Una “Granda” che suona rock

Provincia meccanica: Huta e J.H. Experience

In “Granda” il rock è sempre stato di casa. Ultimamente, vuoi per la penuria di nuove idee, vuoi per la fase down che il genere sta vivendo tra le generazioni più giovani, si sente parlare meno di band che propongano inediti in questo ambito (largo spazio invece hanno ancora nei locali le bravissime e spesso curatissime tribute o cover band), a meno che non siano già in qualche modo affermate (penso ai Bad Bones, ai Cani Sciorrì o ai Kash). Per quanto storicamente il passato sia stato ricco, ancora oggi il presente non è da meno: sono tante le realtà e alcune di queste seppur con meno esperienza hanno dimostrato di saperci fare e di produrre lavori interessanti, come Huta e John Holland Experience.
Gli Huta, prima di arrivare ad un amalgama convincente e ad un suono che li soddisfacesse, hanno lavorato duro, alla faccia di chi crede che sia tutto semplice e immediato; ce n’è voluto di tempo (quasi 10 anni da quando la band si è formata), ma in questo omonimo How to Understand The Animals il trio cuneese snocciola potenza, tecnica e ottime scelte stilistiche, qualità che emergono sin dall’iniziale Starship, marchio di fabbrica di quello che si andrà ad ascoltare nei successivi 22’ di musica. Si attraversano gli ipnotismi di Hone, si sbatte contro la greve Gravel e si scivola lungo le ritmiche e i riff di Camel; Seattle richiama senza troppi fronzoli alle esperienze noise americane, mentre la successiva Spora parrebbe tributare una delle migliori esperienze dei conterranei Marlene Kuntz; A Slow Decay chiude il cerchio. Per quanto la band abbia ancora spazio di miglioramento (le scelte sulla voce) gli Huta offrono un rock potente, e la curiosità di tornare a nuovi ascolti.
L’esperienza de The John Holland Experience, seppur si sviluppi all’interno dello stesso filone, prende una deriva di altro genere (a testimoniare di quanto viva e variegata sia ancora oggi la scena). La culla entro cui crescono è sempre quella del punk-rock, ma se con gli Huta si guarda al noise, con questo quartetto fossanese si esplorano maggiormente le derivazioni del blues. I suoni in questo caso si fanno più inspessiti dalla ricerca della distorsione del basso, si controllano i suoni delle chitarre, a favore di un groove più “ballabile”. Non colga in inganno la bellissima introduzione, di psychedelia e noise, che apre il disco, un richiamo in qualche modo a certe sonorità “alla Mogwai” (ancorché il crescendo elettrico delle chitarre poco alla volta se ne allontana), da Malvagio in poi l’attitudine che mostra la band è decisamente più rock and roll: pezzi brevi e ritmo incalzante, che non molla per tutta la durata dell’album; solo Festa Pesta è brano in cui lascia più spazio alla voce (coraggiosa, ma convincente, anche nella scelta dei testi in italiano) e a cadenze meno veloci. Revival e Tieni Botta (col featuring di Davide Musizzano) invece sono i soli brani che rasentano o superano i 4’, ed è forse in un contesto più dilatato che la band offre il meglio di sé. Di fatto è quello che piace fare a Denina, Calvo e Martinat, tanti giri di chitarra, sezione ritmica a tenere botta, e tanto blues: suonare, trattori e grezzume.

Cultura a porte aperte 2019