Dino Buzzati sull’Unione.

Dino Buzzati (1906-1972) è uno dei più importanti autori della letteratura italiana, soprattutto nell'ambito del fantastico, da noi poco coltivato. La cosa particolare dell'autore è sicuramente la sua capacità di coniugare uno stile asciutto, essenziale, con la descrizione di situazioni invece surreali, metafisiche, in grado di offrire al lettore una riflessione sempre originale, e mai troppo univoca e predeterminata.

Il Buzzati corrispondente dalle colonie apparve piuttosto precocemente sull'Unione Monregalese, il 18 novembre 1939.

Lo stile deriva a Dino Buzzati dal suo lungo lavoro di giornalista presso il Corriere della Sera, per cui fu anche corrispondente all'estero e durante la guerra. In questa veste l'autore apparve piuttosto precocemente sull'Unione Monregalese, il 18 novembre 1939 (anno XVIII dell'età fascista, specifica la testata). Era da poco iniziata, il 1 settembre 1939, la seconda guerra mondiale, in cui l'Italia tuttavia non era per il momento coinvolta (vi entrò solo il 10 giugno 1940). Buzzati scrive un pezzo effettivamente molto efficace dalla capitale di Etiopia, che l'Unione di allora riprende con favore. Il titolo infatti è Messa ad Addis Abeba e narra della fervente fede dei Coloni.

Il pezzo è indubbiamente efficace: e benché Buzzati - e l'Unione di allora - si allineino ad esaltare "l'alba cristiana" e "l'alba imperiale" (nel momento in cui, in realtà, è imminente il loro tramonto) il pezzo ha indubbiamente qualcosa della sensibilità crepuscolare, dubbiosa, antiretorica di Buzzati, pur forzata in uno stile tendenzialmente opposto.

il pezzo ha indubbiamente qualcosa della sensibilità crepuscolare, dubbiosa, antiretorica di Buzzati, pur forzata in uno stile tendenzialmente opposto.

Si esalta la "giovinezza" di questa fede (altra parola chiave del regime...) ma in contrasto con una fede anziana della patria: e anche i giovani vigorosi coloni sono colti in modo particolare, di schiena, inquadrandone non i volti radiosi, come avrebbe fatto un cantore standard della mistica fascista, ma le nuche, enigmatiche, inespressive.

Buzzati aveva già composto Bàrnabo delle montagne (1933) e Il segreto del bosco vecchio (1935), ma il capolavoro in ambito romanzesco, Il deserto dei tartari, uscì poco dopo questo articolo: nel 1940. Si narra, come noto, di un avamposto militare ai confini con leggendarie popolazioni barbariche, in straniante attesa di un grande conflitto che offra l'occasione per la gloria (ma, quando arriverà, sarà la distruzione: le forze dei tartari appariranno enormemente soverchianti). Su tutto il romanzo aleggia sottile ma implacabile il senso di un costante presagio di morte che avvolge i personaggi, a partire dal protagonista, l'amletico tenente Drogo.

Buzzati respingeva - a ragione - interpretazioni allegoriche precise delle sue opere: ma indubbiamente in parte le sue esperienze giornalistiche di quegli anni, ai confini dello stentoreo e fragile Impero fascista e sabaudo, hanno avuto un peso nel fornire perlomeno degli spunti al suo capolavoro. Tra questi, anche questo breve articolo citato occasionalmente dall'Unione.

il capolavoro di Buzzati in ambito romanzesco, Il deserto dei tartari, uscì poco dopo questo articolo, nel 1940

Dopo questa precoce ricognizione, Buzzati sparisce dalle pagine del giornale, per riapparirvi solo vent'anni dopo, nel 1959. Siamo negli anni di Campanile Sera, e Mondovì, campione del gioco pensato per diffondere la televisione (introdotta nel 1954) nelle cittadine di provincia, è la "capitale morale d'Italia" come ironizza - ma non troppo - l'umorista Mosca.

La domanda decisiva nell'incontro perso contro Vasto verte sull'autore de "Il diavolo al Pontelungo": il concorrente monregalese, invece che a Riccardo Bacchelli, attribuisce l'opera a Buzzati.

La domanda decisiva nell'incontro di campanile sera perso contro Vasto verte sull'autore de "Il diavolo al Pontelungo": il concorrente monregalese, invece che a Riccardo Bacchelli, attribuisce l'opera a Buzzati.

Se ne riparlerà nel numero del 3 febbraio 1972, per dare succintamente la notizia della morte dello scrittore, in termini telegrafici. Il nome ricorre poi, dal 1976 in poi, in modo indiretto, per via delle polemiche del mondo cattolico col fratello dello scrittore, il genetista Adriano Buzzati-Traverso (che aveva mantenuto integro il nome di famiglia). Si torna a parlare  del Buzzati scrittore poi solo nel 1991, recensendo il film tratto da "Il deserto dei tartari" 1976 trasmesso ormai sulla TV nazionale.