Mitzi Peirone: «Un incubo che ha realizzato i miei sogni»

L’avventura della giovane cineasta nel mondo del cinema. Successi, delusioni, esperienze da modella, attrice e infine regista di un film presentato al Tribeca Film Festival di De Niro

Contenuti:
-Mitzi Peirone, una giovane regista
-La partenza per gli Usa e il sogno del cinema
-La grande delusione
-La rinascita
-"Braid" La svolta
-Note di regia

Mitzi Peirone, una giovane regista
Tre ragazze in una villa vittoriana, l’inizio di un viaggio allucinato, una discesa nell’incubo in cui i confini tra reale e fantastico non sono marcati e ben presto lo spettatore si smarrisce, in un flusso di immagini, come una sorta di visione. Questo è “Braid” un film che ha debuttato nel 2018, presentato al pubblico internazionale al Tribeca Film Festival, la rassegna cinematografica newyorkese, tra le più importanti del mondo. Un sogno generato, inseguito e partorito da una sola persona: Mitzi Peirone. La sua storia è una conferma per quelli che continuano a credere nel mito americano. Quell’ideale secondo cui una persona di talento, con il duro lavoro e con la perseveranza, possa realizzarsi e trovare il proprio posto nel mondo. Sarà di conforto anche per tutti i giovani che hanno un sogno nel cassetto e che sono pronti a mettersi in gioco per realizzarlo.

 

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La partenza per gli Usa e il sogno del cinema

A 19 anni Mitzi Peirone è un’adolescente come tutti, che deve decidere cosa fare della propria vita. Mitzi è nata a Torino, ma parte delle sue radici sono nel Monregalese. La madre, Maria Caramelli, è la direttrice dell’Istituto zooprofilattico, il padre, Bruno Peirone, è originario del capoluogo. La sua vita trascorre a Torino, con amicizie, parentele e legami nel Monregalese che non si sono mai spezzate. In particolare, tra i luoghi della sua infanzia che più l’hanno segnata c’è la casa dei nonni, a Boves. «I miei nonni avevano una casa del 1800 che aveva un che di sinistro e di magico – ricorda Mitzi –, con tre piani di stanze in cui perdersi e un grosso giardino in cui i miei fratelli ed io giocavamo per ore ogni giorni. Le mie estati da bambina in quel luogo mi hanno formato dal punto di vista immaginativo e creativo». La suggestione delle antiche ville di famiglia è un formidabile incubatore per fantasia e immagini, come racconta anche Bergman, nel parzialmente autobiografico “Fanny e Alexander”. Dai banchi di scuola del Liceo Classico Valsalice, si fa largo in lei la voglia di trovare la propria strada creativa e artistica, di inseguire un sogno: il cinema americano. «Praticamente tutti mi avevano detto di non farlo. Dai parenti ai professori, agli amici». Lei però tiene duro, e parte. Studia all’American Academy of Dramatic Arts, la più antica istituzione statunitense. Dopodiché cerca di inserirsi nel mondo del cinema. Gli inizi, naturalmente, sono difficili. «Dopo essermi diplomata, facevo la modella per mantenermi, mentre andavo a fare audizioni per parti che non volevo, con sceneggiature da poco, per zero paga, in cambio soltanto di “exposure” ».

«I miei nonni avevano una casa del 1800 che aveva un che di sinistro e di magico. Le mie estati da bambina in quel luogo mi hanno formato dal punto di vista immaginativo e creativo»

La grande delusione

Un periodo che sembra interrompersi con il primo ingaggio importante, che arriva pochi mesi dopo. «Riuscii a ottenere il ruolo principale per un film che adoravo: era un cortometraggio che cercava fondi con indiegogo, per il quale lavorai ossessivamente per quasi due anni, per trovare una casa di produzione che ne facesse un lungometraggio. Scovammo una casa di produzione, ottenemmo i fondi e ampliammo la sceneggiatura. Pensavo che fosse fatta. Invece il regista del film mi licenziò per avances non gradite, che non ricambiai». Una ferita profonda, che colpisce profondamente la giovane, e che arriva nel periodo più buio della sua avventura americana. «Ero senza contratto, senza agente, senza aiuto. L’ingiustizia mi stava lacerando a un punto tale che persino i miei mi hanno detto “Puoi tornare a casa e possiamo ricominciare come se nulla fosse mai accaduto”. Come se non bastasse al momento di massima prova la mia agenzia di moda smarrì il mio visto. A 23 anni ero un’immigrata illegale, disoccupata, sola a New York. Dormivo in una cabina armadio, con i rotoli di carta igienica rubati nello zaino». Fu in quel momento che nella mente della giovane artista si concretizzò lo spunto di partenza per “Braid”.

«A 23 anni ero un’immigrata illegale, disoccupata, sola a New York. Dormivo in una cabina armadio, con i rotoli di carta igienica rubati nello zaino»

La rinascita

«Iniziai a scrivere Braid come una riflessione sul mondo di carta, sotto le vesti di un thriller psicologico, attraverso la metafora satirica di adulti che giocano come dei bambini. La pagina bianca mi salvò dal baratro». Come fa una ragazza al di fuori dai circuiti delle grandi produzioni a trovare il budget necessario per girare un film? «Non avrei potuto usare crowfunding platforms. Non volevo chiedere soldi ad amici e parenti in cambio di magliette e ringraziamenti vivissimi per poi non raccogliere abbastanza. Il problema con il crowfunding è che è un sistema a donazione, non un investimento vero». La soluzione al problema arriva dal mondo in espansione degli investimenti in cripto moneta. Il sistema escogitato da Mitzi Peirone è innovativo, cervellotico e geniale: «Si tratta di Crowd selling, una vera vendita di azioni del profitto del film in cambio di fondi per la produzione, tutto attraverso la tecnologia blockchain». I finanziatori del film sarebbero stati i primi ad essere ripagati quando la pellicola avesse generato profitti, e con un 15% di aggiunta come incentivo. Dall’apertura delle vendite, in 2 settimane l’obiettivo è stato raggiunto. Nel 2017 due produttori si uniscono al progetto, e si completano il cast e la crew. Così “Braid” ha potuto prendere vita, con 5 settimane di produzione e riprese a Yonkers, New York, seguiti da 6 mesi di post produzione. A gennaio del 2018 la pellicola, tra altre 10.000, viene scelta tra i 50 titoli che comporranno il cartellone “fiction” del Tribeca Film Festival. È un trampolino di lancio straordinario, che lancia Braid nella distribuzione internazionale. Il film nel corso dei due anni successivi sarà selezionato nelle rassegne della Corea del Sud, di Londra, del North Bend, del Vermont, di Philadelphia, Losanna (Dove arriva la targa come “Miglior Film”) e successivamente Bruxelles, Livorno e Sitges in Spagna. La distribuzione mondiale del film è stata garantita da Blue Fox Entertainment. Mitzi Peirone, a questo punto, ha tutte le carte in regola per intraprendere una carriera straordinaria.

«Iniziai a scrivere Braid come una riflessione sul mondo di carta. La pagina bianca mi salvò dal baratro»

"Braid". La svolta

“Braid” in inglese significa treccia. È un titolo che ha più piani di lettura, come tutta la pellicola, giocata su un’esperienza onirica, in cui i piani della realtà, dell’allucinazione e del sogno si confondono e si intrecciano continuamente, in una visione cinematografica simile a quella dei primi film di Dario Argento, come ad esempio Suspiria, che infatti è un modello di riferimento per la regia di Mitzi. Il nome Braid è un riferimento anche al legame tra le protagoniste, ad un estetica bamboleggiante, che prevale sullo schermo in contrapposizione alla brutalità della vicenda, ed al dottor James Braid, padre dell’auto ipnosi. « I miei modelli in fase di scrittura e regia – dichiara la cineasta – sono stati  Stanley Kubrick, sia “Arancia Meccanica” che “Shining”, poi a “Requiem for a Dream”, “Donnie Darko”, “Mulholland Drive”, “Suspiria”, “Funny Games” e “Heavenly Creatures”». Personalmente il titolo ci suggerisce altri due accostamenti: il delirio allegorico di “Madre!” di Darren Aronofsky e la trama di “Spring Breakers”. Peirone accoglie bene questi suggerimenti: «Penso che entrambi abbiano un valore di narrativa allegorica e simbolica piuttosto che meramente realista. Di Spring Breakers vedo di sicuro la cinematografia e il senso di “youthful bravado”».

Note di regia

Si va quindi a scavare più a fondo nel processo di creazione autoriale: «Volevo scrivere una sceneggiatura-manifesto, un viaggio visuale tra le caverne dell’immaginazione, del sogno, della realtà cangiante a seconda dei nostri pensieri. Avrei distorto la pellicola, la norma, la logica narrativa per evocare un’idea, un’emozione ben più grande della realtà stessa: volevo fare un film espressionista, che però contenesse ancora in sè l’estetica del rinascimento, il chiaro-scuro del Caravaggio, ma che si contorcesse nell’esuberanza folle delle bestie furiose dell’espressionismo. Volevo creare la logica del sogno, una storia ebbra di fantasia, una storia in cui il confine tra realtà e sogno si azzerasse. Le sostanze psicotrope sono meramente un diversivo  per portarci nella mente, nella percezione personale dove la natura si tinge di viola, non per via degli allucinogeni, ma per via del sentimento. La prospettiva interiore del personaggio percepisce le sue circostanze tinte di una magenta livido, tumefatte da un trauma passato, rendendo la natura dello stesso colore della sua coscienza. Braid contiene anche elementi di anti-eroismo ed eroicità tragica greca, seguendo questi personaggi nella loro discesa nell’oltre mondo dove devono affacciarsi e sconfiggere i propri demoni in ordine per risalire vittoriose nel mondo originale - the hero’s journey è un cerchio; ma queste sono eroine moderne e il cerchio diviene un condanna ciclica, un baratro senza fine, con le tre protagoniste legate insieme, mortalmente da un fato ineluttabile.

«volevo fare un film espressionista, che però contenesse ancora in sè l’estetica del rinascimento, il chiaro-scuro del Caravaggio, ma che si contorcesse nell’esuberanza folle delle bestie furiose dell’espressionismo».