Quando la politica è un videogame.

Per quanto esperimenti minori fossero stati tentati in passato, quest'elezione nazionale ha un fattore innovativo, tra gli altri: la Gamification. Vediamo di cosa si tratta, e in che modo potrebbe modificare il quadro politico futuro...

Ormai da tempo, la comunicazione politica è stata profondamente cambiata dall’avvento dei social network. La carta stampata – siano giornali o manifesti, particolarmente latitanti a queste elezioni – conta sempre meno; la TV ha un suo peso, certo, ma ormai anche i cinquanta e sessantenni sono sbarcati in massa su facebook (tra qualche ironia dei nativi digitali) e la rete si qualifica come uno degli spazi centrali nell’agone politico (come si è visto anche a Mondovì, alle ultime elezioni).

Tuttavia, questa competizione nazionale ha visto di recente un’ulteriore evoluzione, ma che potrebbe avere sviluppi futuri interessanti (o, a seconda dei punti di vista, preoccupanti): ce ne sono stati accenni minimi in passato, ed è invece stata usata in modo significativo da un candidato in questa elezione. Stiamo parlando dell’applicazione della Gamification alla politica. “Gamification”, come si intuisce dal nome, il solito anglismo, sta a indicare la trasformazione di una data attività in un gioco, per invogliare maggiormente il target a svolgerla. Il termine non è nuovissimo: è stato introdotto per la prima volta nel 2010, e da allora viene applicato alla promozione di vari prodotti, con minore o maggiore successo. “Black Mirror”, sempre lui, ha immaginato un mondo tutto basato sulla gamification: il secondo episodio della prima serie, “15 millions merits” (da cui è tratta l'immagine di copertina del post: doveva essere il primo, poi si è scelto “The National Anthem” meno interessante e più provocatorio): una società totalitaria futura si regge su un meccanismo che trasforma l’oppressione politica ed economica in un grande gioco a cui tutti partecipano volentieri.

Ecco: in questo 2018, le elezioni politiche italiane vedono un candidato premier che ha scelto (anche) la gamification per primeggiare nella rete. Penso molti sappiano di chi si tratti, ma non intendo qui parlarne, perché non è in senso stretto rilevante. In sostanza, per fare punti nel gioco a lui dedicato (che ha anche un sito, dove ci si registra per scalare le graduatorie) si devono mettere like ai suoi post. Curiosamente, non si parla di commenti o condivisioni, che sono in teoria un contenuto ancora più “prezioso” online: probabilmente perché queste potrebbero anche essere di tipo critico (e anche l’unico tipo di “reazione” di cui si parla è il like). Il che, forse, è un errore – anche se non mi permetto di valutare le strategie di professionisti - almeno secondo Oscar Wilde, per cui non esisteva pubblicità negativa. Si aggiunga che i premi, “a costo zero”, sono tutti legati alla celebrazione del politico stesso: ai livelli più bassi, quelli giornalieri, una telefonata e una foto condivisa sulla pagina FB del politico (che conta 2 milioni di follower, la più seguita pagina di un politico italiano: e questo, potenzialmente, ha un valore non solo affettivo, ma concreto, per il “personal marketing”).

I vincitori settimanali, invece, otterranno un incontro diretto col leader, che sarà filmato e condiviso. Ci si ferma qui: sarebbe stato interessante prevedere un riconoscimento concreto per un vincitore assoluto (una candidatura minore al prossimo giro elettorale delle comunali, ad esempio) che sancisse il valore effettivo di questa modalità di promozione. Il leader politico in questo modo prende tre piccioni con una fava: ottiene condivisioni gratis, si presenta come un personaggio desiderabile (la gente si sfida per aver l’onore di parlare con lui!) e, in ogni caso, fa parlare di sé – bene o male, in fondo non importa – per la campagna innovativa realizzata. In teoria, questo tipo di promozione è scoraggiato da facebook, che però presumo sia in difficoltà di immagine nel cancellare il profilo di un candidato premier tra quelli di maggior successo a pochi giorni dalle elezioni (candidato che potrebbe risultare, tra l’altro, tra i vincitori). “Black Mirror”, come è noto, si era occupato di elezioni, immaginando il pupazzo virtuale Waldo candidato prima per scherzo, poi sul serio in un seggio alle elezioni inglesi. Ma, a parte il paradosso del candidato virtuale, la campagna di Waldo era scorretta, aggressiva ma tecnicamente “tradizionale”: un sottile fascismo che si dissimula sotto la scusante dell’ironia. Qui è tutto corretto, politicamente parlando, e c’è qualcosa di più innovativo, che finora nemmeno Black Mirror aveva previsto.



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