Zanzanù: «Storie di disperata ribellione»

Una band monregalese ha dato vita ad un progetto musicale sui generis: un concept sul banditismo e sulla storia locale, con riferimenti anche non troppo velati all’attualità

Nel covo degli Zanzanù

Il fruscio di una ruota di bicicletta, un ritmo tribale, suonato con oggetti, più che con strumenti, come se in un’officina oscura lavorasse un fabbro demoniaco. Si trascorrono appena due lunghissimi minuti in quest’anticamera misteriosa e inquietante, prima che dagli altoparlanti inizi a sfrigolare la chitarra di Lorenzo Basso e che la batteria di Stefano Frongia scateni tutta la potenza della band. L’ascoltatore è introdotto così alla “Corte dei miracoli” (nomignolo che storicamente indicava il covo di briganti, nullafacenti, e varia umanità) degli Zanzanù, il progetto nato dall’incontro di alcuni musicisti storici del Monregalese. A cominciare da Lorenzo Basso, ex-basso dei Feed the dog, e Stefano Frongia, batterista dei Dub Fire, per proseguire con Davide Musizzano, cantante di grande versatilità e solidità tecnica, a lungo voce dei Dead man’s miracle. Recentemente al power trio si è unito anche Marco Ferrua, già bassista dei Lou Seriol. Una “superband” monregalese, insomma, che porta sul palco un mondo scomparso, tenebroso, truce ma dal fascino sinistro. Quello dei briganti, che trovavano asilo negli anfratti dei boschi e delle montagne (anche in Piemonte) per  compiere le loro scorrerie, pirati della terra in cerca di libertà e riscatto dal potere, capaci di gesti di grande coraggio e di grande efferatezza. Il nome stesso della band  richiama a una figura storica, il bandito veneto Giovanni Beatrice. Così, intarsiate su un rock molto scarno e diretto, senza fronzoli, e cantate dalla voce graffiante di Musizzano, scorrono le storie e gli aneddoti di un’epoca passata, alcuni molto curiosi, come quello che sta dietro alla “cesta di teste sbagliate” (e di cui si parlerà più diffusamente più avanti). Il disco “Ortopedia Morale dei ceti popolari” è, insomma, un viaggio culturale a tutto tondo, che coniuga in un mix inedito il rock ‘n roll più rovente, anni ’90 con l’immaginario
storico del XVII e del XVIII secolo, tra storie di violenza e redenzione, giustizia sommaria e ingiustizia di stato, ricchezza e povertà ma, soprattutto, raccontando l’inesauribile sete di libertà che affligge gli esseri umani, oggi come qualche centinaio di anni fa.

Parlateci di voi. Come nasce il progetto “Zanzanù” e quale è stato il percorso che vi ha portato al vostro primo album, “Ortopedia Morale per i ceti popolari”?

LORENZO: «Tutto è iniziato insieme a Ste (batterista, ndr), tre anni fa. Da tempo avevo un bel po’ di materiale per chitarra, brani e riff, e, insieme, abbiamo iniziato a dare corpo ai pezzi. L’idea di una sorta di concept sul banditismo mi frullava già in testa, e l’incontro con Davide (cantante, ndr) è stata la svolta. Non avevamo mai suonato insieme, ma lo ammiravo sia sotto l’aspetto umano che sotto quello artistico.

DAVIDE: “Zanzanù” è un parto di Lorenzo e Stefano. Quando mi hanno parlato del progetto, avevano già strutturato e registrato tutti i brani strumentali. La scelta di ispirarsi a figure storiche reali come i briganti mi ha convinto a mantenere aderenti al tema anche tutti i testi, e così abbiamo optato per provare la scrittura in italiano. Mi son messo a leggere libri, a “studiare”, e intanto si provavano le soluzioni melodiche più efficaci in sala prove. Quasi un anno dopo abbiamo registrato le parti vocali e così abbiamo dato vita al nostro primo album.

Giovanni Beatrice, detto “Zanzanù”. Bandito. È lui che dà il nome alla vostra band. Cosa vi ha ispirato di questo personaggio?

L: Ho letto la prima volta di lui in un libro intitolato “Briganti romantici” e mi ha subito affascinato e incuriosito il fatto che rispondesse comunque a una sorta di codice etico, un partigiano dei suoi tempi, capace di ribellarsi alle prepotenze dei nobili. Una sorta di Robin Hood italiano, se lo vogliamo idealizzare.

D: “Zanzanù”. Il suono, la sonorità e la riconoscibilità hanno giocato un ruolo fondamentale nella scelta del nome della band. In seconda battuta, la varietà di personaggi ed aneddoti che ruotano intorno all’epopea familiare di Giovanni Beatrice, bacino utilissimo per la narrazione. E inoltre il fatto che potesse essere l’esempio classico di “bandito sociale”, che si trova suo malgrado alla guida di un piccolo esercito di disperati che si ribellano allo strapotere e alle prepotenze di una famiglia “avversaria”.

Briganti e banditi: un concept particolare, che fa di voi una band unica del suo genere. Perché focalizzarsi su questo mondo? Se doveste citare l’aneddoto che più vi ha colpito?

L: Dopo anni passati a leggere e scoprire la storia partigiana delle nostre valli e non solo, mi è venuto naturale interessarmi alla nostra storia locale. Sempre più incuriosito, ho scoperto vicende legate alla “Guerra del sale”, alle invasioni franco-spagnole prima e quelle napoleoniche poi, all’occupazione dei Savoia… E di conseguenza tutto il mondo del brigantaggio. Personaggi come Mayno della Spinetta, e poi fuori dai nostri confini Crocco e Zanzanù… Ci sono tantissime vicende di disperata ribellione. Storie molto interessanti di vita vera, che mi hanno fatto capire che quello della pace è un concetto relativamente recente per la nostra terra, che i suoi bei conflitti li ha sempre avuti fino alla fine della seconda guerra mondiale. L’aneddoto che più mi piace citare è l’assalto da parte di Mayno al convoglio che trasportava il Papa all’incoronazione di Napoleone... una pazzia niente male. Non avevano niente se non le loro vite, questo li rendeva azzardati, incoscienti, senza nulla da perdere. Morivano male e quasi sempre giovani, sotto i 30 anni, e spesso su un patibolo.

D: Un modo di vedere la resistenza, o meglio, esempi di reazione ad una situazione contraria. Nessuno vive in un clima di pace, anzi, sia nel caso di Zanzanù come di Mayno della Spinetta, entrambi subiscono l’occupazione e il controllo da parte di un potere estraneo, che sia la Repubblica di Venezia o Napoleone. E poi, oltre ai “banditi sociali”, ci sono quelli che sono soltanto dei disperati che hanno fame. In ogni caso non abbiamo mai avuto l’intenzione di dare giudizi, ma solo recuperare pezzi di vita vissuta. Nessuno è completamente buono, nessuno è completamente cattivo. Più che un aneddoto, mi ha colpito particolarmente venire a conoscenza della legge “Liberar bandito” della Repubblica di Venezia, che dava piena possibilità ai facoltosi “cacciatori di taglie” di restare impuniti anche nel momento in cui le prede della “caccia” non fossero effettivamente pregiudicati, ma solo vittime di un errore (omonimia, somiglianza fisica, ecc..).

Immagine di Vanessa Medusa

 Il vostro lavoro è quasi un’analisi storica, e credo sia stato geniale riproporre accanto ai testi (in italiano) anche una sinossi a cui fare riferimento. Insomma il vostro cd è da ascoltare, ma anche da
leggere…

D: I testi volutamente non sono didascalici, e i riferimenti ai fatti da cui traevano spunto sono poco comprensibili, quindi poteva essere interessante offrire una “chiave di lettura”, ma solo abbozzata, giusto per dare un lieve stimolo. Poi ognuno ascoltando e rielaborando si crea la propria visione. Nei vostri testi parlate di fatti avvenuti nel passato, eppure non è sbagliato trovarci dentro una carica morale e sociale che abbraccia l’attualità in vari suoi aspetti...

Nei vostri testi parlate di fatti avvenuti nel passato, eppure non è sbagliato trovarci dentro una carica morale e sociale che abbraccia l’attualità in vari suoi aspetti...

L: Certo! Le ingiustizie e le disparità sociali e quindi economiche esistevano allora come adesso. In passato la nobiltà schiacciava il popolo e lo affamava con gabelle assurde, basti pensare a quelle imposte sul sale dai Savoia, quando il sale serviva a conservare il cibo ed era indispensabile come per noi la corrente elettrica. Oggi ci costringono ad un lavoro che troppo spesso odiamo, illudendoci di avere una vita gratificante, quando troppo spesso siamo solo dei consumatori. I metodi sono più sottili forse, ma il succo è quello: c’è sempre chi sta sopra e chi sta sotto. Pensa ai migranti di oggi…

D: Centrato in pieno. In verità il riferimento storico è un pretesto per parlare del presente. Anche il tono non è volutamente descrittivo o troppo aderente ai fatti, ma lascia libero spazio all’interpretazione, perché può essere adeguato ad un tempo presente e ad una situazione più personale. O ancora meglio, per rendersi conto che nonostante siano passati cinque secoli non abbiamo fatto tutto “sto scatto evolutivo”…

Siete musicisti “storici” nella scena monregalese: “Dead Man’s Miracle”, “Lou Seriol”, “Dub Fire”, “Feed The Dog”, per citare alcune band di cui avete o fate parte, e che ci lasciano intravedere sfumature rock, metal, reggae, folk… Alla luce di questo è diffiffi cile etichettarvi: ma allora cosa possiamo dire della musica degli “Zanzanù”?

 L: I brani nascono da me, un bassista di formazione che voleva cimentarsi con la chitarra. Le varie esperienze che abbiamo incontrato sulla nostra strada sono un bel valore aggiunto. E anche l’ingresso di Marco (il bassista, ndr) nel gruppo ha fatto molto bene al sound, ora bello gommoso, rotondo e potente, e questo mi aiuterà con nuove soluzioni… Non amo vincolarmi in cliché: se un’idea funziona e mi piace, la propongo. Eppure credo di aver trovato un mio modo, il mio suono.

D: In un momento in cui ai musicisti si suggerisce di essere sempre più “di genere” proprio per essere facilmente catalogati e targettizzati, noi scegliamo di andare nella direzione opposta. Così come viene superata l’idea di album completo, ma si tendono a sfornare singoli frammentati, noi facciamo una sorta di concept. Abbiamo la ferma volontà di non arrivare da nessuna parte, ma almeno facciamo quello che ci piace.

Il nostro giornale ha più volte affrontato la spinosa questione di dove poter proporre musica alternativa in Granda. Le difficoltà sono tante e gli spazi sempre minori...

L: La crisi c’è eccome, sotto vari aspetti... Gestire un locale è diventato decisamente oneroso negli ultimi anni, molti improvvisati ne hanno aperti e chiusi, ma non è così facile come sembra da fuori. È un lavoro per cui devi essere tagliato e farlo con passione. Troppi locali chiamano gruppi a suonare perché le vedono come una becera forma di intrattenimento, non come qualcosa di culturale, e dimostrazione sono il proliferare di tante cover band. Ci sono meno soldi, i controlli stradali per il consumo di alcool... Ma il vero problema è quello storico, di un cambio generazionale che sembra disinteressato alla musica live. Insomma, mi pare che ci sia un appiattimento culturale non da poco. Non che non sia mai successo, per me gli anni ’80 hanno rappresentato un po’ questo. Credo che la cosa si riprenderà da sé: i giovani, semplicemente, torneranno a interessarsi di qualcos’altro che non sia la “Trap”... Con amici organizziamo da due anni il “Forrest Camp”, un piccolo festival di musica indipendente: credo che di eventi come questo ce ne vorrebbero di più, una sorta di resistenza musicale, nell’era di Internet, della musica scaricata e non ascoltata, dove l’80% è immagine e basta.

Il vostro primo album è appena uscito e già siete al lavoro sul secondo.
Ci saranno novità? Continuerete a parlare di… banditi?

L: Ho già una quantità più che buona di materiale per il nuovo disco e spero di poterlo registrare in autunno. Tratteremo le stesse tematiche: abbiamo discusso di alcune idee, ci saranno racconti che riguardano il nostro territorio: uno partirà da una via di Mondovì che cela un vecchio e tragico fatto. E poi chissà cosa frulla in testa a Davide…

D: La differenza principale col primo album è che i brani li stiamo sviluppando insieme, e quindi potrò intervenire meglio su melodie e testi. Abbiamo più chiaro il suono che vogliamo ottenere e come lavorarci. È probabile che le tematiche restino le medesime, ci sono ancora parecchi spunti da sviluppare. Magari non così incentrati sul banditismo, ma sulla storia locale. 

                       

                               

                                 

Giovanni Beatrice detto Zanzanù (1576-1617)

Suddito della Repubblica di Venezia, fu uno dei più noti banditi della Serenissima. Agì con una banda di complici, detta “degli Zannoni”, nella Riviera di Salò e nell’Alto Garda del Principato vescovile di Trento. Divenne in breve con le sue imprese criminali la preoccupazione dei provveditori veneti. Il 17 agosto 1617, in seguito ad un tentativo di sequestro del facoltoso Giovanni Cavalieri di Tignale, fu inseguito da giovani del paese e ucciso dopo un furioso scontro a fuoco. Il suo corpo fu portato a Salò, appeso alla forca ed esposto al pubblico fino alla consumazione, mentre la testa fu consegnata a Brescia alle autorità. La controversa e leggendaria figura di Giovanni Beatrice è ricordata ancor oggi dalla popolazione della zona: se alcuni lo additano come il terribile bandito autore di numerosissimi omicidi e di efferate azioni, altri ritengono che Zanzanù godette di una certa simpatia e di consenso tra la gente, tanto che a dar la caccia al brigante furono sì dei popolani, ma pare istigati da quei nobili, possidenti, ricchi mercanti contro i quali Zanzanù si accaniva. 

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