Nome della Rosa/E a Mondovì?

A quasi quarant’anni dalla sua prima apparizione, “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco è ormai divenuto un grande classico della letteratura italiana, oggi celebrato anche dall’incombente serie televisiva. Ma com’era stato accolto, all’epoca, dall’Unione Monregalese? Salvo errori, l’uscita dell’opera non venne coperta nel 1980, e nemmeno negli anni immediatamente successivi; nonostante già all’epoca il successo fosse notevole ed evidente. La prima menzione appare sul numero del 4 dicembre del 1986, in occasione del film di Annaud giunto anche da noi, al Cinema Bertola, in una nota della “Cine-Guida”: si rimarca il rimando alla “tipica e tradizionale storiografia”, che vede nel medioevo “oscurantismo, superstizioni, inquisizione, paura dell’ignoto”. Elementi indubbiamente presenti nel romanzo, ma in effetti resi caricaturali dal film, riuscito artisticamente ma infedele, soprattutto nella conclusione.

Un articolo del 18/12/1986 a firma di A.B. (forse Amalia Beccaria?) amplia quindi il discorso, facendo riferimento anche al libro. L’articolo è particolarmente avveduto: sottolinea come sia inevitabile una distanza tra libro e film, e l’impossibilità di trasporre fedelmente il “romanzo-saggio” di Eco. Evidenzia però i significativi tradimenti nel segno del “gusto del truculento”: non solo il processo inquisitorio, ma i roghi e una improbabile rivolta popolare contro Bernardo Gui; e una indubbia banalizzazione della complessa risoluzione del labirinto della biblioteca. Il monastero privo di spirito religioso, invece, è riconosciuto come fedele al libro, che però è più complesso e problematico. Insomma, una critica razionale ed equilibrata dell’opera, senza esaltazione ingenue ma nemmeno eccessive condanne “inquisitoriali”. Dopo questo singolo approfondimento, non si tornerà più sull’opera, se non per citazioni “a margine” o la mera segnalazione dell’apparizione del film nei palinsesti televisivi. Questo nuovo speciale di Culture Club 51 è quindi anche un modo di fare il punto su un pilastro del postmoderno che, indubbiamente, interroga anche nello specifico il mondo cattolico.

Ma che rapporto ha il Nome della Rosa con Mondovì, se ve ne è uno?

Il Monte della Rosa

Sicuramente, l’alessandrino Umberto Eco ha in mente un’ambientazione “piemontese” della vicenda, anzi, "tra Provenza, Liguria e Piemonte Meridionale" per la precisione (“tra Lerici e Turbia”, precisa ancora citando Dante: appropriato, per un’opera che si svolge poco dopo la sua morte, nel 1327): il che ci avvicina molto alle nostre parti, quel Piemonte al confine con la Liguria e la Francia appunto.

Anche la serie tv, nella prima puntata, parla apertamente di "Alpi Piemontesi", anche se in verità le scene sono state girate nel Lazio per comodità di vicinanza con gli studi di Cinecittà.

La più significativa presenza di una reale abbazia nelle nostre zone è quella della Certosa di Pesio. Certo, non ha un edificio principale di forma ottogonale, e non è strettamente parlando benedettina, ma certosina: tuttavia potrebbe essere già antica quando la visitano Adso e Guglielmo, essendo sorta nel 1171. Curiosamente, la storia della Certosa di Pesio segue quella di Eco, in quanto viene abbandonata nel 1350 dopo scontri con la popolazione locale, che è all’incirca il periodo identificato dal libro - in parte potrebbe ricordare la situazione modificata dal film, con la plebe che assalta Bernardo Gui nel finale.

Curiosamente, a far pensare al monregalese è un altro dettaglio aggiunto dal telefilm (e assente nell'opera originale). Adso e Guglielmo, poco prima di giungere all'abbazia, si fermano presso un teatro romano abbandonato all'incuria. Scena efficace e simbolica, che sottolinea il ruolo dei due intellettuali medioevali, "nani sulle spalle dei giganti" dei classici, che nel corso dell'opera inseguiranno il mitico secondo libro della Poetica di Aristotele per fondare sulla sua estetica del libro la rinascita della modernità. Ma, da un punto di vista materiale, quel teatro può solo essere quello di Augusta Bagiennorum, attuale Bene Vagienna, nei pressi appunto di Mondovì.

“Le nom de la Chartreuse”, quindi? Forse. C’è però una spia interessante che ci avvicina a noi: nella seconda pagina della lunga introduzione, Eco finge – alla Manzoni – di aver ritrovato il manoscritto in una raccolta di scritti religiosi che includerebbero anche un saggio del Mabillon del 1674. Si tratta della “Dissertatio de Pane eucharistico, azymo ac fermentato: Ad Eminentiss. Cardinalem Bona”, e il Cardinale Bona di cui si parla è proprio il cardinale di origine monregalese che è tra i personaggi più importanti del nostro Seicento (e che avrebbe potuto divenire un secondo Papa monregalese dopo il vescovo cinquecentesco della città Michele Ghislieri, inquisitore domenicano e poi papa San Pio V, di origini alessandrine come Eco). "Vetera analecta", tra l'altro, era anche uno dei titoli di lavorazione del romanzo (poi scartato perché troppo criptico): a indicare una certa importanza di questo elemento di cornice.

Quanto a libri misteriosi, la Mondovì ha la sua buona parte, anche se si tratta di libri ormai a stampa: l’Antichristus, ad esempio, che è del ‘500 ma riflette ossessioni trecentesche per il giudizio universale (che è il leitmotiv seguito dal serial killer del romanzo, tra l’altro).

A tale proposito, una ambientazione congegnale potrebbe essere quella del Collegio Gesuita che affaccia sulla Piazza Maggiore come la vicina Chiesa di San Francesco Xaverio, capolavoro del barocco internazionale del gesuita Andrea Pozzo. Chiesa e Collegio sono poi collegati da un passaggio che potrebbe ricordare il passaggio segreto nell'ossario del romanzo - ne parla La Stampa, qui. (A margine, oggi l'amministrazione civica sta avviando notevoli progetti culturali per quest'area: il progetto Infinitum per la Chiesa gesuitica, l'idea di un Polo del Libro per l'ex Collegio dell'Ordine: una corrispondenza azzeccata, direi).

Quanto alle pagine intrise di veleno, l’espediente sarebbe piaciuto al perfido governatore fossanese di Mondovì, Carlo Operti, che con la sua amante in odore di stregoneria era nel Seicento un esperto di pozioni letali. Del resto, la ragazza era anche in contatto con un cistercense del convento di Vicoforte, Giovanni Gandolfo, che fu poi accusato anch’egli di magia nera per alcune sue opere e condannato a morte a Torino.

Per quanto riguarda Fossano, vicino la nostra Mondovì, la pianta dell'abbazia ricorda da vicino quella del Castello della città, anch'esso trecentesco (e attualmente ospita la Biblioteca fossanese...) salvo che le torri sono a Fossano quadrate, e ottagonali in Eco. Una sezione, quella dei testi greci, si chiama Acaia, come il ramo dei Savoia legato alla città.

Del resto, Umberto Eco era stato a Mondovì nel 1953, come avevo documentato qui; e proprio quell'anno (stando a quanto scrive nella conclusione delle Postille al Nome della Rosa) aveva ideato un primo abbozzo del romanzo, ambientato nel '600:

"Ho ritrovato - due anni dopo aver scritto il romanzo - un mio appunto del 1953, quando ancora facevo l'università. "Orazio e l'amico chiamano il conte di P. per risolvere il mistero dello spettro. Conte di P., gentiluomo eccentrico e flemmatico. Per contro, un giovane capitano delle guardie danesi con metodi americani. Sviluppo normale dell'azione secondo le linee della tragedia. All'ultimo atto il conte di P., radunata la famiglia, spiega l'arcano: l'assassino è Amleto. Troppo tardi, Amleto muore.”

Insomma, se un cupo “Nome della Rosa” monregalese dev’essere, il suo secolo ideale è il Seicento: ma forse di abbazie maledette basta quella di Eco.

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