Nome della rosa/Nel fumetto…

La vitalità culturale del “Nome della Rosa” passa anche per la sua ricezione nell’ambito del fumetto. Del resto, il suo autore, Umberto Eco, fu tra i primi studiosi a sdoganare la piena dignità autoriale del fumetto a partire dal suo “Apocalittici e integrati”, nel 1964; e per contro non sono mancate le deprimenti critiche volte a stroncarlo come un “fumettone”: “in materia di Medioevo esprime un’attendibilità storica inferiore ai fumetti di Asterix e Obelix” sostiene ad esempio Mario Palmaro su la Bussola Quotidiana nel 2011. Nel 1988 l’omaggio del Topolino italiano, su cui le parodie letterarie sono una lunga e nobile tradizione, in cui l’opera viene riscritta come “Il nome della Mimosa”; anche Cattivik lo riprende con “Il nome della Cosa” di Maselli, Bonfanti e Raimondi, in cui il nero ladro, parodia di Diabolik, va alla ricerca di un tesoro maledetto in un’abbazia misteriosa.

Nel fumetto avventuroso bonelliano numerosi sono i riferimenti: “L’abbazia del mistero” di Zagor, sceneggiato da Moreno Burattini nel 1992, ma anche "Ex tenebris" ad opera di Giovanni Di Gregorio e Christopher Possenti, uscito nella serie de “Le Storie”. Sopra tutti, forse, è stato il Dylan Dog (1986) di Tiziano Sclavi – uscito in edicola nell’anno in cui appariva il film di Annaud, tra l’altro... - a pescare a piene mani nell’immaginario creato dal romanzo: una citazione esplicita del meccanismo narrativo dell’opera si ritrova ne “Il signore del silenzio” (1989), di Ferrandino e Casertano. Nell’albo “I cavalieri del tempo” invece il personaggio dell’inquisitore ha le fattezze di F. Murray Abraham, che è Bernardo Gui nel film, o il recente Color Fest “Il convento del vuoto”, che richiama l’ambientazione. Lo stesso Umberto Eco apparirà infine come personaggio, col nome di Humbert Coe, all’interno di “Lassù qualcuno ci chiama”, che sulla copertina cita, tra gli altri simboli, la pianta della biblioteca del romanzo.

Del resto, proprio Eco aveva dimostrato una particolare simpatia per Dylan Dog, sostenendo che la sua forza era l’essere “sgangherabile”: ovvero potersi adattare a molteplici situazioni narrative senza perdere della sua forza. In una certa misura, può valere anche per il romanzo di Eco, che al di là dei meriti specifici evidenti a un lettore più attento, ha ridato vitalità ad archetipi del romanticismo più dark, divenendo l’incarnazione stessa di un certo “gotico postmoderno”. E la storia della sua fortuna continua, con “Il mistero dell’abbazia” (1996) di Faidutti, un gioco da tavola dedicato, e il videogioco spagnolo “La Abadia del Crimen”. Insomma, il romanzo del grande semiologo rimane un labirinto dove ci si perde con un sottile piacere, e un po’ di inevitabile smarrimento vertiginoso