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Tim Burton secondo Dumbo

Rilettura live action di un intramontabile classico Disney, che tramite l’elefantino estrapola però molto dell’animo artistico del regista.

 

(L'articolo potrebbe contenere spoiler)

TRAMA
Ritornato dalla grande guerra, in cui ha perso un braccio, l’ex acrobata Holt Farrier può finalmente riabbracciare i figli e riunirsi al circo dei fratelli Medici dove lavorava prima del conflitto. Le cose vanno male però: la moglie è morta di malattia quando lui era in Europa, e il circo naviga in cattive acque. Per risollevarne le sorti Max Medici ha acquistato un’elefantessa gravida, affidata alle cure di Holt. Il cucciolo che da alla luce, e su cui si puntava, è però inutilizzabile per lo spettacolo principale, a causa delle sue sproporzionate orecchie, e per questo viene relegato in numero clownesco di contorno. A seguito di un incidente, la madre dell’elefantino ribattezzato Dumbo, viene venduta, ma la comunità circense è decisa a farli ricongiungere. Il tour riprende, e durante uno spettacolo nel Missouri l’elefantino stupirà tutti, usando le proprie orecchie per volare, questa sarà la fortuna del circo Medici. Una fortuna su cui però qualcuno ha messo gli occhi.

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Era naturale che le strade dell’elefantino e quelle di Tim Burton si sarebbero prima o poi incontrate. Il regista ha esternato fin dai primi lavori, la sua difficoltà ad integrarsi nella società, affidando alla voce dei suoi personaggi il compito di esprimere questo disagio. Edward mani di Forbice è dei suoi film più personali, quello che esprime meglio questo concetto, tramite un protagonista desideroso, nonostante la sua diversità, di essere parte della comunità, che in un primo momento lo accoglie e lo ammira per questo, ma che poi lo allontana. Le lame che sostituiscono le mani Edward sono ottime per realizzare sculture che lasciano a bocca aperta le persone, ma inutili e pericolose nell’ordinario, fino a diventare una goffa fonte scherno. Aspetto che troviamo anche nell’elefantino dalle grandi orecchie, deriso a terra per la sua goffaggine quanto splendente in volo; proprio come l’albatro di Baudelaire, tanto ammirato per il portento delle sue ali in cielo, quanto burlato per i movimenti maldestri a terra. Una metafora del poeta libero di librarsi in alto ma incompreso dalla massa, che Burton sposa appieno ed estende alla figura dell’artista in generale e sua personale. Trasformando le ali dell’albatro nelle mani di Ewdard, e nelle orecchie di Dumbo.

Tim Burton ha sempre portato lo spettatore nel suo mondo, un pianeta dove i pericoli non si celano nelle tenebre ma alla luce del sole. Un luogo dove i piccoli sognatori si nutrono di prodigi, e quelli più attempati sono ancora desiderosi di stupirsi, e non si vergognano di ascoltare il fanciullino che è in se. Dove a chi è senza talento, ma ha la passione per dare tutto se stesso, viene data la possibilità di esprimersi o essere rivalutato. Come nel caso di Ed Wood, considerato tra i peggiori registi di sempre, ma capace di credere nel fascino del mistero e nella vastità della finzione, che ha nel cinema il canale di diffusione più influente dell’ultimo secolo. Tim Burton lo omaggia con un biopic, per poi attingere molto volentieri da quella selva di produzioni un po’ sghembe, girate senza fondi e in fretta e furia, su cui Ed Wood aveva gettato anima e corpo, regalandole nuovo lustro e dignità. Figure come Vincent Price e Bela Lugosi che coi loro horror hanno influenzato il Burton bambino, ora vengono rispolverati così come anche i b-movie di fantascienza degli anni ’50, che rivivono grazie a Mars Attacks!. Tutto seguendo uno stile ormai inconfondibile, dark e gotico, esaltato nelle due pellicole su Batman, gli hanno dato notorietà, e regalato all’uomo pipistrello la sua veste più iconica. Di quei film si ricordano alcuni dei villian meglio riusciti tra quelli esportati dal fumetto al cinema: questo grazie alla conoscenza delle dinamiche del terrore, e all’interesse per il mondo dei Freaks e dei Clown, che accomunano il Joker, il Pinguino e la Catwoman, che grazie ai volti di Nicholson, De Vito e Pfeiffer e alla veste data da Burton, sono entrati nell’immaginario collettivo. Con Dumbo abbiamo una sintesi di questi due mondi, dove l’attrazione tipicamente circense passa attraverso le evoluzioni dell’elefantino, possibili grazie alla sua deformità. Deformità spesso scambiata per mostruosità, in altre forme di spettacolo che avevano decisamente molto di meno di nobile.

C’è un’aria nostalgica sotto il tendone, il mondo fiabesco dello spettacolo itinerante è stato inghiottito da altre forme di intrattenimento, e le polemiche scaturite da una sensibilità fortunatamente più attenta alle dinamiche animaliste, hanno intaccato la tradizione circense. Burton, che non ha mai voluto inserire una morale nei film, decide di farlo ora, salvando il fascino del circo e predicando rispetto per gli animali. Una manovra che ha tanto il sapore del politicamente corretto, ma che data la fascia di pubblico giovane a cui si rivolge, risulta essere responsabile, dovuta e indispensabile.
La rivolta dei Freaks. Se Tim Burton ha utilizzato gli strani e i diversi per alcuni cattivi, in realtà gran parte della sua carriera è costellata di “mostri” rappresentati in maniera positiva. Nascondere il buono all’interno di un guscio spaventoso è la prerogativa di A Nightmare Before Christmas e della Sposa Cadavere, il cui gioco di contrasti rende vivace e confortevole la vita negli ambienti oscuri, e falsa e disagiata quella alla luce del sole. Le doti particolari delle persone che ruotano attorno a Dumbo, non offrono solamente attrazioni o crudele ilarità, ma sono utili anche come parte attiva e coordinata, che com'è stato per i “ragazzi speciali” di Miss Peregrine, sono guidati anch'essi, come ora, da un personaggio che ha il volto di Eva Green. Un mezzo di riscatto che passa dal coordinamento collettivo, organizzato per liberare Dumbo, emblema della propria condizione ed espressione del loro orgoglio.

Se il film del 1941 ha commosso, anche questo live action non mancherà di farlo, nonostante la vicenda si discosti parecchio dall’originale. Il punto di vista infatti passa dalla stretta cerchia animale a quella umana, dove le vicende dell’elefantino scorrono davanti agli occhi dei due piccoli figli di Holt, associati al cucciolo per vicinanza empatica, dettata dalla mancanza della figura genitoriale materna, che sta per essere strappata anche all’elefantino. Rimangono alcune delle sequenze entrate nella storia, come la leggendaria scena psichedelica degli elefanti rosa, trasferita dall’onirico al reale, e quella dell’incendio coi clown. Il regista ha adattato il Dumbo classico della Disney ai suoi gusti e ai suoi stilemi, rileggendolo a modo suo, ma l’impressione che traspare in realtà è che sia stato l’elefantino ad aver raccontato Tim Burton: donandogli a lui quella piuma, con cui la sua fantasia può spiccare il volo.

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