Il fascino discreto del remake: Assassinio sull’Orient Express

L’infallibile detective Poirot ha il volto di Kenneth Branagh, l’attore e regista riporta nei cinema il superclassico del giallo di Agatha Christie.

TRAMA

Dopo aver risolto un caso a Gerusalemme, il detective belga Hercule Poirot decide di prendersi un periodo di riposo a Istambul, durante il suo soggiorno viene costretto a rientrare a Londra per un nuovo caso. Faticosamente riesce a trovare posto sull’Orient Express che in tre giorni lo porterà a destinazione. Una volta in viaggio viene avvicinato dal losco uomo d’affari Ratchett, che vuole assumerlo come guardia del corpo. Poirot rifiuta. Nella notte a causa del maltempo il treno deraglia rimanendo intrappolato nella neve, nel frattempo viene rinvenuto il corpo di Ratchett senza vita all’interno della sua stessa cabina, assassinato a coltellate.

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Sempre affascinato dalla letteratura classica britannica, Kennet Branagh ha stretto il suo legame soprattutto alle opere di William Shakespeare, partendo da “Enrico V” e “Hamlet” per poi proseguire con molte altre opere, senza però restarne troppo ancorato;  ” Frankestein di Mary Shelley” e “Cenerentola (2015)” sono infatti alcune tra le sue più celebri divagazioni al tema. Ora lo sconfinamento nel giallo, con questo lavoro tratto dall’omonimo romanzo di Agatha Christie del 1934, che cinema e TV hanno riadattato altre tre volte, tra di esse il noto lungometraggio del 1974 direttoda Sidney Lumet e interpretato da un cast stellare, e che Branagh intende svecchiare e portare a nuovo lustro, peculiarità che ha caratterizzato gran parte delle produzioni nella sua carriera.

Per quel che riguarda il genere veniamo da un periodo di magra, almeno cinematograficamente parlando; ma se sono stati sfornati pochi film, serie TV e “Cene con delitto” hanno compensato questa carenza. Quest’ultima in particolare ha trovato notevole spazio come forma di intrattenimento alternativo, associando il piacere della tavola con quello ludico. Infatti si tratta di una normale cena, in cui viene allestita una parte teatrale dove si simula un delitto, e al pubblico/cliente che si trova a interagire spetta il compito di muovere l’indagine e trovare la soluzione. Con la pellicola di Branagh viene trasferita la Cena con delitto nella carrozza ristorante dell’Orient Express.

Differentemente per quanto avvenuto nella pellicola del ’74, l’attenzione si focalizza maggiormente sulla figura di Hercule Poirot: presentato nel suo aspetto più leggero, con l’eccessiva pignoleria e maniacalità per la simmetria, che nell’aspetto di infallibile indagatore e scovatore del falso. Troviamo però anche un’indagine interiore, non lasciando solamente ai sospettati il destino di venire analizzati. Il contorno dei personaggi: dodici, rievocanti quasi un’ultima cena, in una delle scene più suggestive del film, sono presentati  senza troppa schematicità e temporalità, e introdotti nella vicenda con cura di particolari.

 

Non c’è bisogno di chiudere le porte di casa per non fare uscire gli indiziati, il treno incidentato nella neve: un raffinato gigante di tecnica bloccato nell’atemporalità dell’attesa, permette che detective e sospettati risiedano nello stesso luogo; ma se il trascorrere delle ore permette all’investigatore di potersi avvantaggiare nella ricerca, gli indiziati saranno inevitabilmente in crescente difficoltà, inoltre il convoglio si trova su un precipizio, divenendo al contempo protettore dalle intemperie ma trappola dove si può muovere l’assassino. Lo scenario consente a Poirot di intraprendere un’indagine alternativa e in luoghi non convenzionali, scelti ad personam, tra spettacolari paesaggi montuosi, tagliati frequentemente dal rosso intenso del sole al crepuscolo, grazie ad una fotografia che evidenzia i colori freddi creando questo effetto shock, con l’intento probabilmente  di evocare la vista del sangue dell’evento delittuoso. Le parti in flashback invece sono tutte in bianco e nero, non tanto per facilità di accostamento con l’idea di passato, ma in quanto enfatizzatore di drammaticità, che per argomenti e atmosfere non può che riportare al noir horror di Fritz Lang “M il Mostro di Dusseldorf”, nel suo mutare la realtà in incubo, e in questo caso anche in ricordo.

Una riproposizione non del tutto identica all’originale, soprattutto se paragonata a quella di Lumet, che potrà apparire indigesta ai più stretti fan della Christie, ma che senza  dubbio esprime il modo giusto in cui impostare un remake: fedele alla narrazione originale ma al contempo in grado di smarcarsi da una rappresentazione troppo stretta, in piena libertà di sperimentare, e in questo il lavoro di Branagh essere pienamente riuscito.

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