1914-1918 “L’inutile strage”

Ricordata degnamente a Mondovì la “Vittoria” del IV novembre 1918

Particolarmente efficaci e partecipate quest’anno le celebrazioni del IV Novembre per ricordare e riflettere – a un secolo di distanza – sulla grande guerra 1915-18, sulle sue cause, sulla sua terribilità e sulle sue conseguenze. Incisivi e approfonditi gli interventi dei professori Casarino, Lamberti, Morandini e Duberti nel pomeriggio del 3; e noi ci proponiamo di riferirne in sintesi da questo numero in poi. La sera, il noto film di Monicelli con Sordi, Gassman e la Mangano ha richiamato quelle atmosfere. Mercoledì, la Messa in suffragio dei Caduti di tutte le guerre presso il reparto militare del nostro cimitero, con molte autorità, rappresentanze, scolaresche, cittadini e con una bella omelia di don Piero Gasco. Poi corone ai monumenti all’Alpino e ai Caduti, e – in sala Baretti – un recital di studenti dell’Alberghiero “Giolitti” con toccanti testi, musiche e proiezioni e con giovani attrici assai brave e ben istruite dalle loro insegnanti. Tema: il ruolo generoso e determinante delle donne in tempo di guerra. Infine, orazione ufficiale tenuta dal prof. Billò. Ed ecco una nostra sintesi dell’intervento del prof. Casarino su “La tregenda degli imperialismi”.

Una tregenda, quella grande guerra

Fu un insensato spreco di vite umane, quella grande guerra. Ogni giorno sul fronte occidentale morirono circa 900 francesi e 300 tedeschi, senza modificare, se non per pochi metri o per pochi km, la linea del fronte tra gli eserciti affossati nelle trincee. Un’assurda lunga lotta di posizione, altro che una guerra lampo! A Verdun, dal febbraio al giugno ‘16, caddero 315.000 francesi e 281.000 tedeschi. Nei cinque mesi successivi, nella battaglia della Somme, caddero 420.000 inglesi, 200.000 francesi e 450.000 tedeschi; e il fronte rimase sostanzialmente invariato. Alla fine i soldati morti in combattimento furono quasi quasi dieci milioni; e tre volte tanto i feriti e i mutilati. Intere generazioni di giovani falcidiate e mutilate, decine di milioni le vedove e gli orfani. Tre imperi – cancellati, quattro monarchie abbattute per sempre: in Germania, Austria, Russia, Turchia. Pareva il trionfo della democrazia parlamentare; ma in Europa covavano il fascismo e il nazismo. E tra le conseguenze del conflitto, l’influenza “Spagnola” portata in realtà da truppe statunitensi e dilagata dalle trincee in tutta Europa, con 50 milioni di vittime (oltre 350 mila in Italia).
Qualcuno previde in forte anticipo cosa sarebbe successo con “le future guerre”. Tra questi, il polacco.-russo Jean de Bloch (1836-1902), che parlò di una carneficina crescente fino a dimensioni così terribili da rendere impossibile una conclusione. Così, sforzi sempre maggiori avrebbero logorato le forze e le risorse fino a una situazione di stallo in cui le armate si sarebbero logorate senza essere più in grado di lanciare l’attacco finale. Insomma, una futura guerra europea di massa – profetizzò Bloch – avrebbe sconvolto il continente cambiandone la fisionomia politica. La cruda realtà confermò quella profezia, sconfessando gli Stati Maggiori che avevano previsto una guerra breve, e il Kaiser Guglielmo II che nell’agosto ‘14 aveva promesso alle sue truppe: “Tornerete alle vostre case prima che cadano le foglie”.

Quali le conseguenze psicologico-culturali?

L’assuefazione alla violenza («Avevamo diciott’anni e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra» E. M.Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”) fu l’inizio di una lunga eclissi della cultura occidentale. All’alba del ‘900 l’Europa era il centro del mondo. Le sue potenze coloniali si dividevano l’80% del pianeta (quasi tutta l’Africa, gran parte dell’Asia meridionale, l’intera Oceania, metà del continente nordamericano). Attorno a quell’Europa imperiale ruotavano i destini del mondo. Poi, il suo tramonto e la presa di coscienza che “una civiltà è fragile come una vita” (O. Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”, 1918). Impietosa la riflessione dell’austriaco Musil: “Eravamo cittadini laboriosi; siamo diventati assassini, macellai, ladri e incendiari”.
Ma come fu possibile arrivare a tale conflitto? Al di là delle cause storiche (Sarajevo, ecc..), vanno esaminate quelle culturali. L’antico convincimento dell’eticità della guerra: “La guerra è forma inevitabile per la vita; il sangue è rugiada per grandi idee, cemento per l’unità nazionale” (Alfredo Oriani). “Guerra? Necessaria a rinfrescare gli animi” (F. Dostoevskij). “Pace universale? Un incubo piuttosto che un sogno, mentre il campo di battaglia è un altare” (J. A. Cramb). “La guerra organizza, costringe individui e Stati a unirsi. È un tonico, fa emergere i cervelli migliori, irrobustisce la forza virile. L’uomo vero trova il suo posto in guerra” (R. W. Emerson). “Guerra: condizione dionisiaca dell’esistenza” (Nietzsche). “La guerra ringiovanirà l’Italia, l’arricchirà di uomini d’azione, la costringerà a vivere non più del passato, delle rovine e del dolce clima, ma delle proprie forze nazionali” (Marinetti). Il concetto di guerra santa e purificatrice intaccò anche talune menti di cattolici. E in certe cartoline di propaganda Cristo appariva in trincea coi soldati d’ogni esercito per proteggerli, consolarli, incitarli. I tedeschi sentivano l’arcangelo Michele al loro fianco; ma per i francesi la nazione tedesca era il Principe delle Tenebre. Il “Demian” di Hermann Hesse parla così ad un amico della guerra imminente: “Ci sarà forse una guerra grande, grandissima, e sarà soltanto il principio. Darà inizio a un mondo nuovo, e sarà spaventevole per coloro che sono attaccati al vecchio… Tutti saremo trascinati nel gorgo”. Poi, a guerra scoppiata: “In fondo, qualcosa stava nascendo, qualcosa come una nuova umanità… Un gigantesco sparviero lottava per uscire dall’uovo; quest’uovo era il mondo, e il mondo doveva andare in frantumi”.
In effetti il Vecchio Mondo andò in frantumi. Ma cosa uscì da quell’uovo? La seconda guerra mondiale. E oggi? Una pace fragile, minacciata dai nuovi nazionalismi, dal sorgere di nuovi muri. E bisogna vigilare perché gli errori del passato non si ripetano e non causino una nuova tregenda.