Risonanze poetiche: Bruno Bartoletti e la sua poesia “per gli amici richiamati”

Bruno Bartoletti è un poeta romagnolo, la cui scrittura dal suono antico attraversa spazi del quotidiano, del ricordo e dell'addio. I luoghi sono abitati da libri, figure familiari, interrogativi e dal costante senso della perdita.

Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del comune di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. Laureatosi nel 1967 in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi su Giovanni Pascoli, nel 1974 è nominato assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia per dedicarsi all’insegnamento negli istituti tecnici dove svolgerà dal 1981 la funzione di preside. Uomo di scuola e promotore culturale, presso l’Università di Aix en Provence ha svolto un dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro. Nel 1997 pubblica il suo primo volume di liriche, Trasparenze – Frammenti di memorie, nel 2000 Le radici, nel 2001 Parole di Ombre, nel 2005 Il tempo dell’attesa, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», nel 2012 Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade per conto di Youcanprint Self – Publishing, nel 2017 I volti non hanno più nome, Giuliano Ladolfi Editore. Presiede l’Associazione culturale “Agostino Venanzio Reali” e l’omonimo premio nazionale di poesia. Oggi, da pensionato, dà colore al tempo e approfondisce i suoi studi, specialmente nel campo della letteratura e della poesia.

Sulla riva

 

Sulla riva erano in tanti ad aspettarmi.

Così dicevo e a stento inabissavo volti

di cose, quaderni libri e sogni

e le dicevo anch’io sarò un giorno nell’approdo.

 

Erano cose lasciate sui gradini,

così a caso, un ombrello, uno straccio

e poi quel paio di sandali vecchi

strascicati, e lei, quel sorriso

di donna già matura, specchio

di inganni a volte, una figura

tracciata di profilo.

 

E niente più, figure disegnate.

 

 ***

All’incrocio

La strada all’incrocio non prosegue,

non saprei dove andare, se salire

o se prendere quella più battuta.

Così resto sospeso, in bilico.

Spingo il carrello, ho poche cose

e aspetto.

 

Sarà così, mi chiedo, il tempo di ogni addio?

 

***

L’ultimo ritrovo

I lunghi corridoi si riempiono di silenzi,

voci vuote, nude, inospitali, è nell’albergo

l’ultimo ritrovo. Ci stiamo tutti. L’ultimo

si appoggia già allo stipite. Non parla.

Sono passati in tanti.

 

E siamo tutti qui, nella memoria,

tutti gli amici e gli altri, tutti in attesa.

***

Anche i padri

 

Anche i padri non dovrebbero morire,

lo pensavo da bambino, e invece crebbi

aspettandoti sempre alla fermata

con la tua Guzzi,

poi ogni volto scompare e la voce

non la ricordo, non ho nulla in mano,

nulla e radici, anche quelle, arse.

 

Sono laggiù nel fondo le voci,

non le udite anche voi le stesse voci?

La casa si perde dietro il diluvio, la strada

e il fiume, un rigagnolo appena sotto il ponte.

Un buco nero e il piccone che picchia,

una lampada oscilla, non fa luce.

La giacca strappata, il volto sporco,

questo è lo strappo, la ferita buia,

il sole che non parla.

 

E la casa guarda laggiù la strada,

la polvere che lascia il sapore dell’andare,

il non ritorno si tinge di dolore.

Troppo presto, troppo presto per capire,

ma si fa in fretta, si cresce a poco a poco,

si metton su radici, ci si sforza di trovare ragioni,

si ode solo il grido, la rottura,

lo strappo dietro l’uscio.

 

E mia madre ancora di profilo, che stampa alla finestra

il suo sguardo, in lontananze perdute

disattese.

(A mio padre Romeo, morto in una lontana e buia miniera

in Francia il 13 giugno 1951. Aveva appena compiuto 40

anni).

***

Montetiffi

A Montetiffi il silenzio respira nelle case,

la nave è la prora che salva, scrivesti,

e gli occhi bendati ti guidano. Respirano

l’Uso e il torrente Camara,

s’incrociano a valle, com’esuli dolci

ritorni. Ma ancora non suona la voce.

Son tutti partiti, soltanto una donna

è rimasta.

 

E nere le rondini tagliano lontani profili.

 

Là c’era mio padre.

Aveva il piccone e una lampada scura,

la fronte alla luce

nell’alba.

***

In un colpo di tosse

 

In un colpo di tosse se n’è andato, questa notte,

pensava la moglie fosse un grido,

un grido o un sospiro di dolore, forse un gesto

quello che per anni attese inutilmente,

una carezza spenta tra le risa.

 

Se n’è andato così,

senza nemmeno un segno del dolore,

una morte improvvisa,

di sfuggita, in un colpo di tosse.

 

Ma morire così lui che aveva

fatto la guerra e poi anni di miniera,

chi l’avrebbe mai detto morire nel suo letto,

in silenzio, quasi di nascosto.

 

 

(A chi non aveva che un nome, dimenticato e solo).

 

 ***

Sulle tombe cresce l’erba

 

Sulle tombe cresce l’erba, a ciuffi,

il convolvolo s’arrotola alle croci,

si spalanca la rupe un mare grande

di silenzi e di echi.

Tombe uguali, ben curate,

piccole barche in attesa di salpare,

ognuna col suo gesto di attesa

nei silenzi.

 

Se potessi anch’io essere qui,

come erba o radicchio che cresce

al lume della luna,

addormentarmi così, con tutto il mondo

in ascolto e la terra smarrita.

 

(Un piccolo cimitero di campagna: Montetiffi, Sogliano, o

Pietra dell’Uso. Ma a Pietra dell’Uso il cimitero non c’è più,

portato via anch’esso).

1)      Cos’è per te la musica della poesia?

È uno degli elementi che distingue la poesia dalla prosa. Mi sembra così precisa e indovinata l’espressione di Giancarlo Pontiggia nel suo “Lo stadio di Nemea” quando scrive: «Che cos’è la poesia? A questa domanda risponderei con la massima semplicità, così: un senso che si fa suono, un suono che si fa senso. La poesia sta tutta in questa misteriosa, limpida reversibilità dei nomi e dei suoni». E Donatella Bisutti scrive un intero capitolo su “Poesia e musica” nel suo “La poesia salva la vita”. Ricordo a tal proposito anche il libro di Alessandro Cazzato, “La musica delle parole, Giovanni Pascoli”, in cui l’autore esamina l’aspetto musicale dei testi pascoliani.

Per me il verso non è un semplice andare a capo, ha una sua musicalità che coincide con il suo ritmo; l’andare a capo segna una pausa, gli spazi bianchi segnano una risonanza, una pausa, come i silenzi nella musica che vanno a riempirsi di emozioni e di note o pensieri non scritti. E non so fino a che punto le cosiddette “prose poetiche” rispondano veramente al “farsi poesia”. Nel verso le parole sono messe in fila, una dopo l’altra, «tanto che, scrive Roberto Vecchioni in “Il libraio di Selinunte”, a spostarne una, anche una sola, sarebbe svanito tutto».

2)      La lettura (ad alta voce) del testo poetico: qual è secondo te il rapporto della voce col testo e come consideri il tuo “modo” di leggere?

Si racconta che Franco Fortini, dopo aver scritto un testo, fosse abituato a leggerlo ad alta voce, come se fosse in teatro. Se funzionava, allora la poesia era riuscita. L’aneddoto ha un elemento di verità. In fondo si scrive per comunicare, le poesie non devono restare in un cassetto, la funzione della poesia sta proprio in questo relazionarsi con il lettore e con la sua voce. Spesso amo – e lo facevo soprattutto da ragazzo – registrare le poesie per riascoltarle. Danno un senso nuovo e più vero rispetto alla semplice lettura silenziosa. E soprattutto ne ascolti il ritmo, il battito silenzioso, come se fosse una creatura viva. Personalmente non sono un grande lettore. Leggo a bassa voce, quasi le sussurro per entrarvi dentro come se la poesia fosse un corpo, non amo le poesie recitate. I migliori lettori di poesie non sono gli attori, coloro che lo fanno per mestiere. Alberto Bertoni ha scritto un intero libro su “La Poesia, come si legge e come si scrive” fino ad affermare che forse è più difficile leggere la poesia che scriverla, perché chi legge deve far proprio il pensiero e il ritmo del poeta, chi la scrive lo sa già, è opera sua. Nonostante queste buone intenzioni, il mio silenzio è anche isolamento, in fondo si scrive soprattutto per se stessi.

3)      Come definiresti o descriveresti la poesia e il suo rapporto con le altre arti?

Viene quasi naturale pensare a un intimo rapporto tra poesia e musica. Del resto molti poeti furono anche ottimi musicisti e tutti amanti della musica, spesso un brano musicale richiama un testo poetico. La musica ha la grande qualità di essere anche ispiratrice, lo dice espressamente Paul Valery quando afferma di aver composto o ascoltando musica o subito dopo averla ascoltata; Garcia Lorca un giorno si mise improvvisamente a suonare il piano e a cantare canzoni gitane. Anche con le arti figurative c’è uno stretto rapporto, in fondo le metafore, di cui sono ricchi i testi poetici, altro non sono che immagini fissate sulla carta. Cambia la tecnica, il poeta usa le parole, “operaia di parole”, o meglio ancora “manovale di parole”, come ebbe a definirsi un giorno Beatrice Niccolai, e “il realismo terminale”, questo prevalere degli oggetti di cui parla Guido Oldani, è un preciso richiamo al fare. Indovinata e precisa la definizione di poetica che il poeta Tolmino Baldassari scrive in “La neve”: “Una paròla l’è un fat ch’e’ suzéd” (“Una parola è un fatto che succede”). Non è perciò così distante la poesia dalle altre arti, molti poeti non furono soltanto dei valenti musicisti, ma anche degli ottimi pittori - mi si perdonerà se vado a citare il mio conterraneo Agostino Venanzio Reali (1931-1994), poeta e valente pittore di cui la critica si sta da qualche anno occupando.

4)      La tua è una poesia narrativa, che si fa racconto del quotidiano, del ricordo, dello scorrere del tempo. Quali sono stati i tuoi maestri in Letteratura e come si svolge il tuo laboratorio poetico?

“Le parole hanno un senso / soltanto se le nutre la memoria”, sono due versi di Margherita Guidacci, due versi che ho fatto miei e che tengo sempre presente. Già Giovanni Pascoli affermava che “Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo”. Ecco allora che la poesia nasce dalla memoria, in questo senso nasce dal dolore di un tempo che fugge. È uno scavare dentro, secondo la bella definizione che ne fece Giorgio Caproni quando parla di “poeta minatore”, parte sempre da una circostanza, un episodio, un fatto. È in questa sensazione di persone e di cose che passano, persone reali nel rapporto tra passato e presente.

Scrivo raramente e molto lentamente, lavoro soprattutto sulle parole. Prima ancora di scrivere, leggo, studio, non si può scrivere senza conoscere il mondo contemporaneo e i suoi autori. Spesso l’ispirazione nasce leggendo. Poi lascio sedimentare le parole, le riprendo a distanza di tempo, ci lavoro, le sento come suonano, a volte anche la ricerca di una sola parola impiega tempo.

Per quanto riguarda i maestri, sì, abbiamo tutti dei maestri che facciamo nostri. Se devo citare dei nomi, senza dubbio Leopardi e poi tutto il decadentismo con particolare riferimento a Giovanni Pascoli, a cui mi avvicinano alcune dolorose esperienze familiari e, per i contemporanei, senza dubbio Mario Luzi, Sandro Penna e Margherita Guidacci che ho potuto solo conoscere e approfondire in questi ultimi anni – le nostre conoscenze scolastiche arrivavano a Montale o giù di lì -. Per gli autori stranieri una pietra miliare è rappresentata da Baudelaire.

5)      Sei stato insegnante di Lettere e preside di un istituto secondario per molti anni. Come si è conciliata la tua scrittura con l’insegnamento e come questa ha “abitato” la tua didattica?

La letteratura è stata per me una maestra di vita da cui ho appreso molto, soprattutto per fare domande, come ebbe a scrivere Davide Rondoni. Non è fuori luogo che, proprio in un istituto tecnico, abbia cercato e promosso l’educazione alla lettura e un concorso di poesia aperto anche agli alunni di scuola media e tuttora in vigore. E ho dato molto importanza alla voce e alla memoria.

Ho già scritto in un lungo lavoro sulla scuola in cui parlo delle mie esperienze:

“La cultura non è solo sapere, è ricerca, è curiosità, è comprendere che «più il sapere avanza, più avanza anche il margine illimitato di non sapere», come scriveva Mario Luzi, è capire che lo scibile è infinito e che ciascuno può avere solo un orizzonte molto limitato di conoscenza, è spinta al superamento di orizzonti, a leggere, a studiare, ad assorbire e rielaborare conoscenze e principi, a migliorarsi per poter cambiare, a modificare il proprio comportamento, a non fermarsi. È il vecchio e sempre nuovo mito di Ulisse che parla ai suoi compagni e li stimola alla ricerca, a non accontentarsi, a fare. La scuola può avere un ruolo fondamentale in questo senso - la scuola e gli insegnanti - se anche gli insegnanti si ritrovassero sulla stessa barca per fare ricerche, per non accontentarsi, per capire che la verità, che ogni verità è sempre provvisoria e che su questo principio si fonda la ragione dello studio e della scienza. «Una persona colta non è una persona che sa tutto, ma è una persona che sa alcune cose e ha la capacità di godere di altre», scrive Giovanni Floris”.

E ancora:

“La letteratura, il libro, l’esempio tramandato dagli autori: «Uomini, contentatevi del poco! Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga» scrive Giovanni Pascoli. Così la ricerca della perfezione nel volo del Gabbiano Jonathan Livingston, o la storia del Piccolo Principe erano solo alcuni degli esempi che si potevano trasmettere, per non parlare dei classici, dai greci ai latini a Dante. Possiamo parlare di Socrate, di Seneca, di Sant’Agostino, del mito di Ulisse, dei classici e degli autori moderni: la letteratura, la storia, il sapere servono per educare, per formare. Attraverso il sapere si forma la mente dell’uomo. L’ignoranza porta solo dei guasti, porta barbarie, inciviltà e fa dimenticare la propria storia, fa dimenticare le proprie origini.

Oggi invece si viaggia con i cellulari e con internet, la velocità ha preso il sopravvento, non c’è più il tempo per pensare, soprattutto non c’è più il tempo per scrivere”.