La Grande Guerra e la memoria

Nel centenario della fine della Grande Guerra ci si è interrogati sull’importanza della memoria collettiva e del valore della storia di ieri. L’assenza degli studenti ha destato stupore, ma mai quanto il fatto che molti di loro non sappiano nemmeno bene chi sia Lady Oscar.

“Ci vennero a prendere al mattino, e ci portarono proprio qui, in piazza, con il mitra alla testa. Poi ci fecero guardare. Ci fecero guardare mentre ammazzavano quei partigiani.” “Abitavo sopra a Marchisio in via Sant’Agostino, quando vidi un tedesco che girava con una latta di olio sotto la giacca. Avevo 5 lire false, scesi in strada e con quelle comprai l’olio. Mia madre quando lo seppe cominciò a piangere, sicura che il tedesco se ne sarebbe accorto e ci avrebbe cercati e uccisi tutti. Ma io gli dissi di star tranquilla, che nessuno avrebbe mai rifiutato 5 lire false da un tedesco” “Con mia sorella facevamo la borsa nera. Partivamo con sigarette e formaggi sotto la giacca, e per arrivare a Savona passavamo nei boschi. Bisognava pagare tedeschi e partigiani per passare, e spesso salivamo sui carrelli del carbone di San Giuseppe di Cairo” “Non posso più mangiare carne alla brace. Una volta qui in via Beccaria, davanti a questo portone, un partigiano venne colpito da una granata. L’odore era lo stesso”. Fin da bambino, ho vissuto la Seconda Guerra Mondiale attraverso gli occhi e i racconti dei nonni. L’orrore della guerra, e anche un pizzico di stupore per l’avventura e la vita e le peripezie di quelle persone che mi sembravano così anziane ora, ma che alla mia età erano sporche di carbone sui carrelli a contrabbandare sigarette mi spaventava e mi affascinava. Me le facevo raccontare mille volte, anche solo per poi rallegrarmi di non esserci mai passato. La paura, la morte, la fame. Soprattutto la fame. Testimonianze contadine di un orrore che non assumeva mai alcuna sfumatura politica. Non c’era politica, nei racconti delle valli. C’erano i tedeschi, e c’erano i partigiani. Ma se dovevi essere bravo a barcamenarti tra gli uni e gli altri, perché ci voleva poco per beccarsi una pallottola in testa, e il piombo non ha colore. Tutto quello che so della guerra, grazie a Dio, lo so dai loro racconti e dalle loro canzoni. E mi basta. Hanno contribuito a trasmettermi la coscienza di cosa fosse la guerra per chi la viveva. Non per gli eroi, non per i generali, non per i libri di storia. La guerra vera, in Europa, nelle nostre valli. Dieci persone con un po’ di polenta e un’acciuga, appesa nel mezzo nella tavola, da passare sul piatto per dare sapore. Ma se per la Seconda Guerra Mondiale ho ascoltato racconti in prima persona di gente che l’aveva vissuta, la Prima Guerra Mondiale è stata anche per loro qualcosa di confuso e ascoltato, non vissuto sulla propria pelle. “Mio padre doveva andare al fronte, nel ‘17. Ma aveva 8 figli da mantenere, non poteva permetterselo. Scese dalla tradotta di nascosto, e tornò a casa. Mio fratello più grande non lo perdonò mai, gli dava del disertore. Non si parlarono mai più. Ma lui salvò la vita a tutti noi, con quel gesto”. - Un gesto simile a quello di molti altri, raccontati recentemente nel film “Non ne parliamo di questa guerra” di Fredo Valla. Un gesto che più di ogni altro fa capire come la guerra non sia (quasi) mai voluta da chi la combatte. Ascoltare i racconti di guerra da chi l’ha vissuta è, senza ombra di dubbio, il miglior antidoto alla guerra stessa. Ha fatto scalpore l’assenza di giovani alle celebrazioni del 4 Novembre, e si è quasi insinuato che le scuole e i professori sarebbero colpevoli di non portare i ragazzi a queste commemorazioni, rinunciando a tramandare il valore della storia di ieri. Le commemorazioni pubbliche hanno questo problema, soprattutto in Italia: tendono ad essere classificate come inutili, retoriche, troppo militariste da un lato, o eccessivamente simbolo di orgoglio nazionale dall’altro.

 

"Se celebri l’esercito sei fascista, se non lo fai sei un comunista".

 

Questo manicheismo riguardo la nostra storia patria fa parte di una forma mentis troppo radicata per sperare di estirparla con ulteriori simboli e cerimonie. Siamo nel 2018 e, se speriamo di insegnare qualcosa a chi è nato nel 2000 portandoli a vedere, sotto la pioggia, un sindaco e tre carabinieri per un avvenimento vecchio di cent’anni sperando così che assimilino qualcosa, credo otterremo ben poco. Impero Austro-Ungarico, Prussia, Impero Ottomano… non esistono più nemmeno nel Risiko. Ma lo avete visto l’arciduca d’Austria? Sembra uscito da Lady Oscar.

E i teenager di oggi quasi non sanno nemmeno chi sia, Lady Oscar.

Non è con una commemorazione in piazza che coltiveremo la memoria collettiva: se dobbiamo ricordare qualcosa di quella guerra è l’orrore della guerra, e se dobbiamo celebrare qualcosa è l’Europa, cosa fosse allora, cosa sia ora, come difenderla. Non abbiamo più testimoni diretti che possano raccontare la Grande Guerra, ma abbiamo infiniti modi di farlo. Bisogna raccontare le vite di quei ragazzi, loro coetanei, mandati a morire in trincea, come carne da cannone o soffocati dall’iprite. Far ascoltare le urla di Kemmerich, mentre gli amputano una gamba e volevano i suoi stivali. Ogni anno raccontare della Tregua di Natale del 1914 e la partita di calcio tra tedeschi e inglesi a Ypres. O leggere un’opera magnifica e tremenda quale Una Storia di GiPi, per provare ad entrare in quell’inferno in cui non esistono eroismo e codardia, ma un terribile e distorto presente di orrore.

 

(E Ungaretti, certo, ma...)

E ci sono molti professori e maestri che già lo fanno, ed è questo l’importante.

Perché senza sapere cosa succedeva allora, in Europa, non potremo mai apprezzare quello che abbiamo adesso, e quanto ci sia costato. Il mio non vuole essere un commento retorico, né tanto meno posso dire di essere un pacifista senza se e senza ma. I nazisti (e mi si perdoni la reductio ad Hitlerum) non li si fermava di certo chiedendo loro per favore di smetterla. Ma se ci ricordiamo, tutti quanti, di cosa voglia dire combattere una guerra, qualunque guerra, e riusciamo a far immedesimare gli attuali diciottenni nei loro coetanei di allora, forse la voglia di farla, la guerra, scemerà un poco. E persino in un mondo in cui le guerre e gli eserciti, sempre più volontari e specializzati, stanno cercando di indossare la maschera di “operazioni di polizia su larga scala” potremo ricordarci di come il piombo non abbia colore, e valutare con molto più giudizio se valga la pena inviare dei giovani al massacro. Perché è facile far indossare splendenti uniformi, promettere gloria e onore, far cantare inni di vittoria. Se si facesse vedere cosa vuol dire, davvero, perdere tutto, molti dei giovani di allora non sarebbero partiti con quell’entusiasmo. E molti dei giovani d’oggi li sentirebbero più vicini.

A quel punto forse qualcuno si presenterà anche alle celebrazioni pubbliche.

Ma forse a quel punto, non avrà più molta importanza.

Da "Una Storia" di Gipi

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