraria. Poi iniziano le sue peregrinazioni per l’Italia seguendo le destinazioni del marito. Nel 1862 ad Empoli nasce la loro primogenita Clorinda, che sarà seguita da Luisa nel 1865, da Anselmo nel 1868 e da Giuseppe Roberto nel 1871. Nel 1864 Antonio Garcea viene destinato a Parma ed è qui che Giovanna Bertola inizia la sua battaglia per l’affrancamento della donna, fondando quello che viene oggi considerato il primo giornale di emancipazione femminile italiano: La Voce delle Donne, 3.000 copie di tiratura. Il 1° gennaio 1865 il periodico nasce ambiziosamente come bisettimanale nazionale, poi diviene più realisticamente quindicinale fino al gennaio 1867 quando cessa le pubblicazioni, e Giovanna lascia Parma al seguito del marito trasferito nuovamente ad Empoli. « La Voce delle Donne » è un periodico vivace e determinato, «scritto dalle donne per le donne», di spirito progressista mazziniano-garibaldino – il che gli valse l’ostilità del mondo cattolico -, che vede con chiarezza il percorso da compiere, all’epoca, per una completa affermazione della donna nell’ambito della società civile. «Diritti e doveri, istruzione e lavoro per le donne» titola in prima pagina. Non solo diritto all’educazione ed all’istruzione, ma apertura alle attività extradomestiche ed alle professioni, parità fra i due sessi; per la prima volta in Italia viene reclamato il diritto di voto per le donne; Anna Maria Mozzone, paladina dell’emancipazione femminile a Milano, vi pubblica in anteprima una serie di articoli di commento critico al progetto Pisanelli del nuovo Codice civile italiano, progetto chiaramente condizionato dal pensiero «moderato» dell’epoca (gli articoli della Mozzone saranno poi raccolti nel volume La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, Milano 1865). Dopo Parma, nel continuo girovagare della famiglia per l’Italia, Giovanna passa dalla rivendicazione dei diritti della donna alla formazione attraverso la scuola delle donne italiane nella prospettiva da lei tracciata. Ad Empoli progetta, senza riuscire a realizzarlo, un collegio internazionale femminile di ispirazione laica; a Reggio Calabria, nel 1869, fonda nello stesso spirito un «Collegio convitto delle nobili donzelle»; nel 1871 è nominata direttrice del convitto della Scuola Normale femminile di Catanzaro, in cui insegna; nel 1873, sempre a Catanzaro, è ispettrice delle Scuole elementari della città. La sua attività di educatrice le vale le lodi dell’opinione pubblica e della stampa e, più tardi, una sottoscrizione per una medaglia d’oro di cui sarà decorata dallo stesso Giuseppe Garibaldi. Nel 1875 la famiglia si trasferisce a Velletri ma, prima di lasciare Catanzaro, Giovanna redige ancora una durissima relazione al prefetto sullo stato deplorevole della scuola in Italia ed in particolare sul suo degrado a Catanzaro. A Velletri è maestra elementare e direttrice delle scuole femminili.
Nel 1878 muore Antonio Garcea, nel 1881 Giovanna ne sposa in seconde nozze un nipote, Giuseppe Sgro, dal quale ha la figlia Cesarina. Fu un matrimonio infelice, che di fatto durò pochi anni. Giovanna continua la sua attività scolastica in diverse città italiane e nel 1897 scrive «Educazione della donna», insistendo fra l’altro sull’importanza dell’accesso delle donne all’Università. In pensione si ritira a Bobbio, presso la figlia Luisa sposata con Carlo Olmi, di una delle più illustri famiglie locali, e vi muore il 31 agosto 1920. La famiglia Olmi ne conserva l’importante archivio.
Dopo anni di oblio, la valorizzazione di Giovanna Bertola inizia nel 1992 a Parma con la pubblicazione da parte di Gino Reggiani di una copia anastatica della raccolta di «La Voce delle Donne» accompagnata da un saggio critico (ed. La Pilotta). Tre anni dopo, sempre a Parma, una fondamentale tesi di laurea di Angela Malandri «Giovanna Bertola Garcea e “La Voce delle Donne”» sviluppa con compiutezza il tema della vita e dell’opera di Giovanna appoggiandosi anche ad un dattiloscritto «Vita di Giovanna Bertola» redatto da un pronipote di questa, Giancarlo Olmi, che è stato direttore generale alla Commissione europea. Nel 2006, ancora a Parma, Stefania Re analizza brevemente le posizioni di Giovanna nello studio «Istituzioni scolastiche e modelli di vita femminile a Parma nell’età della sinistra storica». Nel 2008 Antonella Cagnolati pubblica il saggio «Giovanna Bertola Garcea e “La Voce delle Donne”» nel volume «Tra natura e cultura» (Aracne editrice). A Torino, nel 2011, Chiara Puleo pubblica il saggio «L’esperienza giornalistica di Giovanna Bertola, “La Voce delle Donne”» nel volume «Protagoniste dimenticate. Le donne nel Risorgimento Piemontese», curato da S. Cavicchioli e D. Magnetti ed edito da Piazza. Nello stesso anno Massimo Novelli ne accenna su La Repubblica ed Alessandra Avanzini pubblica il saggio “The education of the women: ‘La voce delle donne’ (1865-1867) and the fight for women’s rights in post-unitary Italy” nel fascicolo VI/I di “History of Education & Children’s Literature”, edito dall’Università di Macerata. Nel 2012 alcune pagine sono dedicate a Giovanna dal volume «La grande avventura delle donne nell’industria torinese», coordinato da L. Morello e F. Alquati ed edito dalla Camera di Commercio di Torino. All’Università della Calabria Vito Teti, direttore del Dipartimento di Filologia, ha costituito un importante Archivio letterario storico antropologico sul Risorgimento meridionale e calabrese che raccoglie anche un’ampia documentazione sulla famiglia Garcea e su Giovanna Bertola, proveniente in parte dall’archivio Olmi. Nel 2012 Teti racconta le storie di Antonio Garcea e Giovanna Bertola nel volume Il patriota e la maestra, pp. 368, ed. Quodlibet, che aveva fatto precedere nel 2011 da un esteso inserto dallo stesso titolo su Il Quotidiano della Calabria. Sarebbe forse interessante sviluppare gli studi fin qui fatti approfondendo le ricerche sul legame tra Giovanna Bertola e Mondovì: sulle sue radici famigliari e culturali, sul suo ambiente e sulle amicizie frequentate, sugli insegnanti che l’hanno formata, ed estenderle ai suoi contatti con la famiglia d’origine e con le amicizie monregalesi dopo il suo allontanamento dalla città. La sua concezione del ruolo della donna e della necessità di svilupparne l’educazione era ben diversa da quella – ai monregalesi allora più congeniale – che era stata di Rosa Govone e che era di Lucia Deninotto. Come visse Giovanna questo distacco culturale? Ne fu cosciente il suo ambiente monregalese? I cultori di storia monregalese potranno forse contribuire ad una più ampia conoscenza di questa concittadina quanto meno ragguardevole.

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