Dal 2018 al 2019, un passaggio che impegna

Dall’omelia del vescovo Egidio per la Messa di fine anno, nella parrocchia di Mondovì Ferrone, lunedì sera 31 dicembre

Alla Messa di fine anno, lunedì sera 31 dicembre, presso la parrocchia di Mondovì Ferro-ne, il vescovo mons. Egidio Miragoli, prima del “Te Deum” di ringraziamento, nell’omelia ha svolto una riflessione sul passaggio tra il 2018 ed il 2019.

Nello scorrere del tempo, Dio ci benedice

«Oggi finisce l’anno, e, per quanto si tratti di una convenzione, non c’è modo di sfuggire al senso preciso che questo giorno evoca: di conclusione, di ricapitolazione – ha detto il ve-scovo –. Benché sia un giorno identico agli altri, tuttavia rischia di pesare sulle nostre spalle come un macigno, perché inevitabilmente ci induce al bilancio, al consuntivo. L’anno è un’unità di misura perfetta per ragionare su come stiamo conducendo la nostra vita: non è troppo breve ma neppure troppo lungo, ha l’estensione sufficiente per consen-tirci di trarre conclusioni sensate ma, al contempo, non ci chiude in un segmento di tempo troppo vasto, dalle cui evidenze non possiamo sperare di liberarci, se necessario. Anche giornali e televisioni “sentono” la fine dell’anno, e spesso offrono una carrellata di imma-gini relative agli eventi più significativi, si tratti di disastri naturali, di crolli, di vittorie sportive o di altri fatti. Si tratta di un uso che in fondo potremmo replicare anche sul piano personale. E magari qualcuno tra noi lo fa. Su 365, i giorni davvero significativi saranno 6, 7, non di più. Perciò, anche noi, in un nostro telegiornale, potremmo fare scorrere le imma-gini atte a evocarli: un volto, un luogo, un ambiente, un oggetto, un istante...»

La quotidianità: vera sostanza del vivere

«Qui, tuttavia, vorrei provare a valorizzare l’esatto opposto. Non i momenti in qualche modo eccezionali, bensì la quotidianità umile e silenziosa, che non si impone alla memo-ria, ma rappresenta la vera sostanza del nostro vivere – ha continuato il vescovo –. Quei giorni anonimi che passano senza offrire e contenere nulla di eclatante eppure tessono la tela della nostra esistenza; fatti di gesti ripetitivi, di fedeltà a noi stessi, di adempimento del nostro dovere. I giorni lontani tanto dal bagliore di una grande gioia quanto dall’abisso di un grande dolore. I giorni della benedetta normalità in cui diamo una rotta alla nostra vi-ta nel viverla per ciò che è, compiendo ciò che ci è insieme concesso e chiesto di compie-re.
Perché è in quella normalità che ci santifichiamo. Il padre e la madre che lavorano e reg-gono la casa, il ragazzo e la ragazza che studiano, il sacerdote che dice messa, confessa e va a trovare gli ammalati, l’insegnante che cerca di spiegare con entusiasmo un argomento che ha trattato mille volte ma che i suoi allievi ascoltano per la prima volta, e probabil-mente per l’unica volta; il medico che ascolta il paziente e cerca con impegno la cura, la signora che dispone con amore il cibo alla mensa dell’ospizio, il falegname che confeziona una sedia solida e sicura: è esattamente quel compimento quotidiano del bene che nobilita le nostre vite e le salva. Non sono le istantanee dei momenti sopra le righe. E in un ultimo dell’anno vissuto con coscienza io credo che dobbiamo proprio interrogarci sulla qualità dell’ordito prevalente delle nostre vite. Sulla loro qualità media. Come lavoriamo? Come siamo nei rapporti ordinari con coloro che condividono con noi la ferialità? Siamo costrut-tori di pace, portatori di speranza, donatori disinteressati di fiducia? Brillano nei nostri oc-chi onestà, fedeltà e impegno?».

Dal bilancio ai propositi

«Naturalmente, il passaggio dal bilancio di fine anno ai propositi per l’anno a venire è bre-vissimo. Intendo dire che non dobbiamo scoraggiarci né ritenerci appagati, quali che siano le risposte che ci diamo circa il 2018 che sta per andarsene – ha affermato mons. Egidio Miragoli –. In ogni caso, ci si apre davanti un 2019 in cui possiamo e dobbiamo corregger-ci nelle nostre mancanze e cercare di restare positivi nei nostri punti di forza. Vorrei che fosse chiaro il senso di responsabilità cui l’inizio di un nuovo anno ci interpella. Il senso morale del vivere sta proprio in questo: nel concepire il tempo che ci è dato da vivere co-me una materia cui dobbiamo dare forma cercando di contribuire al bene, cercando di far migliorare, per quanto possiamo, se non il mondo intero (questa è competenza dei grandi della terra), almeno la piccola porzione di mondo in cui risuona la nostra voce e contano i nostri gesti. Quella piccola porzione di mondo, la nostra casa, la nostra città, il nostro luo-go di lavoro, sono affidati a noi, alla nostra capacità di amare e donare, di creare vita e non sottrarla. Dal nostro modo di pensare e di agire essi dipendono. Non da altri».