Risonanze poetiche: Nicola Bultrini e la rivendicazione dell’umano

Bultrini è in grado di attraversare l'uomo e la vita con la forza della fede e della contemplazione. Li afferma, li ama, in un "pensare profondissimo" dove l'immersione e l'abbandono della vita nell'abisso si colorano di assoluto.

Nicola Bultrini è nato nel 1965 a Civitanova Marche, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le raccolte di versi La specie dominante (Aragno 2014), La coda dell’occhio (Marietti 2011), I fatti salienti (Nordpress 2017), Occidente della sera (nell’ VIII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea – Marcos y Marcos 2004). Scrive per il quotidiano Il Tempo e collabora con altre testate (tra cui la rivista “Poesia”). È presente nell’antologia Sulla scia dei piovaschi – poeti italiani tra due millenni (Archinto 2015). Come studioso della Prima Guerra Mondiale ha pubblicato vari saggi, tra cui La grande guerra nel cinema (Nordpress 2008), Pianto di pietra – la grande guerra di Giuseppe Ungaretti (Nordpress 2007), Gli ultimi - i sopravvissuti ancora in vita raccontano la grande guerra (Nordpress 2005). Da anni è ideatore e animatore di eventi culturali.

Cos’è per te la musica della poesia?

La poesia è prima di tutto “canto”, quindi musica. c’è ovviamente la musica delle parole (e qui il discorso diventa anche più complesso, dovendo considerare la lingua), nel senso che le parole contengono una loro musica, una vera e  propria melodia. Ma, secondo me, c’è poi anche la musica del senso, del potere evocativo dei versi; che in uno con la musica delle parole, fa l’armonia. La lettura di una poesia -una poesia vera…-  dovrebbe avere l’effetto dell’ascolto di un brano musicale, ma in più con il fertile turbamento della parola.

La lettura (ad alta voce) del testo poetico: qual è secondo te il rapporto della voce col testo e come consideri il tuo “modo” di leggere?

La lettura ad alta voce è in un certo senso una trasgressione. Infatti, noi scriviamo proprio quando non siamo in grado di comunicare direttamente (per ragioni di spazio o di tempo). La lettura in sé non presuppone la voce, men che meno la lettura della poesia. A volte il testo invece è espressamente pensato per la lettura o la declamazione o la recitazione (vedi il teatro). Ma è un contesto completamente diverso. La lettura della poesia può tranquillamente prescindere dalla voce. È un’eco che rimbomba nella mente/cuore più che nelle orecchie. Ciò non toglie che si possa serenamente leggere ad alta voce. Ci sono due possibilità: o si legge per sé stessi o per un pubblico. La lettura per sé può addirittura diventare una pratica ascetica. La lingua e la metrica infatti, impongono un ritmo respiratorio, a volte anche una propria postura fisica. La lettura per il pubblico invece significa mettere la voce al servizio del testo… cosa difficilissima da fare. Credo infatti che l’ego del lettore abbia quasi sempre il sopravvento. Ma vediamo bene che sono diffusissime le letture pubbliche, il che comunque è un bene, anche a costo di sacrificare qualcosa. La lettura pubblica infatti non può essere sostitutiva della lettura privata. Sarebbe come dire che anziché mangiare un piatto di pasta, pretendo di saziarmi facendomelo raccontare da altri. Personalmente leggo quasi sempre in silenzio, lasciandomi trasportare dalle immagini e dai suoni, più che dal senso apparente. E non mi faccio mai condizionare da alcuna ombra ideologica che possa aleggiare sul testo. Quando invece leggo in pubblico mie poesie a volte sono letteralmente scosso da dentro, perché ogni lettura può diventare anche per me una nuova epifania.

Come definiresti o descriveresti la poesia e il suo rapporto con le altre arti?

Tutte le arti possono essere in rapporto tra loro. Ognuna però ha una identità distinta, perché attiene ad una specifica sensibilità di esternazione. Il sentire di fondo è invece comune, quindi chi vede può rappresentare per immagini in versi o col pennello. Ma al di là di questi aspetti puramente esteriori, il rapporto con la realtà è diverso. La poesia chiama la realtà per nome, secondo verità. La vera poesia produce turbamento perché non può conoscere infingimenti, deve essere schietta a costo di essere cruda. Il poeta vero quindi si mette a nudo -è un percorso irreversibile- , non può e non deve scendere a compromessi con la parola, non può e non deve accettare scorciatoie. La scrittura deve farsi cardinale rispetto allo sguardo sul mondo. Mi piace quando le varie arti entrano in contatto. Ma bisogna fare sempre attenzione a che l’una non diventi didascalica per l’altra. Quante volte la poesia è stata usata solo come abbellimento di qualcos’altro (le poesie che commentano un quadro, le letture che accompagnano un brano musicale). Sono tentativi patetici, in cui entrambe le arti risultano svilite.

Sei un poeta attivo in numerose attività culturali e anche amante del jazz (oltre che avvocato). Nel jazz fondamentale è l’improvvisazione (che è alla base, tra l’altro, anche del barocco...): come vedi il suo rapporto con la poesia e cosa pensi della poesia orale, delle realtà improvvisative in poesia?

John Coltrane o Ornette Coleman, padri del free jazz, prima di avventurarsi nei territori inesplorati della libera improvvisazione, avevano studiato a lungo la musica classica, Bach, Mozart. Moltissimi pattern di Charlie Parker, sono attinti dalla musica classica. Nel jazz l’improvvisazione non è mai sfogo anarcoide, catarsi caotica. L’improvvisazione è un linguaggio, anzi, la rimodulazione istantanea di un linguaggio. Ma sempre adottando modelli e codici condivisi. Anche quando questi codici sembrano svanire nel nulla del free jazz più spericolato, in realtà stanno sempre lì, sottotraccia. Anche nella poesia è esattamente così. Anche quando ci si sbilancia senza rete sul verso libero, in realtà ci sono modelli che sottopelle si sentono sempre. È il nostro metro per eccellenza, ad esempio, l’endecasillabo (quello da cui Montale diceva che era impossibile liberarsi); è la nostra lingua, i nostri riferimenti culturali (anche quando pensiamo di averli abbandonati tutti, in realtà rimangono tenaci, brace sotto la cenere). Di tutto questo, di tutte queste esperienze, noi siamo la risultante. Non credo molto nel valore oggettivo delle improvvisazioni poetiche. Mi sembrano piuttosto esercizi fini a sé stessi. L’oralità è certamente propria della poesia antica e possiamo anche recuperarla. Ma anche l’oralità è elaborata su esperienze metabolizzate. La poesia chiede tempi lunghi, silenzio, tormento a volte, attesa altre. Si nutre di distanze. Perché l’esperienza della vita deve macerare e poi distillare. C’è il lavoro di scrittura poi, che è lavoro di ascolto e di sentimento; letteralmente: si ascolta la parola scritta e si sente quello che evoca. Il più delle volte si scrive quasi sotto dettatura, e anzi la poesia più autentica è quella che non cerchiamo, ma che accade dentro di noi anche quando non lo sappiamo o non lo vogliamo. Credo che la poesia possa solo sgorgare come necessità irrinunciabile; perciò sinceramente non capisco la costrizione cui ci si dovrebbe sottoporre per una gara di stile.

 La “speranza” che può salvare “la specie dominante”, titolo del tuo libro edito da Aragno, consapevole dei suoi estremi limiti, dove affonda le sue radici? Dove si nutre questa forza?   

La specie dominante si salva per istinto naturale, quell’istinto alla rivendicazione dell’umano che accade senza proclami e sempre, a dispetto di qualsiasi deriva nichilista, di qualsiasi abbrutimento. Da credente la speranza trova la sua linfa nella fede. Ma c’è un rapporto con il nostro essere carne/materia che rende il tutto molto concreto. Non intendo mai la speranza come vano affidamento a qualcosa di astrattamente imponderabile. Sempre da credente, sento la fede come un esperienza dell’uomo molto reale, concreta, tangibile. La più forte di tutte.

 

Come quando osservi per caso

uno qualunque

perché ti sembra di conoscerlo

e invece ti arrendi all’ignoranza

volti lo sguardo, lasci andare

 

così talvolta cogli un segno

che non leggi.

 

La verità ti ustiona e passa oltre

come uno che ieri ci parlavi

e oggi un altro dice è morto.

 

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Quelle persone già fuori

all’alba si muovono piano

scambiando parole di sonno

sulla sabbia fredda.

 

Vorrei sentire cos’è che dicono

cosa le sveglia, se voci, o pensieri

come i miei.

 

Le vedo dal treno che sale

lungo la costa, appaiono

al finestrino l’istante prima

di tornare nel niente che non so.

 

Dietro la solitudine di vetro

conforta sapersi somiglianti

operosi, nella forma di tutti.

 

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Vieni, ti voglio mostrare

la valle, il fiume in fondo

il ponte di ferro e attorno

boschi, montagne e il cielo.

 

Niente di tutto ciò sarà mai tuo.

Per quanto tu possa conoscere

il tempo tiepidamente sfilerà

come un colpo di tosse dentro il sonno.

 

Fai attenzione

i dinosauri furono specie dominante

per centosessantamilioni di anni.

Oggi se hai la fortuna

fossili rari.

 

Testi inediti dell'autore 

***

La terra che esploriamo

non ci appartiene

possiamo anche dimenticarla

se capita.

La abitano migliaia di viventi

che neppure conosciamo.

 

Però possiamo camminare

poggiare i piedi

sulle piazze maestose

 

se piove ci bagniamo come l'erba dei prati

piegandoci

e poi ci alziamo, finito il temporale.

 

Allora qualcosa rimane sottopelle

come un umore.

 

Possiamo quindi osservare e ascoltare 

vivere silenziosi

molecole nell'aria che popolano il mondo

non sapendo.

 

***

 

È un attimo di perdizione

nel gesto dell'amore, smarriti i corpi

in un pensare profondissimo.

 

Così fu, credo la creazione

fatta per guardare il mondo

e dire, come voce nel torace.

 

Suona la sveglia all'alba, la casa

negli odori che riposa.

Anche noi obbediamo a una luce

nella foschia che forza l'inverno

 

e si procede per tentativi, strappi di motore

per imparare a vivere un'ampia prospettiva

 

poi capita talvolta che ceda la ragione

ci abbandoniamo alla vertigine

la vita nell'abisso, assolutamente.

 

 

Da "La specie dominante", Aragno, 2014