Un nuovo viaggio sull’isola “Tortuga”

Post Rock

Per quanto il post rock (a cui spesso si accosta, per associazione o abbinamento, anche il noise) sia un genere passato ormai un po’ di moda, negli anni a cavallo dei due millenni, ha rappresentato per molti giovani o appassionati musicofili quell’anello di congiunzione – mancante in precedenza – tra il rock più tradizionale da una parte e le miriadi di derive dello stesso, comprendenti in maniera particolare il punk e il metal. Essendo un coacervo di varie terminazioni nervose, il post ha saputo essere un grande calderone pieno di novità, esperienze anche molto varie. Se da una parte ci sono le disseminanti cavalcate di chitarra di band come Godspeed You! Black Emperor, Mogwai, Sigur Ros, Explosion in the Sky, sul versante più di connotazione punk potrebbero essere nominati gli Slint, gli Shellac o i Jesus Lizard. Se qualcuno volesse approfondirne un po’ l’argomento potrebbe andare sul “Tubo” a guardarsi gli All Tomorrow’s Parties (noti anche come ATP) dal 2000 al 2013, nati in Inghilterra, e che ben presto hanno avuto anche una costola a stelle e strisce, fondati come alternativa ai festival di grande dimensione, con la voglia di puntare su generi come il post rock, l’avanguardia e l’hip hop più underground: ad ogni edizione era previsto che una band o un artista venisse chiamato in qualità di “direttore artistico” a curare il cartellone della Line-Up.
Ma torniamo a noi e alle diverse avanguardie del Post: tra quelle band che guardavano con forte curiosità alle contaminazioni di genere si possono citare, forse prime tra tutte, i Sonic Youth (la loro discografia, specie tra il 1983 e il 2001, parla da sé), gli Stereolab e i Tortoise (si occuparono della seconda edizione degli ATP, secondi solo ai Mogwai). E proprio dei Tortoise si volevano approfondire le gesta: la band (in attività dal 1990) più vicina alle sonorità math (matematiche) del rock e ad una concezione dell’esibizione molto simile a quella di una session jazz, con in più l’ebbrezza di vedere all’opera – spesso piazzati uno di fronte all’altro – ben due batteristi. Quando si dice la voglia di avere una base ritmica! Ritrovarsi ad accogliere come una benedizione il nuovo Catastrophist, a distanza di ben 7 anni dall’ultimo lavoro (nello stesso lasso di tempo a inizio carriera, tra il ‘94 e il 2001, quelli che allora erano quattro ragazzi dell’Illinois misero insieme 3 piccoli capovalori), la dice lunga su quanto questa band rappresenti nel panorama del genere. Non saranno forse gli anni d’oro della loro produzione, ma anche questo ultimo pezzo del mosaico parla di una band inossidata, non ancorata a vecchie abitudini e che ha ancora tanta voglia di sperimentare. Questo nuovo viaggio dei Tortoise nel “catastrofismo” sonoro a cui il nuovo millennio ci ha condotti è pieno di ricchezza stilistica e sonora, deelay e futurismo, chitarre e tastiere. E parrebbe quasi il prodromo per un nuovo inizio, messo in evidenza anche dalla presenza (la prima volta in assoluto) di una voce nel mare di suoni strumentali che sino ad ora ci si era abituati ad ascoltare.

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