Perché quello di Nick Cave a Milano è stato il concerto rock più bello degli ultimi anni

Il 6 novembre Nick Cave & The Bad Seeds hanno impressionato i presenti al Mediolanum Forum di Assago col loro cupo rock d'autore

Qualche giorno fa ho riferito il titolo provvisorio di questo pezzo a Giacomo Bagna (che, come sapete, ha seguito due serate dell’ultima edizione del Club To Club di Torino). Gli ho detto, senza mezzi termini: «penso proprio che intitolerò il nuovo pezzo “Perché tutte le rockstar viventi possono fare una pippa a Nick Cave”». Lui: «Thom, in effetti sarebbe impattante, ma un filo troppo Deer Waves». Gli ho dato ragione. Ma avrei potuto fare di più. Avrei potuto scrivere un pezzo alla Scaruffi, o che so, alla Pitchfork, o alla New Musical Express, nella speranza di attirare qualche lettore in più – o, più probabilmente, nuovi detrattori. Poi però è prevalsa la moderazione, e ho scelto di derubricare quel titolo solo ipotetico a quello che vedete.

Veniamo al concerto. Nella forma, sono state due ore di rock cantautorale – se così può definirsi il genere di Cave e i suoi compagni – eseguito da musicisti fra la cinquantina e la sessantina. Nella sostanza, sono state emozioni cantate in una sequenza priva di esigenze di “cronometraggio”. La logica della band è quella del «Pronti, via! Si suona», senza la preoccupazione di seguire lo scorrere delle immagini sul megaschermo alle spalle – quel che resta del DIY (Do It Yourself) tipico dei lavori d’esordio dei Bad Seeds. Se consideriamo però le dimensioni dell’evento, questo atteggiamento è vera rarità. Si sa che oggi gli artisti famosi sono particolarmente avvezzi a stregare il pubblico più con l’aiuto di video e luci stroboscopiche che con la sola musica (i più attenti si ricordano che già Battiato in Up Patriots to Arms lamentava questa abitudine).

Alle nove il parterre del Mediolanum Forum di Assago (dove mi trovo, fra le prime file) non si è ancora riempito totalmente; solo gli spalti sono zeppi di persone sedute e trepidanti. Nessun gruppo di apertura preannuncia Nick e i suoi fidi collaboratori: la scelta dell’esclusiva rende l'attesa particolarmente snervante per me e le persone che mi stanno attorno, in piedi.

Poi, d’improvviso, l’inizio. Alle nove e un quarto le luci si spengono; il fumo colorato di blu dai raggi dei fari sul palco occupa la scena. Dopo un breve estratto di Three Seasons in Wyoming (dalla colonna sonora del film Wind River, scritta da Cave e l’immancabile Warren Ellis dei Dirty Three, che nei Bad Seeds suona la chitarra tenore e il violino), le esecuzioni di Anthrocene, Jesus Alone e Magneto calano il pubblico nelle atmosfere lugubri e mortifere dell’ultimo album, Skeleton Tree. Seguono Higgs Boson Blues, un lungo crescendo basato su un riff di chitarra di Ellis, e le classiche From Her To Eternity e Tupelo. Nick si muove velocemente sul palco e si sporge di continuo sul pubblico, alla ricerca delle mani dei fan. La gente grida e si ammucchia verso di lui nella speranza di poterlo toccare e di tirarlo verso di sé. «Hey, grazie! I’m fucking awesome, and you?», dice Cave prima di passare alla recente Jubilee Street, in cui la band ha inserito un crescendo nel finale. Ancora grida, applausi, gente che urla «We fucking love you! We fucking love you, Nick!», riuscendo così a strappare un sorriso al cantante che gronda di sudore nonostante la camicia aperta sul petto. Quindi, è il turno di quattro ballate al piano: The Ship Song, Into My Arms, Girl In Amber e I Need You. Le prime due risalgono agli anni Novanta: la prima è un classico tratto dal capolavoro The Good Son; la seconda appartiene a The Boatman’s Call del ‘97, album che Nick e compagni hanno dimostrato di amare particolarmente durante le loro apparizioni. Le altre due provengono di nuovo da Skeleton Tree. Scende la notte: l’assenza di Arthur, il figlio quindicenne di Cave morto nel 2015 in seguito a una rovinosa caduta dalle scogliere di Brighton, in Inghilterra, si fa viva in mezzo al pubblico: le espressioni di gioia si dissipano, divenendo volti di tristezza e malinconia dei cari che non ci sono più. Finita I Need You, tocca a due classici immancabili: Red Right Hand e The Mercy Seat. Nick, redivivo, torna a scorrazzare sulla scena, cercando insistentemente di assorbire l’energia del pubblico che lui stesso ringalluzzisce con continue incursioni dall’alto. Prima di lasciare il palco e tornarci per il bis, Cave e compagni eseguono i due ultimi pezzi di Skeleton Tree, Distant Sky (un duetto virtuale con la soprano danese Else Torp) e la title track
Skeleton Tree.

https://www.youtube.com/watch?v=BAMZYpZi_M4

Il videoclip di I Need You

Il tempo passa velocemente. Nell’attesa del ritorno sul palco dei musicisti, mi scorrono in mente le immagini dello spettacolo. Istantanee che contemplano l’essenza della poetica di Cave: gioia, disperazione e ricerca spirituale. Mentre mi allontano dalla mia posizione privilegiata, la band comincia a suonare The Weeping Song: non si tratta della versione delicata presente in The Good Son, ma di un’esibizione intensa e piena di momenti di interazione col pubblico, che intona a gran voce il mantra «THIS IS THE WEEPING SONG!».

https://www.youtube.com/watch?v=SApre4n3zC8

The Weeping Song in concerto a Milano

Il “gran finale” è sbalorditivo. So già che farà ancora due canzoni – ho controllato su Setlist.fm. Decido di andare a pisciare per potermi godere tranquillamente le ultime note del concerto. Quando torno in sala, mezzo parterre è salito sul palco e si sta scatenando con Cave e compagni al ritmo di Stagger Lee, dominata da un geniale riff di basso e un finale rumoristico. È l’apoteosi, la vittoria sulla morte. Non c’è più spazio per lo sconvolgimento, è solo stasi atarassica. Nick e compagnia chiudono con Push The Sky Away, tratta dall’omonimo lavoro. La gente si siede e fissa le movenze di Cave. Sul megaschermo si nota che uno dei fortunati saliti sulla scena, nudo dalla vita in su, gli si piazza davanti e inizia a emulare i suoi gesti. Avvicina la mano al petto del cantante, ma Nick la sposta giù dolcemente, ridendo, e accosta a sua volta la propria mano, quasi a volerlo distanziare, mentre con l’altra regge il microfono. Ma è una burla: il tempo di intonare gli ultimi versi della canzone (And some people say it’s just rock and roll / Oh but it gets you right down to your soul / You’ve gotta just keep on pushing / Push the sky away), e scatta un abbraccio fra i due, che, proprio come dice il brano, “arriva dritto all’anima” di tutti i presenti. Cave ringrazia e si fa spazio per raggiungere il backstage, stretto da chi vuole toccarlo o abbracciarlo. Un applauso accompagna il gruppo dietro le quinte. Finisce così il concerto più “bello” degli ultimi anni (non trovo un aggettivo più adatto) cui abbia partecipato.

Lunga vita a Nick Cave e alle sue liriche immortali che hanno sopraffatto la morte.

https://www.youtube.com/watch?v=bY-X_g0JW7Q

Cave e l'abbraccio col fan durante l'esecuzione di Push The Sky Away

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