Qualche lavoretto sporco per arrotondare: The Mule – Il corriere

Clint Eastwood torna a sdoppiarsi tra recitazione e regia per raccontare l’incredibile storia vera di Leo Sharp, proponendo una variazione alle tematiche sul narcotraffico e sulla terza età.

TRAMA
Floricultore e reduce della guerra di Corea: Earl Stone è un arzillo ottantenne che ama il suo lavoro e viaggiare per l’America con un pick-up; i rapporti in famiglia però non sono idilliaci, dopo la separazione dalla moglie e la rottura dei rapporti con la figlia. A distanza di dodici anni la situazione lavorativa è decisamente peggiorata, ed Earl è costretto a chiudere l’attività. Solo e in profonda crisi economica si troverà obbligato ad accettare un lavoro come corriere, senza essere realmente al corrente di quale sia il contenuto delle merci che trasporta.

Siamo abituati a vedere Clint Eastwood alle prese con lavori poco leciti sin dai tempi degli immortali spaghetti western: tra suonerie di carillon e conta delle taglie il pistolero senza nome è entrato nell’immaginario collettivo. Levandosi cappello e sigaro il suo interprete è riuscito a scrollarsi l’ingombrante ombra del suo personaggio, ritagliandosi una carriera attoriale autonoma, che ha trovato però le più grandi soddisfazioni una volta spostatosi dall’altra parte della macchina da presa, che l’ha visto spesso e volentieri sdoppiarsi tra regia e recitazione. Gli Spietati, Million Dollar Baby, Mystic River e molti altri titoli hanno convinto pubblico e critica all’unisono, ma tra tutti probabilmente è Gran Torino ad essere rimasto maggiormente nel cuore degli appassionati. C’è molto della pellicola del 2008 in questo The Mule: dai riferimenti alla Guerra di Corea alla passione per l’automobile. Nel difficile rapporto in provincia tra migranti e anziani conservatori americani, e soprattutto nelle analogie caratteriali e sociali dei due protagonisti, entrambi burberi e solitari per costrizione, emarginati dal mondo contemporaneo, schiacciati da una situazione umana troppo difficile da accettare.

Lo spunto nasce da un famoso articolo del New York Times, che parla dell’incredibile storia vera del corriere della droga novantenne Leo Sharp (che nella pellicola diventa Earl Stone), e si sviluppa seguendo la fortunata corrente di produzioni sul tema del narcotraffico, rivisitato in una veste insolita. Se la storia può stupire e incuriosire, e perché no anche divertire, quello di cui ci si trova a parlare in realtà è un argomento delicato. Le motivazioni che spingono Earl ad accettare il lavoro, sono frutto di una situazione economica e sociale complicata, che attanaglia una buona fetta della terza età. Il cinema ha sviluppato un nutrito numero di pellicole votate alla sensibilizzazione dell’argomento: solitudine, malattia e abbandono ma anche problematiche legate ad una routine annoiata e depressa. Individui umiliati e dimenticati dalla collettività, abbandonati ai ricordi, e rosi dal timore di non essere più utili. Una riflessione, che passa dalla dura introspezione alla spettacolarizzazione filosofica del passato di Youth, dal crudo dramma domestico di Amour a quello della vedovanza di A proposito di Schmidt, dove l’orgogliosa reazione del suo protagonista Jack Nicholson si accende attraverso un viaggio “on the Road”.
Il viaggio come fuga dalla propria condizione, come forma espiativa e come spinta a riallacciare legami con le persone e con il passato. Il treno che trasporta il Mastroianni di Stanno tutti Bene sembra non riuscire mai a raggiungere i figli sparsi per la penisola, il suo disperato sentimento paterno di riunirsi in una famiglia, impatta nel profondo distacco che il tempo ha solcato; aspetto ulteriormente evidenziato nelle vaste distanze del continente americano, ambientazione del remake con Roberto De Niro. America attraversata da Ella & John del fortunato film di Virzì del 2018 The Leisure Seeker, dove il camper guidato da Helen Mirren e Donald Sutherland viaggia in fuga dalla malattia verso qualche ricordo che l’Alzheimer non abbia ancora spazzato via. Sutherland insieme a Tommy Lee Jones è stato compagno d’avventure di Eastwood in Space Cowboys: dove un trio di astronauti in prepensionamento è impegnato in un’ultima missione nelle spazio, decisi a dimostrare ai giovani di saperci ancora fare. Di ben altri lavori si occupa Earl Stone: le sue scorribande per gli stati confederati non sono per raggiungere parenti o rivivere ricordo, ma sono per trasportare droga. Involontario e inconsapevole corriere prima, raggirato ma complice poi. Il suo pick-up viaggia con quantitativi record di eroina, un guadagno facile per rimettersi in piedi e dare un po’ di verve alle giornate, ma che ovviamente prevede dei rischi…
Eastwood percepisce che il soggetto è buono, seppur carente di materiale per costruire un lungometraggio, decide così di dare corposità a una vicenda che non poteva vivere solamente dell’ aneddotica dei viaggi e delle consegne, inserendo tutta la parte dell’indagine condotta da un Bradley Cooper, nuovamente alle sue dipendenze dopo American Snyper.

Un Eastwood nuovamente dalla parte degli immigrati? Sembra che a Clint non dispiaccia interpretare il ruolo del burbero conservatore, patriottico e anti migranti. Scavando a fondo ne suoi personaggi, ci accorgiamo che essi però sono pronti a mutare le loro posizioni e le loro convinzioni stereotipate, rappresentanti di un patriottismo fuori da ogni retorica, partecipi di quella parabola anti bellica che tramuta il mito del militare elevato a icona di Flag of Our Fathers, nel semplice essere umano istintivo e cruento di Lettere da Iwo Jima, rendendo poi il tiratore scelto di American Snyper non eroe di guerra sul campo, ma nel civile, impegnato ad aiutare i reduci dal trauma post bellico. Quello dei veterani è un tema che sta molto a cuore ad Eastwood, i due protagonisti di Gran Torino e The Mule, condividono un passato nel Guerra di Corea: mentre uno attinge ai suoi illeciti guadagni per ridare un ritrovo al club dei reduci, l’altro supera il rancore verso il nemico di un tempo, accettandolo e comprendendolo, fino a proteggerlo da una provincia americana ancora profondamente razzista.

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