Distruzione, istruzione e Frammenti, l’arte di Valerio Berruti

Qual è il valore dell’arte, e quale il compito di chi la crea? Cos’ha più valore, l’artista o l’opera d’arte in sè? O ancora il pubblico a cui è indirizzata? Su temi come questi si è dibattuto e ancora si dibatterà, perchè non è “roba” da addetti ai lavori: l’artista vive questo interrogativo, così come noi fruitori quando esprimiamo il nostro gusto decliniamo questo dibattito. L’arte è espressione della società, ma essa stessa racconta la società nella quale vive, unicum fondamentale per l’arte pubblica.

IL PROGETTO

Per una volta la nostra provincia apre la strada ad un progetto in ambito artistico che sarà guardato con interesse. Se troppo spesso scelte infelici deturpano centri urbani e paesaggi del nostro territorio, oggi si può porre rimedio “distruggendo” il brutto in favore del bello: questo il leit-motiv del Bando “Distruzione”, iniziativa innovativa che promuove il miglioramento del contesto urbano e paesaggistico della provincia di Cuneo attraverso azioni di demolizione, mitigazione ed eliminazione.
Nella prima edizione del progetto patrocinato dalla Fondazione CRC (promosso a partire dal 2017), si è scelta una delle principali firme dell’arte italiana: l’albese Valerio Berruti nel Comune di Monticello d’Alba ha trasformato un elemento alquanto ingombrante dell’architettura urbana in un emblema di espressione artistica nella sua valenza più alta. Berruti anziché lavorare in riduzione ha operato di sostituzione e ricollocamento, trasformando un inutile (dal punto di vista estetico) muro in un luogo di istruzione, in cui proporre “land art” e cura del bene pubblico.

BERRUTI e IL BELLO. INTERVISTA (integrale)

L’opera, intitolata Frammenti (la cui inaugurazione si terrà venerdì 5 aprile alle 19, con la musica e le parole di Filippo Bessone e Luca Occelli), è un complesso monumentale che consta di circa 100 bassorilievi in cemento armato e smalto, collocato sul muro di contenimento sottostante al Castello del paesino sede del Piccolo Festival della Felicità.

All’artista abbiamo chiesto di raccontarci l’opera e la sua idea di arte.

Quanta Distruzione e impegno d'istruzione c'è nel tuo lavoro, Valerio?

Quello che ho fatto io ha ben poco di distruttivo, e il bando della Fondazione CRC è assolutamente encomiabile, speriamo ci copino in tanti. Il giorno in cui avremo capito che distruggendo delle brutture facciamo un favore al nostro Paese sarà un vero e proprio punto di svolta. L'elemento artistico in questo senso non sarebbe che una aggiunta di abbellimento a qualcosa di ben più importante. Ben vengano queste cose, ad arricchire il nostro territorio senza cadere nel provincialismo a cui troppo spesso siamo soliti tendere e tornare.

In arte non è bello ciò che piace?
La via di demarcazione non può andare solo in base al gusto, ci sono alcuni lavori (specie nell'arte contemporanea) che sono di second'ordine, cose che non sono all'altezza, perché l'arte – ed in particolar modo parlo dell'arte pubblica – ha delle responsabilità nei confronti della società. Io me la sento: ho cominciato a fare lavori pubblici solo dopo anni di attività, e questo perché prima non mi consideravo pronto; non ci si può inventare artisti pubblici, bisogna lasciar sedimentare l'esperienza. In Italia è difficilissimo fare arte pubblica, e non è un caso che l'ultimo contributo massiccio da questo punto di vista risalga a quasi un secolo fa; e noi potremmo avere sculture in ogni dove! Al tempo stesso però l'arte pubblica non può essere solamente bella – il bello è questione di gusto – dev'essere giusta: da questo punto di vista non possiamo permetterci il lusso di scoprire artisti giovani, al contrario bisogna avere più coraggio e scegliere i migliori al mondo: l'esempio di Ceretto da questo punto di vista è stato azzeccatissimo, e lui non scelse uno qualunque o un artista giovane, ma Sol LeWitt.

Serve autorevolezza per dare credibilità?
Esatto. E oggi, può piacere o meno, quella cappella è diventata invece un luogo visitato da tante persone. E l'elemento di gusto estetico passa in second'ordine, perchè è l'opera che resta e il suo messaggio per le persone. Del resto il termine “monumento” deriva dall'imperativo latino Memento, ossia ricordare. Questo bando e il progetto che sta ne sta dietro deve usare questa filosofia, affinché i nostri concittadini in futuro possano ricordare qualcosa.

E da questo che nasce l'idea di mantenere l'edera come parte integrante dell'opera?
E' importante che la gente, che riceve un oggetto in dono, debba averne cura. Se i monticellesi non avranno cura del messaggio l'edera nel giro di pochissimo tempo – bastano due anni – si sarà riappropriata di quel muro. Viceversa la cura, permetterà all'opera di mantenere il suo significato: è un dialogo che ho voluto aprire con gli abitanti. Al tempo stesso mi piace pensare anche che se quell'edera dovesse ricoprire in tutto o in parte l'opera qualcuno, tra trent'anni, potrà riscoprirla, ridando al muro la dignità che merita, come stiamo facendo in questo momento.

Là dove la mano dell'uomo non arriva, la natura si riapproprierà del suo spazio?
Sono a favore dell'edera, non c'è pianta più bella dell'edera, mi chiedo perchè non si sia ancora pensato di ricoprire di edera tutti quei capannoni grigi che, lungo le nostre provinciali, come arterie collegano i centri urbani. Sarà pur più bella un'edera del cemento di un capannone, no? Aiuta a mantenere la temperatura di un luogo, in estate fa ombra, ha un bel colore...Evviva l'edera!