Con Stefania Rocca, un’indagine intensa su giornalismo e politica

Sul palco troneggiano tre colossali scatole di plexiglass: l’impatto con la scenografia di “Squalificati” è abbastanza sorprendente, specialmente per il pubblico di un teatro di provincia, non avvezzo a produzioni stravaganti o particolarmente ricche di macchinari. Sul palco del “Baretti”normalmente si vedono scene statiche, arredamenti, paesaggi. Per raccontare questa storia di retroscena del potere, di intrecci tra interesse pubblico e privato di tutti i personaggi in gioco, la regia di Luciano Melchionna ha scelto questo curioso sistema, fatto di camere di plexiglass, piccoli segmenti di stanze di palazzo, che si muovono su un sistema di binari, portandosi ora in primo,ora in secondo piano. I personaggi si muovono quasi sempre al loro interno, il pubblico può osservarli muoversi nel loro ambiente quasi come se fossero carpe in un acquario. O come se, al solito,li stesse guardando attraverso una colossale televisione.Entrambe le componenti sono sicuramente presenti,in questo gioco di allusioni,sotteso dietro ad un testo che parte un po’ irrigidito (la prima parte, con lunghi monologhi del segretario stampa è parsa un po’ indigesta, nei limiti della comprensibilità una sforbiciata sarebbe auspicabile), per poi farsi via via più serrato e ficcante man mano che entra nel vivo, pur pagando l’inevitabile scotto di una formalità che, per forza di cose e dovere di trama,non si scioglie sostanzialmente mai. I protagonisti  infatti sono il presidente del governo (Andrea De Goyzuveta) e una giornalista televisiva (Stefania Rocca), incaricata di intervistarlo, in possesso di alcune fotografie che provano la sua relazione con una minorenne. Il mellifluo segretario stampa (Fabrizio Vona) si aggira all’interno del dramma, senza tradire emozioni né mai svelare i fini del suo ambiguo gioco. Il presidente, messo davanti all’evidenza delle prove, si difende chiedendo se può un errore privato, per quanto grave, mettere in discussione i buoni risultati ottenuti nel perseguimento del bene comune. La giornalista, professionista integerrima, dal canto suo è messa a dura prova dall’arresto della figlia per spaccio di droga che rischia di comprometterla,nonostante lei non abbia responsabilità di quanto accaduto. Il testo di Pere Riera pone questioni chiaramente esemplari, è un testo che mira a partire dalle premesse a porre dilemmi filosofici. In che misura la morale pubblica e privata di una persona possono viaggiare su due binari diversi? In che misura il ruolo pubblico può e deve restare separato dalla condotta privata? Sono ammessi sbagli? Cadute? L’intervista, infine, va in scena, e la giornalista, cede,infine, incalzando il presidente ma senza inchiodarlo, tirando fuori le prove in suo possesso. In una forte scena finale, lo schiaffo che la giornalista tende al segretario stampa, che l’ha insidiata in più occasioni con ambigue allusioni, le viene brutalmente restituito, strappando un mormorio di stupore dal pubblico. È la metafora di un duello tra classe politica e giornalismo che, almeno in questa occasione, vede sconfitti tutti. Non a caso, sul finale, la scenografia si ribalta, per mostrare due immagini di Sandro Pertini e Anna Politkovskaja,con le rispettive citazioni: “La libertà senza giustizia non è che una conquista fragile” e “L’unico dovere di un giornalista è dire quello che vede”. La performance degli attori, eccellente, è stata salutata con un lungo applauso dal pubblico monregalese, al termine della rappresentazione di domenica sera. Con questo spettacolo,si è conclusa la stagione 2018/19 organizzata da Comune e Fondazione Piemonte dal Vivo.