Mr. Glass, abbiamo capito, è un episodio crossover.

Con il suo nuovo film “Glass” il regista americano di origini indiane Night Shyamalan realizza il terzo capitolo della sua singolare trilogia creata unificando i suoi due precedenti "Unbreakable" e "Split". Una riflessione a suo modo interessante, per vari aspetti, sui supereroi, sul fumetto, sui cinecomics. 

“Glass”, il nuovo film di Night Shyamalan, è il terzo elemento di una singolare trilogia realizzata dal regista.

Alla base di tutto c’è il suo “Unbreakable” (2000). Il film, con protagonista Bruce Willis, era una riflessione sui supereroi prima che questi invadessero il grande schermo con la fioritura dei cinecomic nella decade seguente, grazie alle nuove possibilità tecniche della computer graphic che permetteva di superare gli “omini in calzamaglia” e, forse, anche per via del bisogno di una fuga nel fantastico dopo che l’11 settembre 2001 aveva minato l’immaginario di un’America (e un Occidente) invincibile nei film di azione tradizionali. In Umbreakable, sfruttando anche il classico “rovesciamento finale”, marchio di fabbrica del cinema di Shyamalan, veniva condotta una complessa riflessione meta-letteraria sull’interdipendenza tra bene e male, tra Eroe e Villain.

Poi era venuto “Split” (2016): un film che aveva al suo centro, fin dal titolo, uno psicopatico dalle personalità multiple, di cui una, “La Bestia”, dotata di forza sovraumana, e a capo di una lega di personalità malvage, l’Orda. L’opera vedeva numerosi rovesciamenti finali interni minori invece di uno solo grande sul finale: ma l’ultimo colpo di scena era l’apparizione finale di Umbreakable, cosa che collegava i due film e apriva al terzo della serie, questo Glass, appunto.

Il protagonista appare evidente fin dall’evocazione del titolo: L’uomo di vetro, “Mr. Glass”, è infatti l’antagonista di Unbreakable nel primo film, e in qualche modo il suo mentore. Mastermind dall’intelligenza sovraumana, ha però una fragilità ossea congenita che lo espone a frequentissime fratture, e solo trovare un antagonista che gli sia simmetrico (che è, appunto, Unbreakable) può dare un senso alla sua esistenza.

Il titolo, sotto questo aspetto, mantiene le aspettative: è Glass il protagonista indiscusso della storia. E non manca nemmeno, come tipico di Shyamalan, un “rovesciamento finale”, anche se tutto sommato attendibile per lo spettatore più smaliziato (e già abituato a riconoscere questa struttura nell’autore, inoltre).

Per il resto, il film gioca a spiazzare le aspettative. La cosa più logica sarebbe attendersi una centralità dello scontro tra Unbreakable e Split, almeno nel primo atto: ma in realtà questo aspetto viene liquidato rapidissimamente. I due vengono infatti catturati dalla polizia e condotti in un ospedale psichiatrico a bassissima sorveglianza, per essere curati da una dottoressa che ricorda, nello sterile idealismo, il dottor Bartolomew Wolper che si illudeva di curare il Joker nel Batman di Frank Miller.

A questo punto si passa a un altro tema, in cui entra in gioco in effetti l’ossessione di Glass: se i superuomini esistono, come evidenziato dal mito di cui conservano memoria i fumetti supereroici moderni, la sua esistenza ha un senso. La dottoressa, invece, deve convincere i tre protagonisti (e lo spettatore...) che i tre sono solo persone comuni spinte dalla loro follia.

Lo sviluppo “pirandelliano”, potremmo dire (qual è la verità? Sono davvero superuomini, o semplici malati mentali?), in sé interessante, viene però indebolito fortemente dalle lacune quasi parodistiche della security. È vero che, se si devono convincere i protagonisti di essere “persone comuni”, non si può eccedere nel circondarli di guardie armate, ma qui siamo al di sotto di ogni possibile credibilità (sono pur sempre pericolosi psicopatici con innumerevoli omicidi plurimi alle spalle).

Certo, nella cospirazione paranoide che sta dietro alla trama, potremmo pensare che il tutto sia intenzionale: i tre superuomini sono affidati a una bassissima sorveglianza in modo che possa compiersi il piano di Mr. Glass. In apparenza, ciò non corrisponde con i fini dichiarati dei suoi antagonisti della storia, ma naturalmente, in una partita a scacchi tra masterminds, potrebbe essere tutto parte del gioco (i nemici dei supereroi, dopo averli cancellati dalla storia, magari ora vogliono che riemergano per poterli affrontare frontalmente). Certo che così si può sempre giustificare tutto: comunque sia, il finale è aperto, quindi Shyamalan ha il margine per fare magari una nuova retcon, se lo riterrà (e se i numeri al botteghino consentiranno un nuovo sequel).

Tra l'altro, un elemento originale che era presente in Unbreakable (e meno in Split) e che qui viene ripreso sono le teorie complottiste di Mr. Glass, il quale da sempre ipotizzava che le storie di supereroi fossero il racconto segreto della reale esistenza di creature semidivine in mezzo a noi. Una lettura "esoterica" dei supereroi come nuova mitologia che ha tutta una sua tradizione (Superman, per esempio, riscrive in molti punti il mito di Ercole, ma ha anche elementi cristologici: e così via per ogni supereroe) e che sarebbe interessante vedere sviluppata al cinema anche più di quanto è stato finora fatto in questo ciclo di Shyamalan.

Il grattacielo dove si dovrebbe tenere lo scontro finale tra Unbreakable e Split viene definito “a true Marvel” dalla copertina del giornale su cui appare: e questo gioco ironico è divertente, anche perché meno urlato delle innumerevoli strizzate d’occhio allo spettatore. Da un lato, vista la natura metanarrativa del film, questo tipo di giochi è inevitabile: ma qui i protagonisti indulgono in un continuo dare di gomito. L’abbiamo capito: “è un episodio crossover”. Il fatto invece che lo scontro promesso non si realizzi per via dei soliti giochi brillanti di Glass funziona bene sotto il profilo dello spiazzamento dello spettatore, con una di quelle numerose “micro-svolte” che avevano già caratterizzato Split: ma sotto il profilo della spettacolarità si perde la possibilità di una grandiosa scena finale in favore di una molto sottotono nel parcheggio dell’ospedale.

Insomma, un film interessante per certi spunti filosofici, ma carente nel loro sviluppo, che avviene senza valutare la delicatezza della sospensione dell’incredulità e la necessità del sense of wonder per un film di supereroi, anche quando (forse, soprattutto quando) così metaletterario. Per certi versi, ricorda un altro film di Shyamalan, “Signs”, dove affrontava con lo stesso piglio il tema dell’invasione aliena. Chissà che non sia il prossimo elemento che il regista inserirà nel suo Shyamalanverso, con gli eredi del dinamico trio impegnati nel combattere i grigi cannibali che con Unbreakable condividevano l’acqua quale punto debole.