¡Que viva l’Oc!

Venerdì 19 ottobre i Lou Seriol presentano l'uscita del nuovo disco

Spesso ci si riempie la bocca, in musica, di cosa faccia cultura, di cosa serva la cultura in musica e di come questa possa essere tramandata. Tradizione culturale e cultura “pop”, nel suo senso più vero e profondo del termine, cioè popolare, per decenni (se non secoli) sono andati a braccetto. A metà del '900 poi è arrivato qualcuno dall'altra parte dell'oceano (Andy Wharol) a dirci che il “pop” era qualcosa di diverso dalla cultura, e che però poteva servire a far soldi perchè arrivava a tutti, e quindi viva la cultura di massa, e la sua arte; da cui ne è comunque derivata una forma di cultura. Questo però accadeva nelle grandi città, nelle capitali del mondo, nei grossi centri di aggregazione di pensiero e di persone, ma nelle campagne, sui bricchi o nelle vallate montane, cosa era cultura, come si tramandava una tradizione e da cosa questa rappresentata e formata.
Per un altro quarto di secolo ci si è tutti concentrati sulla cultura di massa, su quello che Calvino ha raccontato in Marcovaldo, fino a che – almeno nel nostro Paese – qualcuno è riuscito ad accendere un riflettore, con motivazioni e modalità assai ambigue, a portare l'attenzione sul particolare, sulla zone “dimenticate”, quella provincia raccontata da Nuto Revelli, che cominciava ad uscire dal suo senso di sconfitta, con tutte le sue dinamiche e le sue peculiarità. Se c'è una cosa positiva che questo movimento d'opinione ha contribuito a creare è stato il rendere “di tendenza” alcune antiche abitudini popolari, tra le quali l'uso della comunicazione verbale attraverso il dialetto e le tradizioni delle storie tramandate per via orale e soprattutto attraverso i codici di comunicazione di intrattenimento più usati e immediati, ossia la musica e il ballo.
Il nuovo incontro della comunità piemontese intera, quella di pianura, con la tradizione della musica occitana è ricominciato in quel momento, agli inizi degli anni '90; nonostante la cultura occitana, in valle - ossia quelle tra il cuneese e la provincia di Torino - non fosse mai scomparsa, anzi. C'era chi la cantava e c'era chi l'aveva sempre mantenuta e tramandata, senza fini “politici”, ma per esigenza identitaria, con un'idea ben più “internazionalista”, non tanto a difesa di una tradizione, ma come popolo, transnazionale, persone accomunate da costumi, una base linguistica comune, e una musica popolare fatta di danze e canti che si estendevano dalla Val d'Aran (Spagna) fino a noi; un mondo fatto di integrazione nel tessuto culturale europeo e ben poco toccato dall'idea di voler issare palizzate a difesa.
Su queste basi, e con questa idea di fondo che parte il nuovo album dei Lou Seriol, insiem ai Lou Dalfin, la band che più di tante altre ha fatto del proprio orgoglio occitano un modo per portare all'estero (ossia al di fuori confini della Valle Stura) questo profondo senso di appartenenza. E nel nuovo disco che i fratelli Degioanni e soci presenteranno venerdì 19 ottobre al Troll di Vernante (in concomitanza con l'uscita sui principali digital store e distribuito da Egea Music), lo cantano come in un vero e proprio manifesto, ben più di quanto fatto in passato. Occitan, titolo del disco, è la lingua attorno alla quale si sviluppa un vero e proprio movimento culturale, ma è anche la lingua che viene parlata, lingua che è ancora cuore, sangue e linfa vitale che scorre ancora, seppure in poche zone del nostro pianeta, e che si ha il compito di tenere vita.
Da Occitania, brano d'apertura e manifesto dell’album, il disco si sviluppa lungo un percorso fatto di tradizione popolare (Zen) e attualità (Costellacion), di danze antiche come i circoli circassiani o le chapelloise e di “invasioni” dentro generi musicali più moderni.
Il filo conduttore di tutto è la lingua occitana che non racconta solo aneddoti ma trasmette e da voce a pensieri forti e tematiche attuali (es: immigrazione, questioni sociali e politiche) che le consentono di essere contemporanea, di continuare a vivere e ancora di evolvere.



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