Se un videogioco può aiutare una cattedrale

L'ipotesi di utilizzare i modelli realizzati per "Assassin's Creed Unity" per il restauro di Notre Dame è suggestiva e contribuisce a evidenziare il valore culturale dei videogiochi.

Attività sportive o culla per rammolliti? Opere d’arte o prodotti di un industria che pensa solo al profitto? Opportunità didattiche o sfogo per i più bassi istinti? La forza e la radicalità di questi paradossi indicano come la cultura moderna e il sentire comune non abbiano ancora completamente fatto pace con il mondo videoludico. I videogiochi, come tutti i software, sono opere dell’ingegno umano, testimoni del loro tempo nella forma e nella sostanza; vengono ancora disprezzati da molti, come passatempi oziosi, malsani e improduttivi, se non addirittura temuti per l'influenza che possono avere alcuni titoli sulle giovani generazioni. È interessante quello che sta accadendo in questi giorni, in seguito al  rogo che ha gravemente danneggiato la cattedrale di Notre Dame di Parigi. Nell’immediato, sull’onda della viva emozione, si sono lette un po’ ovunque in internet, sui media, metafore, anche piuttosto spericolate, sul declino della società occidentale. Mi pare più significativo quanto è accaduto nelle prime ore dopo il rogo, quando il mondo, davanti alle macerie fumiganti della cattedrale, ha iniziato a rimboccarsi le maniche per capire come ricostruire. Tra le tante offerte d’aiuto e ipotesi su come procedere, colpisce la notizia che un un videogioco potrebbe offrire un contributo importante. Per programmare il kolossal videoludico Assassin’s Creed Unity, episodio della popolare saga ambientato durante la rivoluzione francese, gli esperti informatici della Ubisoft avevano creato modelli e ricostruzioni molto accurati della Parigi antica e, in particolare, della Cattedrale di Notre Dame, a cui Caroline Miousse, che si occupava delle ricostruzioni scenografiche, ha dedicato ben due anni di studio, esplorazione e mappatura. Insomma, un capitale di informazioni, disegni immagini che potrebbe rivelarsi utilissima agli architetti ed ingegneri che dovranno ricostruire quello che è andato perduto. Un fondamentale risparmio di tempo e denaro, che potrebbe venire da una fonte insospettabile. Si usa il condizionale perché la scelta sta alla Ubisoft, che nel frattempo si è attivata per offrire la sua solidarietà offrendo il videogioco in download gratis per qualche giorno, spingendo gli utenti a donare qualcosa per la ricostruzione, donando in proprio ben 500.000 euro. Non ha ancora però offerto questo database di dati in suo possesso alle autorità, cosa che invece ha fatto il Vassar College, in possesso di una scansione laser della cattedrale effettuata dal professor Andrew Tallon, oggi scomparso. Insomma, per ora si tratta solo di un’ipotesi, una delle possibili strade da percorrere. Certo è interessante rimarcare questa possibilità, che lega uno dei simboli più amati della cultura, della storia e della tradizione europea, ad un prodotto tipico dell’era informatica e digitale che stiamo vivendo. Un fatto che mette inequivocabilmente in luce un alto valore culturale, contenuto in un titolo che probabilmente ha regalato infinite ore di svago a tanti grandi e piccoli.

Quando Zio Paperone salvò i templi di Abu Simbel

Torna in mente quanto avvenne negli anni ’60, quando i templi di Abu Simbel rischiarono di finire sepolti per sempre nelle acque della diga di Assuan, in costruzione. Nel 1961, in pieno dibattito, Romano Scarpa, popolare disegnatore e fumettista, pubblicò la storia “Paperino e il colosso del Nilo” in cui fantasticava, per salvare un monumento in una situazione analoga, il taglio dello stesso in cubetti e lo spostamento. Come ricorda lo stesso Scarpa in un’intervista: «La scrissi e disegnai quando si discuteva sui salvataggi dei monumenti di Abu Simbel. Raccontavo di Paperone che doveva spostare un monumento per cercare l’uranio del sottosuolo. Archimede Pitagorico gli offriva alcune soluzioni. Una consisteva nello smontare il monumento, numerare i pezzi e ricostruirlo altrove. Era, la mia, un’ipotesi fantastica, senza pretese scientifiche, ovviamente. Soltanto un paio d’anni dopo ho saputo che quell’idea era stata ripresa da un grande quotidiano, in un articolo intitolato “Walt Disney salva il monumento della Nubbia”, e che in realtà fu messa ad effetto. Non è poco davvero!». Davvero gli ingegneri italiani si ispirarono a quella storia per elaborare il progetto con cui poi, effettivamente, il monumento egiziano fu portato in salvo? Davvero fu proprio quell’idea di Scarpa a dare l’imbeccata giusta al team di ingegneri? Anche se così non fosse è significativo che un fumettista, all’epoca considerato poco più di un artigiano dedito a un prodotto di pura evasione per un pubblico infantile, abbia saputo intuire la soluzione giusta a un problema così importante. Non è l’unico caso: lo stesso Scarpa, con la sceneggiatura di Martina, pubblicò nel 1970 una storia “Zio Paperone e il tunnel sotto la Manica” che anticipò la costruzione del tunnel sottomarino, completato nel 1994. Carl Barks in “L’eredità di Paperino” del 1949 racconta l’impresa di recuperi sottomarini di zio e nipotini, che utilizzavano una massa di palline da ping pong per far riemergere i relitti dal fondo del mare. Nel 1964 il sistema fu brevettato davvero, dall’inventore danese Karl Kroyer, che lo mise a punto e lo utilizzò per recuperare una nave nel golfo del Kuwait. Naturalmente, però, non utilizzò palline da golf.