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Perdersi nel Black Hole della fantascienza.

Il concetto di Buco Nero - tornato oggi alla ribalta dopo la recente foto realizzata - ha una grande fortuna in fantascienza.

Come ci spiega il giovane ricercatore monregalese Fabio Lingua," il termine attuale "black hole" è coniato da John Wheeler per la prima volta nel 1967; ma il concetto era già dibattuto  dal 1916. La soluzione delle Einstein Equations che lo prevedeva è stata infatti la prima soluzione ad essere stata trovata. E' stata pubblicata lo stesso anno della Relatività Generale, da Schwarzchild (da cui prende il nome Schwarzchild Solution).

Sia black-hole che worm-hole (Einstein-Rosen bridge) vennero così largamente dibattuti in letteratura (scientifica) da subito, proprio per la loro stranezza/non banalità e ripercussioni fisico-filosofiche sul concetto di realtà, spazio, tempo, nascita dell'universo (big bang). Erano però chiamati in modo diverso: il black-hole veniva chiamato "dark-star" o "frozen-star", e il worm-hole veniva chiamato Einstein-Rosen bridge. Però i concetti, erano esattamente quelli.

Un tempo, il black-hole veniva chiamato "dark-star" o "frozen-star", e il worm-hole veniva chiamato Einstein-Rosen bridge.

Nel 1967 Wheeler ha solo trovato un nuovo nome (che evidentemente ha funzionato a livello di marketing), ma nulla di più, a livello divulgativo e scientifico la scoperta e l'inizio del dibattito erano già in corso da mezzo secolo. Se vogliamo, curiosamente, in tedesco Schwarz vuol dire nero: quindi senza farlo apposta, lo scopritore del buco nero, Schwarzchild, ha il nero (e il bambino, "child" in inglese, NDLB) nel nome."

La fantascienza propriamente intesa, come noto, nasce di lì a poco, nel 1926, quando Hugo Gernsback fonda Amazing Stories. Nel 1931 appare per la prima volta un worm-hole, in "The Meteor Girl" di Jack Williamson, dove il protagonista salva la fidanzata, dispersa nello spazio, sfruttando la distorsione dello spazio-tempo a suo vantaggio per arrivare in tempo. La teoria quantistica di Planck, apparsa nello stesso periodo (e per alcuni aspetti in contraddizione con la relatività einsteinana) viene citata per la prima volta poco dopo, nel 1938, in "The Legion Of Time" di Jack Williamson, dove serve a giustificare il tema degli universi paralleli.

Nel 1931 appare per la prima volta un worm-hole, in "The Meteor Girl" di Jack Williamson: il protagonista salva la fidanzata sfruttando la distorsione dello spazio-tempo.

Curioso che le prime attestazioni di buchi neri nella fiction appaiano invece piuttosto tardi, verso la fine degli anni '40. Possibile abbia influito l'avvio dell'età atomica (1945) e il conseguente riaccendersi di interesse per la fantascienza spaziale (mentre il terreno di scontro tecnologico nella guerra fredda era appunto la corsa allo spazio)? Va anche detto che, inizialmente, il pubblico della SF prebellica è costituito da persone di formazione tecnica, ma non universitaria, affascinati dalla scienza ma ancora lontani dalle teorie accademiche più astruse (che invece affascinavano gli autori, di formazione scientifica). Col crescere della formazione universitaria del suo pubblico, anche i contenuti della SF diventano più complessi.

In ogni caso, una delle prime opere in cui appare il concetto di buco nero è “The Sea Kings Of Mars” di Brackett (1949), in un mondo marziano fantastico dove, nella tomba di uno degli “dei di Marte”, si scopre una nera voragine nel continuum spaziotemporale. “The City And The Stars” (1956) è invece un romanzo di Arthur Clarke, uno grandi maestri del genere (dalle sue opere è tratto il “2001” di Kubrick).

Qui un “sole nero” diviene l’unica prigione in grado di trattenere una folle “mente cosmica”. “Kirie” di Poul Anderson, nel 1968, è il primo romanzo importante composto all’indomani della scoperta scientifica. Qui è un alieno buono, dai tratti sovraumani – è un essere di puro plasma – dal nome inquietante di Lucifer a cadere in un buco nero nel tentativo di salvare un’astronave. “Creatures of Light and Darkness” (1969) di Roger Zelazny si rifà invece al mito egizio, dove Thoth – principio regolatore dell’universo – deve contenere una divinità malvagia innominabile. Ritorna l’idea di Clarke, ma connessa alla mitologia, immaginando così le cosmogonie ancestrali come racconto di eventi scientifici ma incomprensibili agli antichi; un tema diffuso nella fantascienza.

“Gateway” (1977) di Fredrick Pohl, il massimo capolavoro della fantascienza “matura” degli anni ’70, sfrutta il tema del buco nero per l’angosciante episodio che attanaglia il protagonista

“Gateway” (1977) di Fredrick Pohl, il massimo capolavoro della fantascienza “matura” degli anni ’70, sfrutta il tema del buco nero per l’angosciante episodio che attanaglia il protagonista, in cura da uno psicanalista robotico, con elementi simili al romanzo di Anderson, ma rielaborati in chiave di maggiore realismo psicologico. Il tema ritornerà in successivi romanzi connessi a Gateway, nel “ciclo degli Heechee”. In “Hyperion” (1989) di Simmons, capolavoro della SF letteraria ispirato, nella struttura, a Canterbury Tales, un buco nero ha divorato la Terra originaria nel presupposto narrativo della storia futura dove l’opera è ambientata. Intanto, a partire da “The Black Hole” (1979) di fantascienza disneyana – poco edulcorata, a onor del vero – il tema del buco nero è sbarcato anche al cinema e alla tv, dove appare in serie del calibro di Star Trek e Battlestar Galactica. E, per finire, impossibile non citare Futurama, dove l’astronave Titanic cade in un buco nero per colpa dell’inettitudine di Zapp Brannigan.

E, per finire, impossibile non citare Futurama, dove l’astronave Titanic cade in un buco nero per colpa dell’inettitudine di Zapp Brannigan.

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