Risonanze Poetiche: Davide Rondoni e la tensione ritmica tra l’aldiqua e l’aldilà delle cose

Davide Rondoni, voce italiana tra le più forti e conosciute, canta la vita nella sua ultima raccolta di poesie La natura del bastardo, uscita per Mondadori. Un viaggio nella parola come conoscenza, in un ritmo sempre teso.

Davide Rondoni, nato a Forlì nel 1964, ha pubblicato alcuni volumi di poesia:  La natura del bastardo (Mondadori 2016)  Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti, (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whitefly 2013), con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari Paesi  in volume e rivista e collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L'allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017)  Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), Sull'insegnamento a scuolaIl fuoco della poesia (Rizzoli 2008), Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica  e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri. Ha partecipato a festival internazionali di poesia in molti Paesi. In prosa ha pubblicato E se brucia anche il cielo. Guerra e amore di Francesco Baracca (Frassinelli 2015)  Gesù, un racconto sempre nuovo (Piemme 2013) , I santi scemi (Guaraldi 2003) e Hermann (Rizzoli 2010). Per ragazzi  i romanzi Se tu fossi qui (San Paolo, premio Andersen 2016) e I bambini nascono come le poesie (Rizzoli 2011) e le poesie Le parole accese (Fabbri 2012). Rondoni, poeta della vita e dell’affermazione, è sicuramente una delle voci più solide del nostro tempo.

***

A mia madre                                                                                                                                                                                                           

Quanto sono stato lontano da te

come se dovessi consumare

con tutte le forze l'amore

che mi hai dato

 

e in tutti i viaggi

e baci e parole cercare stremato il fondo

di quel che mi hai donato

 

Non c'è posto del mondo, non c'è delirio

che non abbia il tuo sorriso, il tuo martirio,

ma non hai reso dominio la tua femminile vastità

 

Sei divenuta il silenzio alto della valle

 

mia madre, albero fiorito alle mie spalle.

 

***

 

la casa sui crinali si sveglia

io ci apro gli occhi dentro 

come un neonato nei temporali

 

vista da certe curve giù in basso

è una nave in cresta all'onda

 

esco nell'odore del legno bagnato

e la neve sui rami brilla.

ombre di antiche creature diramano

                                                         il fiato

dei miei figli mi circonda.

 

***

             

E poi voltando in moto sulla curva

che mette sui crinali, il figlio più piccolo

attaccato alle spalle, viene

il buio della valle - un istante

di respiro interrotto e

inizia il miracolo minimo, incantato

le lucciole

 

- sfiorano i cespugli, i lunghi rami oscuri

ridono gli occhi e tace

il puma del mio cuore

 

non avrò ricchezze da lasciarti

ragazzino che porterai il mio nome e quello

di mio padre, ma quando

c'è una curva da fare e non sai

cosa ti può aspettare

prepara gli occhi, prepara il cuore

 

il mondo non è solo quel che più forte

appare, più forte grida

più a fondo tira, stai attaccato

bene alle mie spalle e poi

quando la mia figura

sarà un albero nella notte guida tu

al cielo attacca la tua fronte,

offrigli gioia, ira, pianto

 

 - non c'è curva senza sorpresa da scoprire

e ora che le mie stanno finendo

è bello trovarsi a un nuovo inizio

così dolce e tremendo, nelle notti

mentre tu sorridi le lucciole ammirando....

 

                                      a Clemente

***

   

Mi fanno male le nuvole nel petto

 

le finestre rotte degli occhi

 

il cuore che ha luce dura

di stazioni, viavai,

                                                               

(lo sai,

          lo sai)

 

amare è l’occupazione

di chi non ha paura

 

***

                   

CERN

 

Da che punto dell'universo

si sono chiamate nella tenebra

le nubi luminose di galassie per iniziare

a immaginare il tuo viso dove non c'era

immagine ancora

 

da quale

improvviso silenzio delle orbite musicali

del non tempo

ha iniziato a venirmi incontro

il tuo sorriso, il corpo carillon-

 

e da quale sperduto scambio di inchini di stelle

nell'istante della loro esplosione e morte

ha iniziato a venire verso di me

la tua delicatissima figura, la linea dolce

e dura della tua concentrazione

 

Era mattino ? Era sera? Dov'era

il treno che prendesti, la mia voce rotta di poesia, dov'era

quella città bianca nella mappa del non universo ancora?

Era già vita, o era già la sua

nostalgia?

 

Ti crea e mette a mio imperio

la natura, e il vento che via le traversa lo sguardo

amore in tutto l'anticipo tutto il ritardo

appari sulla mappa del pianto dei millenni

 

ti affina la energia libera degli elementi, la malinconia

primordiale di forze indenni

il loro unirsi nel rischio del vivente,

in una cosa chiamata

"ecco è, così

sia"

 

- che destino sono i miei occhi per vederti

 

che appuntamento hanno preparato le prime

collisioni della vita con la vita

per la carezza che ora meravigliato

avvicino al tuo viso

 

ho al braccio tutti i nastri e gli sciami

di pianeti e astri

 

da dove vieni, creatura così di continuo creata

nell'aria fino a qui dall'inizio tremata

Cos’è per te la musica della poesia?

Sono tutte così difficili le domande? Provo, ma non assicuro nulla... La poesia è senso e ritmo, porta in sé le due componenti essenziali dell’esistenza umana.  E nulla come la parola porta in modo poverissimo e però ricchissimo l’impronta di tale natura. Anche l’esperienza di un gesto muto o di una musica potentemente evocativa chiede sempre di diventare in qualche misura parola. Della musica, infatti, parliamo. La musica, che esprime senza parole, é altro dalla poesia ma condivide con essa la dotazione di un sovrappiù di senso legato al ritmo e alla tessitura armonica.

La lettura (ad alta voce) del testo poetico: qual è secondo te il rapporto della voce col testo e come consideri il tuo “modo” di leggere?

Il mio modo ? Da belva innamorata. Il rapporto tra voce e testo è come quello tra interprete e partitura. Una interpretazione.

Come definiresti o descriveresti la poesia e il suo rapporto con le altre arti?

Abbiamo seicento pagine a disposizione? No? Allora con tre - parzialissime - parole, essendo la poesia come diceva Dante “parole per legame musaico armonizzate” definisco (non lei, indefinibile) ma il suo esistere anche in relazione alle altre arti : libero, autonomo, coraggioso. In altre parole, se sei con buoni artisti non devi aver paura di creare rapporti. La poesia poi, in generale, sta alle altre arti come una sorella un po’ cazzara e altezzosa, ma in fondo é generosissima e disponibile.

La tua è una poesia dell’affermazione, che non teme l’utilizzo di termini centrali nella nostra vita e nella storia della letteratura, come “cuore”, “amare”. Questi, attraversati da secoli,  si combinano nella tua scrittura tra momenti di “colloquialità” e altri antichi, pienamente vivi . Qual è il rischio di una scelta simile e il lavoro che un poeta come te svolge sulla nostra lingua?

Messa così sembro la canzone “dammi tre parole sole cuore amore...” - scherzo, la cosa che poni è seria... ma è la vita che afferma non io...o meglio è un’affermazione della vita per come è, per come la vedo accadere. Il rischio è il mestiere dei poeti autentici. E riguarda anche la selezione di un lessico che sostenga il movimento del senso. Il mio lavoro non sta a me descriverlo. Tu cosa dici che stia succedendo? Io so solo che le parole, dalle più comuni e attraversate dai secoli a quelle più rare e recenti, chiedono di diventare nuove nella voce di un uomo “vivo”: è la vita che lo chiede, lo implora. Per dire di sé, conoscersi sempre nuovamente, in modo che conoscenza e vita siano un medesimo movimento.

Ne La natura del bastardo i testi si presentano stratificati sulla pagina, diluendosi in spazi di silenzio mai netti ma continuativi, in una connessione “ariosa”  tra i versi, che molto spesso non fermano su un punto fermo (anche alla fine delle poesie) ma si collegano, come in un ampio respiro, in una tensione verso l’Aldilà. È spesso assente infatti un’interruzione netta che permetta una riapertura del verso in maiuscolo: piuttosto esso si sospende, si frammenta in gradini, monostici o strofe varie, prevalentemente in minuscolo, ma raramente “si stacca” nettamente dal contesto. Da dove nasce questa forza ritmica? È forse essa l’unica scrittura possibile nell’“Aldiqua”?

Urca....Non so, non credo sia l’unica possibile, e certo la tensione tra un aldiqua e un aldilà delle cose, del visibile, del misurabile, è il segreto vitale, il ritmo che percorre tutta l’arte, tensione a cui ogni artista tenta di dare come può forma e testimonianza. Non sta a me dire se ci sto riuscendo. Posso di certo riconoscere, come tu lettrice avveduta fai, che esiste nel mio poetare una tensione percepibile, ritmica, irregolare ma non arbitraria...qualcosa di molto più movimentato che in altri poeti. Sono sempre stato un ragazzo vivace...mio nonno me lo diceva, e sorrideva.