#longdrink Il Sabato dei Dialoghi Eula, parlando di Europa e di gioventù

Un resoconto, tra il serio e il faceto, degli incontri del sabato mattina all'Antica Chiesa di Santa Caterina, con Lorenzo Benussi, Alessandro Fusacchia, Chiara Ercole, Federico Ferrero, Enrico Letta, Luca Ubaldeschi.

«Mi sa che non aspettare la navetta è stata un'asinata».

Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio della salita al vecchio borgo di Villavecchia, accompagna la mia ascesa alla volta dell'Antica chiesa di Santa Caterina. È la mattina della seconda giornata dei dialoghi Eula, quando il paese si mette l'abito della domenica e accoglie nel salotto buono alcuni ospiti illustri, per un'amabile chiacchierata sull'attualità e sulla buona politica di questo sciagurato paese.

C'è un'aria da Messa di borgata, una volta arrivati in cima, e il meraviglioso contesto dell'antica cattedrale senza dubbio aiuta. All'ingresso si forma il classico capannello di conoscenti, si scambiano saluti e qualche parola sul sagrato, prima di entrare. Il rito comincia nel modo canonico, con la solita mezz'oretta di convenevoli. I saluti e gli auspici di tutte le istituzioni coinvolte nell'organizzazione, le felicitazioni per il successo della manifestazione, etc. etc. Dal quadrato dove sono trincerati i giornalisti, giusto dietro il colonnato, si ha un bel colpo d'occhio del pubblico. Tutta la politica locale è rappresentata, oltre che diverse classi scolastiche, che gremiscono la sala. Il primo appuntamento in effetti sembra interessare particolarmente proprio loro, sul ricambio generazionale nelle istituzioni e la canonica domanda: "L'italia è un paese per vecchi?"

Intorno al tavolo, con Federico Ferrero dell'Unità a condurre le danze, Lorenzo Benussi, capo ufficio innovazione della fondazione per la scuola della compagnia San Paolo, Alessandro Fusacchia, capo di gabinetto del ministero dell'istruzione, fondatore dell'associazione Rena, nel tempo libero scrittore e "sua bontà" Chiara Ercole, A.D. di Saclà. Gente che ce l'ha fatta insomma, curriculum che vanno oltre la terza pagina ben prima della terza decade di vita. Tutti rigorosamente under 40 e dunque, in un paese in cui inizi a fare sul serio solo dopo la soglia dei 50 anni, insolitamente giovani. Nell'epoca del lavoro precario, degli stage e dei voucher, sono un terzetto di semidei, tipo gli X-Men ma con un contratto a tempo indeterminato. Curiosamente, ad occhio e croce nessuno dei tre ha l'aria di essere un campione di calcetto (lo so che era scontata, ma non ho saputo resistere. Ciao Giuliano, ti ricordo sempre con affetto nelle mie preghiere serali).

Comincia Fusacchia e opta per un inizio morbido: esordisce con una frase a metà tra Napoleone Bonaparte e Mignolo e Prof: «Questo paese è di chi decide di prenderselo». Senza lasciare il tempo alla frastornata platea di monregalesi di elaborare un sentito “esageruma nen” esorta i presenti a «essere pronti a fare cose che vanno oltre al vostro normale percorso di vita», qualunque cosa voglia dire. Dopo aver spettinato il pubblico con una tale roboante ouverture, comincia il primo movimento della sinfonia: definisce il nostro un momento storico interessantissimo in cui vivere, con un mondo che cambia in fretta, più in fretta di quanto non abbia mai fatto. Via con l'andante: qualche accenno calcolato alla sua storia, sobriamente aderente allo stereotipo classico del self made man: le umili origini, l'infanzia e l'adolescenza in un paesino sconosciuto della campagna di Rieti, poi la scalata, senza santi in paradiso e parenti negli uffici parastatali. Dedica lo Scherzo alla caccia alla figure di talento: dichiara di aver incontrato le persone migliori nei posti più improbabili. Allo stesso modo, ha incontrato autentici cialtroni. Insomma variazioni su un tema tratto dalla Civitas Dei di Sant'Agostino. Veniamo al finale, la sua ricetta per i giovani: tante piccole esperienze, che possano far capire ai ragazzi chi sono, fare esperienza, «sporcarsi le mani» il più possibile per formare la loro identità. Per lui è necessario aprire la mente non fissarsi con l'obiettivo di un mestiere che nel frattempo potrebbe scomparire. Gli fa eco Benusso, che aggiunge il consiglio di trovare buoni siti web di informazione per farsi un'idea globale del mondo: vivere il futuro attivamente, a 360 gradi. Capire il mondo, nelle sue diramazioni, intuire la società tra vent'anni. Non dimenticare naturalmente la tradizione: bisogna sintetizzare le proprie radici e la propria territorialità con la globalizzazione e vivere il proprio tempo senza compromessi. Tutti consigli ottimi, per carità, anche se poi tradurli in una qualsiasi quotidianità non è certo cosa automatica. Chiude il terzetto la Ercole, che come figlia unica ed erede dell'azienda di famiglia, ricorda la difficoltà di scegliere il proprio futuro, tra la guida dell'industria e qualsiasi altra cosa. Una scelta che non avrebbe influito solo sul proprio destino, ma su quello di tutte le 200 famiglie legate alla Saclà. La grande paura di fallire che la attanagliava e che non dovrebbe mai imbrigliare le potenzialità delle persone. A suo dire, in Italia si ha troppa paura di fallire (curioso: io ho sempre pensato che ce ne fosse troppo poca, specie in certi settori). Per farla breve, anche i ricchi piangono, anche se poi possono detergersi il naso con fazzoletti di seta.

Finalmente giunge il momento del piatto forte della mattinata, il colloquio con l'ex presidente del consiglio, attuale dean of Paris School of international Affairs (c'è poco da fare, quando lo fai all'estero suona sempre più figo) Enrico Letta, l'uomo più sereno d'Italia, a colloquio con Luca Ubaldeschi, de "La Stampa".

Ecco Letta al tavolo, con la sua figura rassicurante, perfettamente uguale a sé stesso, a come l'abbiamo visto dozzine di volte nei telegiornali, in quei nove mesi in cui ha stretto tra le dita il volante del paese. I politici non cambiano mai. Fateci caso, mai un cambio d'acconciatura, di barba... Ogni tanto qualcuno cambia gli occhiali, ma sono casi rarissimi. Giulio Tremonti credo ci sia nato con quegli occhialetti da ragioniere che si ritrova. In molti casi persino le spille sulla giacca, i gemelli, i fermacravatte sono sempre gli stessi. Bisognerebbe indagare per scoprire se si tratta di un'oculata strategia sociologica, un gombloddo del Bilderberg, una segreta ossessione per la propria immagine o il disperato orrore di non essere riconosciuti.

Sia come sia chi è in vena di polemica "casca male, può andare" come avrebbe detto Carmelo Bene, giusto prima di mandare a quel paese la platea in una ventina di colti ed elegantissimi modi diversi. E.L., si è lasciato alle spalle le miserie e le piccolezze della politica di casa nostra, che ormai osserva da lontano, dall'altrove della sua serenità. Renzi non lo nomina neppure, il PD sfiora a stento i suoi pensieri (forse concederà graziosamente il suo voto alle primarie), a ricandidarsi non ci pensa neppure, come rimarca con forza ai nostri microfoni. Ora Egli dedica tutte le sue energie all'Europa, su cui ha recentemente scritto un pamphlet, ma a cui volge la sua attenzione da quando ha cominciato a fare politica. L'Europa è in pericolo: le presidenziali francesi potrebbero essere un colpo mortale. Il Serenissimo, tuttavia, pronostica sobriamente la sconfitta della LePen, in linea con i sondaggi. Secondo lui, mentre la logica voleva la vittoria di Trump e il sì alla Brexit come conseguenza di errori della classe dirigente, questa volta la forza della ragione suggerisce un netto sì all'UE: mentre argomenta la sua tesi in modo stringente non mi privo del piacere di dare una bella raspata al ferro della buonanima del vecchio ronzino di mio nonno.

L'ex premier discorre a lungo dei problemi e delle contraddizioni dell'Europa: prende di petto anche i più tecnici, come il debito pubblico e le questioni spinose legate all'Euro e al mercato globale, rimarcando come l'opinione pubblica sia vittima di una prospettiva distorta e individui nell'Euro, nella globalizzazione e nell'Unione Europea i colpevoli del peggioramento delle condizioni di vita, mentre invece il discorso è ben più ampio è complesso. La progressione della tecnologia delle comunicazioni ha accelerato ogni cambiamento, allargato a dismisura i mercati, cambiato le regole ed ha sostanzialmente azzerato il vantaggio che da sempre separa l'occidente dal resto del mondo. Grazie all'I-phone, insomma, finalmente Achille ha raggiunto la tartaruga: ora si corre tutti alla pari. Le istituzioni europee devono irrobustirsi e dare una risposta forte alle correnti nazionaliste, che si propagandano l'illusione di poter tornare all'antico potere e all'antica sovranità con la chiusura nelle proprie frontiere e nella propria identità, dimenticando che la storia non ha il tasto rewind: in nessun caso tornerà indietro. È necessario che l'Unione Europea ritrovi una leadership vera. Questo non significa affatto affidarsi alla narrazione dell'uomo forte, che continua a ubriacare le democrazie (qui giurerei di aver viso un sottile filo di fumo alzarsi da una foto di Renzi sul giornale, ma sarà stata una mia impressione). Il perfetto esempio di quanto sia debole l'UE in questo momento in termini di carisma sta nel fatto che nello stesso giorno delle celebrazioni dei trattati di Roma i messaggi dei leader europei sono stati oscurati completamente dalla visita milanese di Papa Francesco. La riflessione più importante proposta da Letta, al netto di tutte le legittime opinioni che si possono avere su quanto esposto, è però sull'identità dell'Europa, sull'essere europei, che significa vivere il presente e pensare il futuro senza mai smettere di fare i conti con il proprio passato e perdere di vista la tradizione. Lo stesso luogo dove si sono svolti i Dialoghi lo dimostra: Santa Caterina è un luogo di arte e di storia. Vivere in modo così intenso il proprio patrimonio storico significa avere consapevolezza del suo valore e di quello che serve per salvaguardarlo. La missione dell'Europa in futuro, tra le tante sfide che la attendono, sarà proprio quella di diventare un baluardo per la difesa dell'ambiente, del paesaggio, del patrimonio culturale. Nella vita quotidiana e nelle piccole grandi scelte di tutti i giorni è importante non perdere mai la consapevolezza di questa nostra identità e del compito che ci attende.

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