La questione Cambridge Analytica

Il recente scandalo Cambridge Analytica ha riportato sotto i riflettori la questione privacy sui social media e ci ha fatto riflettere sulle solite domande ontologiche: da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? Che cosa condividiamo? Perché il vero pericolo per i tuoi dati sei proprio tu.

Scoprire che i social fanno business utilizzando i nostri dati è come scoprire che l’acqua bolle a cento gradi. Se vi foste mai chiesti come faccia un’azienda a pagare ingegneri, addetti al marketing, server e infrastrutture e offrire gratuitamente i propri servizi a miliardi (miliardi!) di utenti nel mondo (fatturando, nel caso di Facebook, quanto il PIL dell’Uruguay) senza chieder loro una lira, la risposta è proprio questa.

Ma per quanto questa risposta possa sembrare palese e scontata se osservata esternamente, da utente singolo racchiuso nella propria bolla è davvero facile perdersi nella nebbia e non vedere al di là del proprio naso. Eppure c’era specificato tutto molto chiaramente, sul contratto che abbiamo firmato quando ci siamo iscritti. Certo, erano duecento pagine redatte con un carattere minuscolo e in un gergo assolutamente incomprensibile, ed è difficile credere che basti davvero un click per rinunciare al nostro sacrosanto diritto di non far sapere a nessuno che preferiamo la Pepsi alla Coca Cola (vergogna!). Se per il privilegio di poter mettere ‘Mi piace’ alle gif di gattini che ballano tocca purtroppo sacrificare un po’ di privacy, il problema è che non riusciamo a renderci conto di cosa stiamo regalando di noi, e le informazioni che ci vengono fornite a riguardo, soprattutto quando scoppiano degli scandali, sono tutt’altro che precise (ce ne aveva parlato dettagliatamente Tommaso Fia qualche tempo fa qui).

Facebook (o Twitter, o Instagram, o YouTube, il discorso vale per tutti) non vi ruba i dati: siete voi che glieli cedete, per poi offendervi quando scoprite che li utilizza. Facebook non vi ruba le password o il PIN del vostro conto corrente. Facebook non vi spia. O per lo meno, non lo fa nelle modalità che il termine ‘spiare’ può far intendere. Zuckerberg non dovete immaginarlo come un agente in incognito, avvolto nel suo trench sotto la pioggia a Check Point Charlie, Berlino Est, nel 1984. Zuckerberg è lì fuori, alla luce del giorno, vi ha suonato al campanello e vi ha chiesto se in cambio di un rilascio di dopamina poteva osservarvi e vedere i vostri comportamenti, i vostri gusti, e le vostre abitudini di tutti i giorni. Per poi prenderne appunti e farne quel che vuole, ovvero vendere queste informazioni a quelli che vogliono vendervi dei prodotti. Cioè chiunque abbia soldi per comprarle. Non c’è nulla di illegale in tutto questo, perché siete stati voi a dirgli che poteva farlo (anche se forse non vi era chiaro). Ma c’è un ma: voi avete (o per lo meno pensavate di aver) concesso solo a lui il permesso di utilizzare queste informazioni. Ed è qui che comincia lo ‘scandalo’ di Cambridge Analytica. Avete presente quelle app su FB dove rispondendo a poche semplici domande potete scoprire (finalmente!) a quale cane somigliate, quale è il vostro frutto guida o a quale VIP (di sesso opposto!) morto somigliate di più? Ecco, voi concedete a chi sviluppa queste app il diritto di poter accedere a parte di queste informazioni: qual è il vostro gusto di gelato preferito, se siete più da gatti o da cani, se siete #teampandoro o #teampanettone, quale è la lista dei vostri amici (i quali presumibilmente condividono buona parte dei vostri gusti).

Quando le installate vi viene chiesto di accettare o meno l’elenco di informazioni che concedete. Io spesso manco lo leggo, perché non vedo l’ora di scoprire a quale personaggio dei Simpson rassomiglio di più (ma se siete come me, vi consiglio una visita a tosdr.org).

(Lionel Hutz??? Davvero??? 🙁 )

Gli sviluppatori di tali app però, da contratto con Facebook, hanno diverse limitazioni sull’utilizzo e soprattutto sulla diffusione dei dati raccolti con enti terzi: loro possono accedere ai dati che noi abbiamo autorizzato ma non possono a loro volta rivenderli. Lo scandalo di Cambridge Analytica nasce proprio da questo punto: Alexander Kogan, sviluppatore della app thisisyourdigitallife ha girato a Cambridge Analytica i dati raccolti tramite la sua app. Grazie a questi dati l’azienda ha potuto creare un profilo molto dettagliato di un campione significativo della popolazione social, e poi creare pubblicità ad hoc (o fake news) da proporci sul social network, in modo da influenzarci. Preferisci le penne agli spaghetti? Lo sapevi che anche Trump ha un debole per la pasta corta? Non ti piacciono i cani? Sapevi che Hillary invece ama i cani e che mio cugino mi ha detto che una volta ha ucciso un gattino? Vendi ruspe? Lo sapevi che c’è un politico che promette di comprarne un bel po’ in caso venisse eletto? Lo sapevi che il vicepresidente di Cambridge Analytica è colui che ha diretto la campagna elettorale del candidato vincente alla Casa Bianca? E così via. Quando Facebook ha scoperto la cosa, ha intimato a Cambridge Analytica di cancellare tutti i dati di cui era entrata in possesso. In pratica gli ha detto di buttare i file nel cestino.

Cambridge Analytica ha scritto una lettera in cui giurava di averlo fatto, a Facebook è andata bene così (avrebbe dovuto controllare che fosse vero, ma come si fa a garantire che un file sia sparito davvero?) se non che poi tutta la questione è salita alla ribalta ed è stata riassunta dai media così: "Facebook vi entra nei profili e vi ruba i dati sensibili".

(Ammetto di aver controllato anche io se sul conto corrente fosse tutto a posto, poi ho visto 10 euro e ho tirato un sospiro di sollievo: nessuno mi aveva rubato nulla!)

Non che Zuckerberg non abbia colpe, per carità. La risposta di Facebook è stata di sicuro carente e poco trasparente, e non è la prima volta che accade. Però, al di là della questione specifica, il problema è molto più semplice e allo stesso tempo complesso: il mondo digitale ha tempistiche e regole molto diverse da quello naturale, ma noi siamo esseri in carne ed ossa e, per quanto ormai ci consideriamo ‘digitali’ da una generazione, tendiamo ad applicare il nostro universo di regole e di valori a una realtà di avatar in bit e pixel per il semplice fatto che è l’unico modo per poterla in qualche modo capire. Nessuno ci spia fisicamente, e il Grande Fratello, quello totalitario, pervasivo e repressivo al quale siamo abituati è altra cosa da quello social, che si nasconde dietro a un bottone e al contrario vuole che tu sia libero di agire per studiarti meglio e venderti proprio quello che vuoi.

Perché te lo ha detto lui, cosa vuoi.

L’educazione digitale (ancora) non la si insegna a scuola e sicuramente un bel corso accelerato di utilizzo e consapevolezza social aiuterebbe, se non altro a non cadere dal pero ogni volta che scopriamo di aver ceduto alcuni nostri dati ad aziende che li hanno utilizzati per trarne profitti. Essere vittime di fake news non è però questione solo di faciloneria: è un problema molto più profondo legato alle bolle che si creano nella nostra vita social, dove crediamo di esser liberi ma davvero, e strutturalmente, siamo isolati: cluster di metadati a cui affibbiare un’etichetta ("se NON mi etichetti, mi annulli" forse direbbe ora Kierkegaard?).

Ancora non abbiamo ben capito questo mondo virtuale ma sempre più reale che sta affiancandosi fino a sovrapporsi al nostro, e il pachiderma burocratico-legislativo si muove lentamente e goffamente. Lo sviluppo del mondo social e delle sue regole e meccanismi sta avvenendo molto più velocemente della nostra capacità di comprenderlo, adeguarci e controllarlo.

È così per ogni nuova scoperta, e per ogni nuovo cambiamento a livello sociale, con la differenza che questo sta avvenendo alla velocità della luce.

Non fraintendetemi, sono assolutamente convinto che non ci sia nulla di male nel naturale sviluppo virtuale della società umana. Anzi, al di là del bene o del male la questione privacy è una conseguenza naturale della società digitale: non basta pensare di non iscriversi a Instagram o a cancellare Whatsapp per sfuggirvi, così come non bastava dedicarsi all'eremitaggio per sperare di bloccare lo sviluppo urbano della civiltà. Per ora però ci troviamo ancora come i primi navigatori arrivati nelle Americhe: assolutamente convinti di sapere dove ci troviamo, ma completamente da tutt’altra parte. Poco per volta ci arriveremo, e da pionieri quali siamo cominceremo a capirne le dinamiche, farle nostre, scrivere leggi, mettere paletti ed essere finalmente davvero liberi.

O forse no, e allora il mondo virtuale somiglierà davvero un po’ di più a quello reale. E viceversa.



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