Fish and Sheep, arte spiazzante alla Meridiana-Tempo

Nuova mostra di Erika Gotta e Andrea Pettiti di ArteAtelier presso La Meridiana Tempo, un'esposizione spiazzante e innovativa nel segno del postmoderno.

La locandina esiste anche in versione "normale", d'accordo, ma credo che "Fish and Sheep" sia la prima mostra monregalese d'arte con una locandina "glitchata", secondo uno stile che invece va molto per eventi più pop - specialmente a sfondo musicale: una componente qui presente nella bella performance introduttiva dei Castadiva - e nella estetica internettiana (con vari corsi e ricorsi storici). E non è l'unico elemento di innovazione di questa mostra di Erika Gotta e Andrea Pettiti, con cui la Meridiana-Tempo rilancia con una esposizione dopo il surrealismo in realtà virtuale di Marco Nasi (vedi qui).
Una nuova mostra a poche settimane della chiusura della precedente, inagurata con la presenza d'eccezione del sindaco Paolo Adriano, dove alla collaborazione tra i due artisti si affianca il dialogo tra le due principali associazioni cittadine che si occupano specificamente di promozione artistica. Pettiti, che studia all'Accademia Albertina e che ha al suo attivo già diverse mostre, è infatti anche il vicepresidente dell'ArteAtelier, l'associazione presieduta da Sergio Bruno, storico e vulcanico nome dell'arte locale. Pettiti è anche l'ultimo nome presentato - cronologicamente - nella contemporanea esposizione della Pinacoteca Bongioanni a Piazza (vedi qui), in quella che potrebbe divenire la base di una pinacoteca permanente della pittura monregalese dall'800 a oggi.

Il titolo della mostra a sua volta è molto interessante: un calembour sul "Fish and Chips", "pesce e patatine", tipico piatto anglosassone, Ma che diventa Fish and Sheep, Pesce e Pecore, con vago simbolismo cristologico ma anche con un rimando ai due nuclei espositivi dei due autori. Erika Gotta infatti, credo alla sua prima personale monregalese, propone delle interessanti opere in cui dei ritratti divengono, guardando l'immagine in altra prospettiva, delle figure di pesci. Non mancano nella sua produzione rimandi all'immaginario lovecraftiano, soprattutto nel ciclopico mostro tentacolare che domina una sfera terrestre, e che ricorda molto da vicino il celeberrimo Chtulhu; oppure, similmente, in una scultura che ricorda una sorta di palombaro con propaggini tentacolari.

Se le opere di Erika Gotta sono la novità di questa esposizione, quelle di Andrea Pettiti confermano da un lato le ricerche del giovane artista monregalese, dall'altro segnano alcuni elementi di novità. Nella prima sala troviamo i soliti tram torinesi, che costituiscono un tema ricorrente nella sua produzione. Coerente a suo modo con tale tema anche il doppio semaforo che ci accoglie - come una duplice "colonna del tempio" - all'ingresso dell'esposizione: "Enter The Void" / "Exit The Void", riportano i rispettivi segnali luminosi, in quella che potrebbe essere, a suo modo, una introduzione e un congedo a tutta la mostra.

Ma l'elemento più innovativo sembra essere la presenza temi sottilmente esoterici - nel segno del moderno complottismo del NWO, oggi aggiornato nelle famigerate teorie di QAnon - che appaiono nella seconda sala, e che erano già comparsi nella mostra di Pettiti dell'anno scorso, presso il Lionetto (vedi qui). In questa mostra però sembra esserci anche un maggiore rimando ad atmosfere quasi cyberpunk: già nella prima sala il discorso appare anticipato da una sorta di "ara pagana" hi tech con tanto di due agnelli (sacrificali?) ai lati di una piramide di schermi tv e videocamere che riprendono lo spettatore, integrato in questo modo nell'Opera Aperta di echiana memoria.

Nella seconda sala, più connessa a questi nuovi lavori - molto belli anche i lavori "ad esagoni" sulle api della Gotta, che mi hanno fatto pensare ad "Hated In The Nation" di Black Mirror - troviamo una figura femminile simbolicamente legata a dei cavi, mentre una telecamera di sorveglianza (non funzionante, per esigenze tecniche: ma l'idea, di nuovo, era di renderla reale) puntata sull'osservatore. Tecnologia, controllo, simbolismi: tra Brave New World e il Grande Fratello orwelliano di 1984, l'esposizione congiunta dei due artisti (che collaborano anche ad alcune opere a quattro mani) offre vari stimoli interessanti, che un'ulteriore rielaborazione potrà rendere, alla prossima mostra, ancora più mirati e rivelatori.

La mostra resta visitabile fino al 6 gennaio, in Piazza San Pietro 1 (Mondovì) con orari: venerdì 16-19 / domenica 10-12 16-19.
Ingresso libero