«Io, da profugo accolto a clandestino: sono scappato da Magliano e ora vivo in Spagna»

L’intervista a una delle “vittime” del Decreto Sicurezza, ospitato a Magliano ha perso lo status di richiedente asilo: «Avrei voluto lavorare e pagare le tasse in Italia, adesso sono costretto alla clandestinità in Spagna»

S. ha 36 anni e per quattro anni è stato in Italia. “Richiedente asilo” sarebbe la definizione corretta, non fosse che dal 25 dicembre il suo status cambia. Nel giorno di Natale arriva per lui il peggior regalo possibile. Dopo aver perso l’appello per il riconoscimento dello status di rifugiato, ecco la mazzata del “Decreto Sicurezza”: non può avere documenti (il permesso temporaneo di soggiorno) e deve andarsene dalla casa di accoglienza di Magliano, dove fino a quel momento era ospitato. Per fare ricorso ancora un’ultima volta l’unica soluzione – gli viene detto – è andare all’estero. Così S., nella notte di Natale prende e scappa in Spagna. Con addosso adesso l’etichetta di “clandestino”.

«Questa non è una legge intelligente, non ha senso», mi continua a dire per telefono. Dopo tutto questo tempo parla piuttosto bene in italiano. «Hanno ragione gli italiani ad arrabbiarsi: per quattro anni io sono stato mantenuto, mi hanno dato una casa e i vestiti. Ma senza lavoro non sei libero. Perché toglierci i documenti? È una crudeltà. Senza quelli non ho modo di potermi mantenere da solo. Avrebbero dovuto farci andare via dalle case di accoglienza, quello sì. Però, appunto, perché toglierci i documenti?». Con la rete che va e viene su WhatsApp lo ripete spesso, non si capacita.

«Ora sono clandestino in Spagna, è come se non esistessi»
Avevo incontrato S. circa un anno fa, quando ancora era ospitato a Magliano. Mi aveva parlato della sua terra d’origine, la Casamansa. Della sua famiglia che ancora si trova lì, in Senegal. Ma lui non può tornarci. «La mia regione è molto provata dalle guerriglie e dai conflitti interni. Migliaia di profughi vivono la mia condizione e soffrono per la mancanza di assistenza sociale e morale». Non è più un ragazzino: dimostra tutta la maturità dei 36 anni in una vita che è sempre stata difficile. Da un paio di settimane S. è in Spagna, in una sistemazione di fortuna. Me lo racconta per telefono.
«Ho viaggiato in pullman e treno, passando dalla Francia». Qui, per i clandestini, ci sono i “trafficanti”, a cui bisogna lasciare 20-30 euro a volta. «Per ora ho una casa, grazie all’ospitalità di un altro ragazzo africano con cui mi sono tenuto in contatto su Facebook. Ma non è facile, di notte il freddo si sente tutto». In Spagna poi la situazione è diversa. «Servono almeno tre anni per avere la speranza di venire accolti come rifugiati. Però io ora sono clandestino, è come se non esistessi».

Il suo processo di integrazione in Europa non è mai avvenuto: il tribunale italiano non gli riconosce la protezione internazionale in questi quattro lunghi anni di attesa. «Senza aver avuto nemmeno la seria possibilità di lavorare». È questa la cosa che a S. fa più male «Non voglio ribellarmi a tutto. Io capisco Salvini – prosegue il ragazzo senegalese –, quando dice di chiudere i porti. Però non può comportarsi così con chi invece è in Italia da tanto tempo. Con chi non fuma, non si droga, non si ubriaca e non ha mai commesso nulla di male. Non è giusto tutto questo».

Il paradosso che vive S. internamente, in fondo, si basa tutto su questa parola. Ingiustizia. «Io non sono libero. Mi hanno dato i vestiti, le scarpe, da mangiare e da dormire per quattro anni. Ma non si può mantenere gente di 25/30 anni. È giusto che ognuno sia autonomo e, a quell’età, dipenda solo da se stesso. Chiedevo semplicemente la possibilità di essere come tutti gli altri, poter andare alla ricerca di qualcosa che mi permettesse di vivere. E invece succede che, dopo tutto questo tempo, ti tolgono i documenti e vieni di colpo cancellato. Io davvero non capisco. Avrei voluto lavorare in Italia, pagare le tasse qui, per gli italiani. Questa legge di Salvini non ha senso. Spinge solo all’illegalità. Secondo me, ci perdono tutti». Gli chiedo cosa si aspetta per il futuro. «Niente, non spero più nulla. Continuo a vivere, ma mi sento morto dentro. Senza libertà non è vita».