L’addio a Paolo Villaggio: Re della comicità

Il ricordo di Culture Club 51 dell'attore e comico genovese, icona del cinema italiano

Può apparire paradossale che una rubrica che si occupa di cultura omaggi un attore che ha fatto di “Per me la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!” una delle sue battute cult, eppure “Fantozzi” Paolo Villaggio c’è l’abbiamo tutti quanti dentro, perché chiunque anche i più seri difensori del cinema d’arte uno sguardo ai suoi film magari di nascosto l’hanno sempre dato. Innumerevoli sono le situazioni e le battute create dai suoi personaggi che si ripropongono nella nostra quotidianità: quale vacanziere non è mai stato colpito dalla nuvoletta dell’impiegato? E quale sportivo non ha racchettato e pedalato nelle condizioni più agghiaccianti? Chi di noi ha temuto l’acqua Bertier, l’ufficio del Megadirettore e le diete a base di niente, può dire di essere entrato in un mondo frequentato probabilmente da pazzi, ma molto numeroso, abitato da cultori che comunicano tramite citazioni e si chiedono ancora adesso “Chi ha fatto palo?”.

Villaggio è stato autore e creatore di gran parte dei suoi personaggi e con essi di rimando anche di una terminologia entrata nel linguaggio comune: tra i più noti ovviamente Fantozzi, Fracchia e il Professor Kranz ma non solo; infatti si è espresso anche nella più graffiante commedia italiana anni ’70 lavorando con Salce, Wertmuller e Pupi Avati oltre che con Neri Parenti ad accompagnarlo in numerose regie. Prima di esordire sugli schermi era nota un’amicizia con un altro grande artista genovese,  Fabrizio De Andrè: con cui firmerà alcuni pezzi ,e poi l’avvio di una fortunata carriera tra esperienze televisive, radiofoniche e letterarie e naturalmente cinema, vedendolo evolversi da caratterista ad interprete impegnato, dai western di Deodato all’autorialità di Olmi e Fellini.

Ma il suo più grande merito è stato quello di farci ridere: delle nostre piccole disgrazie, dei vizi e delle abitudini di noi italiani, accomunandoci tutti quanti in una democratica rappresentazione della sfortuna, e lo ringraziamo per averci in questo modo legati, fraternizzando e condividendo le scalogne, con sana e collettiva autoironia, perché ridere di se e con gli altri sono senz’altro tra le migliori peculiarità della vita.

C’è lo ricordiamo bene di persona anche noi: ancora fresco e indelebile il suo passaggio giusto un anno fa in Piazza Cesare Battisti durante “Aspettando Collisioni”, in cui  intratteneva uno strabordante pubblico, coinvolgendo in modo irriverente giornalisti e rappresentanti dell’amministrazione locale; tutti sono venuti a salutarlo in quel pomeriggio che ora appare malinconico ma che ci ha regalato la possibilità di vedere un mito ad occhi nudi, un ricordo che ci terremo ben stretto.