Tecnologia ed empatia, l’evoluzione dei dinosauri: Jurassic World – Il regno distrutto

La saga sulle creature giurassiche lanciate dalla coppia Crichton/Spielberg arriva al quinto capitolo. Ma avventura, paura e giganteschi sauropodi non si limitano solo ad intrattenere.

TRAMA

Dopo i fatti avvenuti nel Jurassic World sull'isola di Nublar 3 anni prima, si discute sul destino dei suoi abitanti, i dinosauri, minacciati da un'eruzione vulcanica. Lasciarli  sull'isola li condannerebbe all'estinzione, evacuarli risulterebbe un rischio floro faunistico globale. Attorno a questa decisione si muovono il Dinosaur Protection Group per salvaguardia dei dinosauri, e l'assistente dell'anziano Benjamin Lockwood, Eli Mills. Intanto una misteriosa creatura prende vita nei laboratori.

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Quando uscì nel 1993, Jurassic Park fu un fenomeno mediatico di massa, aprendo alla moda dei dinosauri che travolse soprattutto i ragazzi del periodo in età scolastica. Predisposti all’avventura e freschi di studi in materia, i giovani si sono scoperti smaniosi appassionati di archeologia, aiutati in questo dal mito dello studioso avventuriero Indiana Jones, che ha perversato per tutti gli anni ‘80. Generazionalmente più vicino a quegli adulti che agli inizi degli anni ‘90, hanno visto risvegliare il fanciullino che è in loro, proprio grazie al risorgere delle spaventose e magiche creature preistoriche. Le nuove tecnologie in CGI permettevano per la prima volta una resa efficace del movimento delle creature, che hanno così potuto abbandonare la relativa staticità dell’illustrazione su carta per trasferirsi al dinamismo del grande schermo, con una resa più fluida rispetto al modellismo e alla stop motion padroni incontrastati degli effetti speciali fino a quel momento. Questa è stata la grande scommessa di Spielberg, abile ad intrecciare una trama tecno-archeologico-visionaria, fedele al romanzo di Michael Crichton, co-sceneggiatore del lungometraggio, con sequenze di grande impatto visivo, ampiamente entrate nella memoria collettiva: come l’incontro coi giganteschi sauropodi e lo scontro col T-Rex, oltre all’arrivo sull’isola parco in elicottero sulle note di uno dei temi musicali più celebri di John Williams. Seguiranno altri due capitoli “Il mondo perduto” del 1998, griffato dallo stesso Spielberg e Jurassic Park III del 2001, troppo severamente bistrattati e velocemente dimenticati. Si è dovuto attendere 14 anni per rivedere aperto il Jurassic Park, col quarto capitolo della serie nelle sale nel 2015, e diretto predecessore di questo. Tale attesa è dovuta soprattutto alla scomparsa del suo creatore letterario Michael Crichton, avvenuta nel 2008, in piena preparazione dei nuovi episodi. Autore noto soprattutto per i suoi fanta thriller d’avventura, Crichton è stato più volte regista oltre che sceneggiatore per piccolo e grande schermo. Sua la direzione nel 1973 de “Il mondo dei robot”, progenitore della serie tv “Westworld” sugli scudi nelle ultime stagioni. Già da questo suo lavoro si intuiva quale fosse la struttura narrativa e il segnale di stile che avrebbe contraddistinto la sua carriera, incentrata su racconti che parlano di tecnoscienza sperimentale e anticipazione fantascientifica, inseriti in un contesto avventuroso a contatto con una natura animale e vegetale selvaggia; interrogandosi costantemente sui possibili imprevisti alla tesi di partenza, creando di volta in volta eventuali scenari alternativi.

La domanda “cosa accadrebbe se fosse possibile riportare in vita i dinosauri?” E’ alla base di Jurassic Park, e permette di aprire oltre che ad una storia affascinante, anche a diversi spunti di riflessione sulle possibilità future della scienza, sugli eventuali rischi e sul confronto etico a cui inesorabilmente si andrà contro. Crichton non accusa o accondiscende l’evolversi estremo della tecnologia, ma semplicemente lo scruta, orientandosi come il suo personaggio di invenzione Iam Malcom, matematico e teorico del caos, lasciando nelle mani e nella responsabilità dell’uomo l’uso di quella tecnologia che inevitabilmente avrà a disposizione. Le conseguenze sugli esperimenti sul DNA del primo film ci portano gioco forza agli avvenimenti di questo nuovo capitolo, ma seguendo sempre lo stesso principio alla base della tecnoscienza letteraria, siamo di fronte ad un nuovo argomento di interesse: la genetica, nella fattispecie mutata. Crichton aveva parlato di evoluzione nei primati con Congo, questo film ne è un'alterazione del concetto, e la genetica serve per la creazione di un superpredatore, costruito a seguito di numerosi esperimenti ed innesti di DNA da svariati dinosauri. Il risultato di questa mutazione forzata ci viene lasciato lungamente nascosto, con l’ovvio intento di accrescere l’attesa per la comparsa della creatura avvolgendola in un alone di mistero. Regista e sceneggiatori decidono di aprire lo scrigno delle paure, utilizzando fedeli escamotage cari ai film horror del passato, giocando con le ombre sulle pareti, e con la luce improvvisa dei fulmini sulle sagome, e con gli spazi, claustrofobici o agorafobici. Lasciando che il terrore non scorra nelle violenza della lotta, ma emerga da una paura primordiale, capace di immobilizzarti o darti la forza di fuggire a rompicollo. Se la pellicola è ricca di azione e inseguimenti, non si ha, come troppo spesso accade, l’impressione di sentirsi all’interno di una centrifuga, il montaggio di immagini è veloce ma non frenetico, e si è sempre nelle condizioni di capire cosa stia succedendo. Ma il vero punto forte del film è la resa emotiva dei dinosauri, non più enormi rettili capaci solo di grugnire, ma animali in possesso di un’anima e di una loro intelligenza. Se il più pericoloso e artificioso di essi è da eliminare, tutti gli altri indipendentemente dalla loro natura sono da salvare, ed oltre alla ovvia morale ambientalista, il film è capace di farci provare empatia per queste enormi e ormai estinte creature.

Il film apre a molte possibili sviluppi narrativi, ed accende l’interesse per diverse tematiche, che presto potrebbero essere molto attuali. In particolar modo quella riguardo la clonazione. Nel ’93 si parlava di clonazione di animali, questa si è formalizzata nel 1996, ora il discorso viene allargato a quella umana, e se il cinema ha sempre precorso i tempi, e quello nato da Crichton ancor di più, è possibile che questo scenario si possa presentare, andando incontro ad inevitabili ed ovvie ragioni d’etica.

Juan Antonio Bayona realizza un blockbuster di qualità, capace di riaccendere il desiderio di avventura degli adulti e coinvolgendo naturalmente i più giovani, spaventandoli ed aiutandoli a ragionare e a costruirsi un proprio pensiero. Un giusto compromesso di intrattenimento e riflessione, probabilmente è questa la rotta che il cinema deve seguire.

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