La chimera: i vassalli dell’inquisizione arrivano da Mondovì

“La chimera”, il celebre romanzo di Vassalli ambientato nel Seicento, ha una connessione con il monregalese dell’epoca, meno blanda di quanto potrebbe sembrare.

“La chimera” (1990) è forse il più celebre dei romanzi di Sebastiano Vassalli (1941-2015). Lo scrittore, recentemente scomparso, era nato a Genova ma aveva sempre vissuto nei pressi di Novara, che sarà l’ambientazione prevalente delle sue opere quando, dopo la fase sperimentale legata al Gruppo 63 e alla Neoavanguardia, tornò al romanzo storico. L’opera è indubbiamente molto interessante: vincitrice del Premio Strega, parla – pare una tautologia – di un processo a una presunta strega novarese, evento storico realmente accaduto nel 1610, anno di ambientazione del romanzo.

In molti hanno visto nella Chimera un rovesciamento dei Promessi Sposi del Manzoni, e con più di un fondamento: ambientato negli stessi anni, in una zona non lontanissima e non dissimile, vede la presenza di molti degli stessi elementi cardine del romanzo: i bravi dei signorotti locali, i lanzichenecchi, il clero nelle sue varie sfumature. Il vescovo Carlo Buscapé, personaggio storico, proprio in quel 1610 riusciva a far canonizzare Carlo Borromeo, cugino di quel cardinal Federigo Borromeo vescovo milanese che rappresenta il polo positivo della chiesa nei Promessi del Manzoni (Buscapé è invece un vescovo inetto, perennemente sconfitto negli intrighi curiali).

Se l’ambito è quello, il fulcro è invece su uno dei grandi rimossi del Seicento manzoniano: la caccia alle streghe, che all’epoca ebbe la sua ultima grande fioritura (qui siamo vent’anni prima, ma l’apice sarà appunto in connessione alla Peste manzoniana, anche presso di noi, mentre Manzoni si focalizza soltanto sulla più “laica” caccia agli untori).

E su questo troviamo una connessione alla Mondovì del periodo, perché il padre nobile sullo sfondo dell’Inquisizione novarese è, per l’appunto, Michele Antonio Ghislieri, salito al soglio pontificio come San Pio V. Lui, infatti, è l’ispiratore e il protettore di Domenico Buelli, fondatore di una potente congregazione domenicana di cui è erede il Manini, l’inquisitore che mette sotto processo la protagonista Antonia. Lo stesso Vassalli parla esplicitamente di Ghislieri in un passaggio apparentemente marginale, ma che lo chiarisce come la vera ombra che si allunga sulla Novara del Seicento:

Una citazione forse non così encomiastica per il grande vescovo, papa e santo, che tuttavia è a suo modo una ennesima prova della sua enorme importanza nella cultura italiana, anche in tempi moderni.

Oltre che al Manzoni, “La chimera” può essere in parte vista anche come un contraltare ad Eco: gli anni ’80 italiani si erano aperti, in letteratura, col suo “Il Nome della Rosa”, dove il tema del medioevo, dell’inquisizione, della cultura religiosa tra luci ed ombre era stato declinato in chiave più gotica e postmoderna a un tempo (non manca nemmeno una strega processata e mandata al rogo, benché più marginale). E di soli quattro anni prima era il famoso film con Sean Connery (semplificato, e disconosciuto da Eco) nelle parti di un – positivo – frate inquisitore. Dove Eco gioca coi bizantinismi del postmoderno, Vassalli sceglie la crudezza verista della rappresentazione del mondo contadino. Ma la cosa curiosa è che anche il romanzo di Eco ha – a suo modo – una blandissima connessione con il monregalese, e con una sua eminente figura religiosa. Ci torneremo.