Tutto il resto è letteratura

Da Verlaine a Conrad, quel che resta della letteratura

Da un po’ di tempo mi rimbalza in testa un famoso verso di Verlaine che dice “Tutto il resto è letteratura”. Come una vocina nelle orecchie, mi sorprende quando meno me lo aspetto, mi  risuona nella mente, mi distrae quando lavoro. Lo ricordavo come il verso conclusivo dell’Art poétique, in cui con tout le reste est litterature il poeta alludeva in tono dispregiativo a tutto ciò che non è arte poetica. Ma perché mi riecheggiava nella mente con tanta insistenza? Sono andata a rileggermi la lirica, un po’ per curiosità e un po’, eccitata al pensiero che forse Verlaine voleva dirmi qualcosa che a suo tempo, al liceo, non avevo capito fino in fondo. Amara delusione. Non per la bellezza di quei versi (meravigliosi), ma perché Verlaine a me non voleva dire nient’ altro di nuovo che già a suo tempo non avesse detto: Nella sua Arte poetica, Verlaine parla della vera poesia come l’ arte che fa della musica la sua maestra, (De la musique avant toute chose) insieme al verso dispari,  suo strumento prediletto, il più adatto a  generare un ritmo che preferisce ciò che è vago a ciò che è preciso, la sfumatura al colore, l’assonanza alla rima perfetta. Verlaine qui torce il collo tanto alla poesia che vuole illuminare, quanto alla poesia romantica e persino a quella satirica, contrapponendo ciò che è definito e oggettivo, (e quindi non poetico) all’allusività e all’indefinito che fanno della poesia l’ unica e incontrastata forma d’arte. Tutto ciò che così non è, diventa letteratura, cioè non poesia, cioè non arte. Eppure a me questo verso suggeriva qualcos’altro. Cosa c’entro io con il verso dispari e il simbolismo francese? Però i segni bisogna coglierli, continuavo a dirmi. In fondo, Umberto Eco diceva che i libri tra loro si parlano, ciò che leggiamo in un autore ci rimanda ad un altro, in un gioco di associazioni e incastri infinito. E allora, mi dicevo, forse un verso con un significato ben preciso può essere letto e interpretato anche in modo diverso dall’intenzione dell’autore. Proprio qui, in fondo, qualche settimana fa, si disquisiva su quanto la poesia abbia il potere di evocare sensazioni ed emozioni sempre diverse, andando a toccare le corde di ciascuno in modo unico. Eppure qui lo stesso Umberto Eco mi bacchetterebbe, perché nel suo “Sulla letteratura“ ci dice che abbiamo, si una certa libertà interpretativa nel rapporto con i testi letterari, tuttavia tale libertà non può essere assoluta. Esiste , infatti una “intenzione del testo” che la nostra interpretazione non può contraddire. Tornando al verso di Verlaine, quindi, l’ interpretazione è una sola, non c’è dubbio. Tuttavia, mi perdoni Eco, per una volta seguo la scia di una suggestione e vediamo dove mi porta. La letteratura mi ha spesso parlato. Ricordo che ero poco più che adolescente, in un periodo di classica crisi esistenziale giovanile, quando feci un sogno: mi trovavo su una barca in mezzo al mare, assopita al caldo di un pomeriggio estivo quando, nel sogno, mi svegliavo di soprassalto ripetendo ossessivamente, quasi come un mantra linea d’ombra, linea d’ombra, linea d’ombra. Ora, Linea d’ombra (The Shadow Line) è un breve romanzo di Conrad, scrittore del quale a quel tempo a mala pena conoscevo il nome, e di cui avevo letto in modo vago solo in relazione a Cuore di tenebra. Probabilmente il titolo di questo romanzo lo avevo letto o sentito, ma non ne sapevo nulla, né in quel momento ne ricordavo l’ esistenza. Ebbene, ho colto quel sogno come un segno, sono corsa in libreria a comprarlo e l’ ho letto, tutto d’un fiato. E’ stato come un’ epifania. La linea d’ombra è, simbolicamente, la linea di confine tra l’infanzia e la vita adulta, quella che il protagonista oltrepassa quando decide di accettare l’incarico di capitano su una nave che lo condurrà in un lungo viaggio, in mezzo alle traversie di un equipaggio su cui pare incombere la maledizione del vecchio capitano. La letteratura mi aveva parlato. Coincidenza o suggestione, probabilmente. Ma restava il fatto che aveva lasciato traccia. Era come se anche io stessi per abbandonare la piccola imbarcazione su cui mi trovavo nel sogno per prendere in mano il comando della nave di cui io e soltanto io potevo e dovevo essere il capitano. La linea d’ ombra si stendeva davanti a me, la invocavo a gran voce e avrei salpato oltre quel confine verso un orizzonte ancora sconosciuto. Da quel giorno sono ancora in viaggio, al comando di una nave che a volte non sa leggere le carte di navigazione e confonde la rotta, una nave che si blocca in mezzo al mare perché come nella Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, il vento non soffia né in una direzione né in un’ altra. Ma sono il capitano e non abbandono la nave. E’ questo, per me, “il resto”: ciò che la letteratura lascia quando ha finito di essere una materia scolastica, un’ imposizione, una noiosa pratica per topi da biblioteca. Ciò che resta della letteratura è la sua essenza, l’ incanto con cui le parole rendono eterno un personaggio, un sentimento, un luogo. Più volte ho detto di avere un amore viscerale per tutto ciò che è testo, che profuma di parole. E dirò di più, questo amore non si esaurisce né nell’atto di leggere né in quello di scrivere, benché quest’ultimo sia, di per sé, fonte di molto, moltissimo piacere. Eccolo “il resto”: ciò che resta di un qualsiasi momento della nostra vita che ha in sé potenziale letterario. Entrare in un caffè in un pomeriggio di inverno e bere un the caldo su una poltroncina di legno, mentre la neve scende; leggere vecchie lettere su carta ingiallita sbavata di inchiostro; Aprire il giornale e sentire l’ odore della carta stampata che si mescola a quello del caffè; viaggiare in treno e guardare i volti delle persone e in silenzio costruire storie che partono da un gesto; guardare un tramonto e tradurlo in versi; ripensare alla Parigi degli anni ’20, quando gli scrittori si incontravano nei caffè bevendo e scrivendo, immaginare Hemingway che ride con Gertrude Stein, Eliot che chiacchiera con Fitzgerald. Sentire mio padre raccontare la vita negli anni quaranta e non smettere di pensare a come ne verrebbe fuori l’ intreccio di un romanzo. E averlo già quasi in mente, quel romanzo. Pratiche, queste, che si allineano silenziose alla routine quotidiana, che non vengono dichiarate, ma che riescono ( quando l’ aggressività della vita moderna non trascina via i momenti senza lasciare il tempo di accorgersene) a rendere tutto, o quasi tutto, spudoratamente letterario. Tutto il resto, allora, è ciò che rimane dei giorni che non scivolano via se si riescono a fermare con l’inchiostro. Tutto il resto è il potere creativo delle parole. Tutto il resto è la vita messa a nudo su un foglio di carta. Tutto il resto è letteratura quando, insieme a lei, ciò che resta è gioia. E no, non ho detto noia.