Nome della rosa/Una cena indigesta

di Paolo Roggero

Uno dei motivi di grande divertimento derivante dalla lettura del “Nome della Rosa” è sicuramente la quantità di citazioni e riferimenti inseriti nel testo da Umberto Eco, che il lettore colto ( ma non solo) può divertirsi a scovare e a riconoscere. Tanto per dirne due esempi, all’inizio del romanzo nello spazio di poche pagine, si passa da una citazione manzoniana (o un riferimento a un modello letterario, più generalmente) con il topos del manoscritto ritrovato, all’incipit del Vangelo di Giovanni (all’inizio del prologo)  a un vistoso rimando a Charles M. Schultz, con l’incipit del primo capitolo. «Era una bella mattina di fine novembre» allude scopertamente ai romanzi di Snoopy, che invariabilmente cominciano con «Era una notte buia e tempestosa», a sua volta incipit di “Paul Clifford” dello scrittore inglese Edward Bulwer-Lytton. Tuttavia, i bibliofili più incalliti non possono che aver avuto un sobbalzo alla lettura del capitolo “Terza del Sesto giorno”. Qui Adso Da Melk fa un sogno, che si rivela essere una rielaborazione moderna della “Cena di Cipriano”. Si tratta di uno dei testi più misteriosi e affascinanti della tarda antichità, poi ripreso e rielaborato nel medioevo da diversi autori. È un testo in prosa scritto nei primi secoli dell’età cristiana, con una narrazione che si svolge a quadri. In sostanza, Gioele, re dell’Oriente, dà un grandioso banchetto nuziale, a cui partecipano i personaggi della Bibbia. Si servono le portate della cena, dopodiché avviene un furto, se ne scopre il colpevole e lo si giustizia. L’andamento del testo è una lunga lista, che accosta personaggi biblici a oggetti, piatti, azioni, a seconda dei casi, seguendo sempre il criterio della citazione o del riferimento a qualche elemento caratterizzante della storia del personaggio. Ad esempio, Adamo mangia un “pelamidem” un giovane tonno, che vive nel fango, elemento in cui Adamo è stato plasmato. Allo stesso modo, Caino mangia un pesce-spada, allusione chiarissima all’omicidio di Abele. Si tratta, insomma, di un gioco enigmistico, ma anche una sorta di catalogo di casi e storie bibliche, tant’è che una delle ipotesi è che sia stato scritto non solo per divertimento, ma per una funzione didattica (a dispetto del sospetto di blasfemia che poteva indurre, all’epoca, la scrittura di un testo del genere). L’accenno nel titolo a San Cipriano, vescovo noto peraltro per la sua austerità, con ogni probabilità fa parte del gioco parodico, nonostante per molti secoli la tradizione lo abbia interpretato come un riferimento autoriale reale e lo abbia inserito tra i lavori “Spuri” di incerta attribuzione. In epoca medievale, la Cena di Cipriano è stata riscoperta come un canovaccio, e fatta oggetto di diverse dotte riscritture ad opera di una lunga lista di autori, tra gli altri figurano Giovanni Immonide e Rabano Mauro. Non stupisce che Umberto Eco abbia scelto di inserire questo gioco nel romanzo, diventando così l’ultimo nome di questa lista che attraversa i secoli