Stan Lee, il fumetto è qualcosa di mitico

Il mondo dei comics dice addio a uno dei padri dell’Universo Marvel

Il fumetto rappresenta una forma artistica che entra ed esce, nella vita di un uomo, a più riprese, a seconda delle età che si vivono e presenta sempre il conto: ci mette a contatto e in confronto diretto con il mito, un mito magari diverso da quello omerico o dantesco, ma pur sempre capace di creare un passaggio importante tra realtà e immaginazione; rappresentazione dell'umanità e al tempo stesso della sua espressione più nobile e sacra. Si partiva da piccoli con le letture di Topolino o de Il Giornalino e si è arrivati fino alla fantascienza di Moebius, al realismo di Spiegelmann e Eisner o ancora a quei mondi ricchi di sfaccettature che solo i manga giapponesi riescono a rappresentare, ed alle nuove ondate più “local” di Zerocalcare e Gipi.

E, in mezzo a tutto questo, ci stanno i supereroi.

Quelli di Stan Lee non erano come “gli altri”, i Superman e le Wonder Woman dell’epoca. Nel 1960 spopolavano loro, quelli della DC Comics, casa editrice che nel 1960 aveva lanciato il supergruppo della “Justice League of America”. La casa editrice concorrente, la Marvel, affidò a un team di autori il compito di rilanciare le proprie sorti ideando nuovi super-tizi in calzamaglia. Tra questi, c’era uno scrittore che si era fatto notare per il suo lavoro sulle pagine di Capitan America, Stan Lee. Lee guardò nella parte opposta a quella degli eroi immacolati e un anno dopo, con Jack Kirby, lanciò i Fantastici 4. Erano nati i “supereroi con superproblemi”: personalità profonde, sempre vestite con la classica tuta colorata ma condite con temi sociali e psicologici. Da quelle menti e da quelle matite, nacque un intero mondo: l’Uomo Ragno, Daredevil, l’Incredibile Hulk, i Vendicatori, gli X-Men e mille altri.

L'omaggio di CultureClub 51

Un universo intero, che finì per acchiappare anche per chi non ha mai vissuto il fumetto come un qualcosa di fondante ma magari ha sempre considerato i comics solamente come un ottimo compagno di viaggio. Passando da Walt Disney a Pratt, Manara, Crepax oppure a tutta la microsfera “Bonelli” (Dylan Dog, Tex, Nathan Never, eccetera). Per tanti di noi, soprattutto nell’adolescenza, se non ci fossero stati gli Stati Uniti difficilmente si sarebbe spalancata la porta all'arte del fumetto. Se da una parte c’era una figura statuaria e intoccabile qual era Superman, invincibile e senza macchia, col passare degli anni la simpatia inevitabilmente si spostava verso l’eroe più cupo, Batman, il Cavaliere Oscuro che viveva nella fantomatica Gotham City. Non a caso, una città fittizia (come quasi tutte quelle dell’universo DC). Invece l’eroe numero uno di Stan Lee, l’Uomo Ragno, nasceva da Peter Parker. Lee prese uno studente qualunque e pure un po’ sfigato, lo trasformò nel più grande esempio di rilancio metropolitano, qualche decennio prima delle storie sul rap. Qualcosa di punk, ben prima del punk, in una città in questo caso vera, una capitale come New York. Spiderman era il supereroe alla portata di tutti, il ragazzo della porta accanto che, per via di grandi poteri, scelse di assumersi grandi responsabilità. E che, soprattutto, conosce fin troppo bene il peso del fallimento.

Da lì, per molti di noi, cominciò una nuova storia personale con il fumetto, la voglia e il desiderio di andare oltre alle storie lette, di conoscere chi c'era dietro a quelle storie, chi le aveva pensate, in che periodo, per quale ragione e con l'idea di quale messaggio. E così che si approda all’opera di Stan Lee, all’Universo Marvel nato dal sodalizio creativo con Steve Ditko e Jack Kirby, e di tutto quello che ne venne poi dopo. Ecco, quel mondo con l'uscita di scena di Stan Lee oggi perde un po' di intensità, stinge. Cosa rimane è il mito, l'immaginazione che crea degli dei più reali degli stessi uomini.

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