Risonanze poetiche: intervista a Mauro Bersani, direttore editoriale della “Bianca” Einaudi

La collana di Poesia Einaudi, riferimento culturale per il panorama poetico contemporaneo e classico, ci viene raccontata dal suo direttore Mauro Bersani. 

Mauro Bersani mi accoglie nella storica casa editrice Einaudi in una Torino autunnale: la prima cosa che scopro di lui è il suo orecchio attento e appassionato di musica classica. Così le prime parole che scambio con il direttore editoriale di una delle due più grandi collane italiane di poesia sono di musica: si spazia dal barocco all’opera, dal Giardino Armonico al nuovo disco di Sol Gabetta con Cecilia Bartoli, passando per la programmazione dell’auditorium Rai “Arturo Toscanini”.  In un Paese pieno di autori che scrivono e pubblicano poesia, la curiosità era quella di ascoltare la voce di chi, invece, permette alla poesia di perdurare nel tempo, entrare in libreria e arrivare al grande pubblico.

Bersani (Milano, 1956), editor della Poesia e dei Classici Einaudi, si è formato all’Università di Pavia con Maria Corti, con cui ha curato, insieme a Maria Braschi, l'antologia per le scuole superiori Viaggio nel '900 (Mondadori, 1984). Ha anche pubblicato Gadda (Piccola Biblioteca Einaudi, 2012) e curato una plaquette fuori commercio di Roberto Cerati, Lettere a Giulio Einaudi e alla casa editrice (2014). Per la Fondazione Corriere della Sera, ha curato inoltre il volume La critica letteraria e il Corriere della Sera. 1945-1992 (2013). In questa chiacchierata ci racconta la sua attività in Einaudi e lo stato della poesia nella collana “Bianca” Einaudi.

Com’è cambiata la proposta della Bianca Einaudi in questi anni?

Lavoro in Einaudi dal 1991. La proposta della casa editrice ha sviluppato nel tempo più “filoni”: in generale non si tratta mai di un grande cambiamento, bensì di un equilibrio abbastanza costante. Negli ultimi anni trovo sia nato un filone a forte valenza spirituale, che ha un’origine derivata da De Angelis: dominante è l’evoluzione da una generale “oscurità” che, nel tempo, acquista di solarità aprendosi alla luce, osservabile ad esempio anche in un’autrice come Mariangela Gualtieri (si pensi all’evoluzione da Fuoco centrale, a Bestia di gioia e poi Le giovani parole). La poesia che inizialmente era definita “orfica”, “neo-orfica”, e prima degli anni Novanta non era così presente, ha invece avuto una sua evoluzione. Dall’altra parte il fenomeno dei narratori poeti rappresenta una realtà significativa, anche numericamente: il libro più venduto negli ultimi anni è quello di Michele Mari: Cento poesie d'amore a Ladyhawke ha venduto 23000 copie, proprio grazie al lavoro di “narratore” dell’autore. Casi analoghi sono quelli di Tiziano Scarpa, Marcello Fois ed Erri De Luca: narratori che hanno una grande cultura della parola, che non sono semplici narratori. Altra realtà editoriale ancora è quella degli autori che passano dalla poesia alla prosa, come Ceronetti... Insomma, la proposta della collana è varia.

Quali sono i criteri con cui sceglie di pubblicare un libro di poesia?

Non desidero intanto realizzare una collana di tendenza ma ho una visione eclettica della poesia. Negli anni Sessanta, quando la collana di poesia è nata, venivano pubblicati prevalentemente classici del Novecento e poca poesia italiana contemporanea. Ho pubblicato autori molto vari tra loro: il criterio fondamentale che adotto è fermarmi sui testi che danno delle sorprese, che catturano per originalità e forza di parola, al di là dello stile specifico in cui si presentano. È sicuramente una questione molto soggettiva. È necessaria, tuttavia, una fase di seconda lettura, successiva all’“effetto sorpresa”, in cui, oltre alla sorpresa stessa, cerco di individuare una profondità di senso e di incroci fra significati e suoni. Questo tipo di profondità è necessaria e determinante perché una poesia  appaia sufficientemente forte da essere pubblicata.

Una collana di poesia, rispetto agli altri generi,  è destinata a un pubblico di nicchia?

Considerando che i titoli di poesia sono 8/9 l’anno, rispetto ai 300 complessivi, potremmo dire di sì: non siamo nemmeno al 3%. È sicuramente un genere di nicchia, ma una nicchia neanche così piccola. È giusto così. La poesia va presa in piccole dosi: leggere per più tempo esclusivamente poesia è quasi fastidioso. È giusto che una lettura normale sia di prosa. Personalmente diffido da chi legge solo poesia: non è un approccio sano con la lettura.

Qual è il pubblico della poesia? È un pubblico di soli poeti?

Il pubblico della poesia esiste, in numero più piccolo rispetto alla narrativa. La collana vende parecchio. Tutte le ristampe di ogni anno, oltre alla novità, rappresentano dei numeri non trascurabili. Spesso, invece, i poeti leggono poco. Per elencare solo alcuni nomi, tra i classici della poesia Neruda ha venduto 115000 copie, Salinas 95000, Pavese  93000. Con la Merini, che fu anche il primo libro che pubblicai qui in Einaudi e fu un fortunato esordio, arriviamo alle 50000 copie. Con Erri De Luca tocchiamo le 35000 copie di Opera
sull’acqua, mentre con Gualtieri, Candiani, Valduga e Cavalli siamo sopra le 10000. Esistono, dall’altra parte, autori che fanno 1500/2000 copie: esiste un equilibrio tra autori di tirature diverse. Il pubblico si concentra su alcuni autori: pochi vendono tanto, tanti vendono poco. Questo comportamento è cambiato da quando sono arrivato: prima esistevano molti autori che, sotto l’aspetto delle vendite, erano “medi”, mentre attualmente manca quella fascia “media”, presentandosi invece un equilibrio creato da picchi diversi.

Che cos’è la musica della poesia secondo lei?

La musica della poesia si trova nel ritmo che danno le parole. Senza ritmo non avrebbe senso la poesia: anche nel caso del verso libero esiste una metrica non canonizzata. Ognuno si deve creare una metrica propria. Anche la prosa ce l’ha: nel medioevo esisteva il cursus, ad esempio. Anche a scopo mnemonico la poesia acquisisce un ritmo che collide anche con il senso. Se tutto ciò non avviene, non si fa buona poesia. La musica è anche nel suono, nella melodia, come nelle rime. Esistono testi che usano di più un aspetto sonoro e altre meno. Senza i suoni non ci può essere poesia.