IT di Stephen King e la nostalgia anni ’80

Il nuovo film tratto da "It" di Stephen King può essere un'ottima occasione per rileggere uno dei più grandi classici dell'horror.

Il recente film di Andy Muschietti dedicato a "It" (1986) di Stephen King è indubbiamente riuscito nell'intento di far parlare di sé, suscitando in egual misura entusiasmi e critiche radicali, con tutte le posizioni intermedie. Va innanzitutto detto che il film adatta solo una parte del romanzo originale, quella relativa all'infanzia dei protagonisti, riservandosi di adattare in seguito le vicende che li vedono adulti. La cosa è comprensibile, sia per tenersi il margine di un potenziale sequel, sia per riorganizzare in qualche modo una materia narrativa vastissima.

"It" infatti è un romanzo "monstre", in ogni senso del termine, non solo per la lunghezza-fiume ma anche per la vastità e complessità di riferimenti. Un'altra parte che inevitabilmente non può passare che per accenni è infatti la pervasività del male rappresentato da "It" nel corso della storia di Derry, che appare sintetizzata tramite le vecchie fotografie esaminate nella biblioteca, ma non può dettagliare episodi come il massacro razziale del Black Spot, che erano interessanti nel caricare "It" anche del costante orrore della violenza come fil rouge della storia americana, senza ovviamente ridurlo a una metafora. L'altro elemento che in questa prima parte appare un po' sottotono è l'idea di It come male cosmico ben oltre la sua manifestazione nel pagliaccio Pennywise: non mancano accenni in questo senso, in realtà, e compaiono altre incarnazioni di It come orrore, ma forse meno percettibili da chi non conosca già il libro di partenza.

Interessante invece la rappresentazione del pagliaccio con un costume quasi ottocentesco, che recupera in parte la sua natura di male antico, e l'aspetto vagamente leporino del volto, che può suggerire - senza mai esplicitarlo - un rimando ad antiche divinità psicopompe, in grado di viaggiare tra inferi e realtà terrena, di cui la Lepre o il Coniglio divenivano un simbolo (per la capacità di questi animali di muoversi tra superficie e cunicoli sotterranei). In questo, Pennywise è molto diverso dall'interpretazione della miniserie TV del 1990 di Tommy Lee Wallace, dove il clown era, di base, un clown normale a un primo aspetto, reso inquietante dalla trama e dalla recitazione.

Questo cambiamento nel costume, tra l'altro, attenua il collegamento con una delle probabili fonti di It (mai dichiarata da King): l'inquietante personaggio di Pogo il Clown, pagliaccio per beneficienza (con tanto di una foto con la First Lady del democratico Carter) e protagonista di una vasta carriera criminale dal 1964 al 1978, per 33 complessivi omicidi in gran parte di adolescenti. Il processo a Pogo si era concluso nel 1980 con una inevitabile condanna a morte, e Stephen King aveva iniziato la stesura di It nel 1981.

La modifica principale, comunque, è lo spostamento dai tardi anni '50 agli anni '80 come ambientazione del film. Appare evidente la volontà di sovrapporre doppiamente il revival anni '80 alla pellicola, associandola non solo al decennio di composizione, ma anche a quello di ambientazione, permettendosi così paralleli interessanti come quello evocato con Nightmare, che ha indubbiamente punti di contatto, e molti altri momenti di "nostalgia canaglia". La cosa ha una sua coerenza, in quanto a sua volta "It" di King funzionava per la nostalgia degli anni '50, sia pure presentati in tutta la loro carica di inquietante e rigido maccartismo sotto la patina di felicità alla Norman Rockwell. Ovviamente, la generazione dei 30-40enni di adesso l'aveva letto con immedesimazione nei ragazzini più che negli adulti, e ora si trova - come quei ragazzini, allora coetanei di quella fascia di lettori - nella fascia di età degli adulti, che appariranno presumibilmente nel prossimo film, ai giorni nostri. Una ulteriore sovrapposizione che favorisce ancor più il meccanismo identificativo, e che ricorda (nel momento dell'infanzia) un recentissimo fanta-horror di successo seriale come Stranger Things (giunto in questi giorni alla seconda stagione).

Insomma, non usciremo vivi dagli anni Ottanta, e continuiamo a galleggiare nello stagnante mare dei ricordi?
Come un simpatico pagliaccio danzante ci ricorda, non sempre è necessariamente un bene.

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