INTERVISTA – L’ingegnere che ha un pezzo di Luna sulla sua scrivania

Alzi la mano chi può dire di aver visto – anche solo visto – un pezzo di terreno lunare. Beh, lui ne ha uno sulla scrivania: «È in una teca di vetro, grosso così». E con le dita misura qualcosa che potrebbe essere grosso quanto una noce. «Me lo diedero quando ero amministratore della Alenia. È nel mio ufficio, a Roma», dice.

Se c’è una persona, a Mondovì, titolata a parlare della Luna, nel 50esimo della missione Apollo 11, quella è l’ing. Giuseppe Viriglio. Ingegnere aerospaziale, la sua è una carriera che è cominciata col programma SpaceLab negli USA ed è passata attraverso tutti i gradi della Alenia Spazio fino ai vertici apicali (direttore generale e amministratore delegato), per poi sfociare nella Direzione Programmi Industriali della ESA a Parigi. «Lo sbarco dell’Apollo 11 è stato un evento storico e irripetibile – dice –. Io non credo che la gente, oggi, si renda conto di cosa fu lo sbarco sulla Luna. Forse in Italia non venne mai percepito come il traguardo incredibile che rappresentò per gli USA. Ma se mai ci torneremo, sarà una cosa diversa. Del resto, senza quel contesto politico, probabilmente non sarebbe mai avvenuto. O, comunque, non in quel modo»

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Ing. Viriglio, partiamo dall’inizio. Lei si ricorda dov’era il 20 luglio 1969?
Ero a casa e stavo preparando la mia tesi di laurea. Frequentavo Ingegneria Aerospaziale, e l’oggetto della mia tesi era proprio: “Attracco e aggancio di un veicolo in orbita lunare”. Si immagini cosa voleva dire, per me, poter vedere coi miei occhi quello che stavo studiando.

Da studente del settore, cosa significò per lei quell’evento?
Significò poter vedere realizzarsi tutto quello che stavamo studiando, calcolando, teorizzando. Ero curiosissimo, perché sapevo che cosa stava succedendo e volevo vedere se nella pratica tutto sarebbe andato effettivamente come era stato previsto. Non fu soltanto una sfida aerospaziale, ma anche comunicativa e mediatica.

In che senso?
Nel senso che gli americani non volevano solo sbarcare sulla Luna, ma volevano che lo sapessero tutti. Volevano che tutto il mondo vedesse, volevano che tutto fosse documentato. Hanno dovuto tenere un’antenna puntata verso la Terra per tutta la durata dello sbarco. Non dico che trasmettere sia stato più difficile che allunare, ma era parte della difficoltà.

Come vede quell’impresa a 50 anni di distanza? E se oggi dovessimo rifarlo?
Oggi non sarebbe la stessa cosa. Non so se torneremo sulla Luna nel 2024, come dice Trump, ma non sarà la stessa cosa. Si sono affrontati rischi enormi, che si conoscevano solo in parte. Dietro non c’era tanto una missione scientifica quanto una volontà di esplorazione. Gli astronauti che vanno in orbita, ora, sono scienziati. Quelli invece erano piloti collaudatori: gente che sapeva che poteva rischiare la vita. Oggi certi rischi sarebbero inaccettabili. Quale pilota, oggi, staccherebbe i controlli e prenderebbe i comandi manuali come fece Armstrong all’epoca, rischiando tutto? Se lo immagina cosa succederebbe, oggi, se ci assumessimo rischi come quelli? O se si mandasse un animale in orbita, prima dell’uomo? Impensabile.

Fu questa “volontà di scoperta” a influenzare lo sviluppo tecnologico?
Assolutamente sì. Faccia caso a cosa è accaduto nel 1969: a febbraio fece il primo volo il Boeing 747, a marzo ci fu il primo volo dell’aereo supersonico Concorde, a metà anno arrivò il primo computer a transistor. Sa cosa significa? Che si stava davvero lavorando per portare l’umanità in una nuova epoca. Oggi, invece, è cambiato tutto.

È per questo che non siamo più tornati sulla Luna?
Esatto. La domanda “perché non torniamo sulla Luna?” ha in parte la stessa risposta della domanda “perché non volano più gli aerei supersonici?”. Ovvero, perché siamo passati da una tecnologia di tipo innovativo, finalizzata alla scoperta di cose nuove, a una tecnologia di tipo evolutivo, finalizzata a migliorare le nostre condizioni di vita. È stato un cambio di paradigma. Non c’è più quel desiderio di fare cose mai fatte prima, di compiere imprese. Il passaggio dal volo subsonico a supersonico non è quello di una semplice evoluzione della tecnologia esistente, ma una tecnologia tutta nuova. Quell’epoca, oggi, è finita.

Ma ci possiamo tornare? Ci torneremo nel 2024, come dice Trump?
Non so se accadrà, ma “tecnicamente” oggi non sarebbe un problema. La domanda però è: perché? Oggi la sfida è la missione su Marte, ma quella è una tutta un’altra questione.

Che differenze ci sono tra andare sulla Luna e andare su Marte?
È una cosa completamente diversa. Prima di tutto, la distanza: per andare sulla Luna ci vogliono due giorni, per Marte si tratta di un viaggio di 4-8 mesi. Ma il problema non è tanto la distanza... la vera differenza è che sulla Luna ci andammo “per andarci”, era una conquista. Su Marte invece dobbiamo andare “per restarci”. Non basta raggiungerlo, metterci piede e ripartire. Dobbiamo andare, atterrare, studiare e tornare indietro. Oggi stiamo lavorando per capire se è possibile partire col carburante necessario per l’andata e poi, una volta là, estrarre l’acqua per produrre il carburante per il ritorno.

Secondo lei, quando accadrà la prima spedizione umana su Marte?
Attorno al 2030. Spero di riuscire a vederla.

Per anni si sono dette frasi come questa: «dopo il Duemila, andremo sulla Luna in pullman», come se potesse diventare “la gita della domenica”. Lei non pensa che forse ci sia stato anche un errore nella narrazione della questione?
No, non credo, perché come ho detto c’è stato un cambio di paradigma. Abbiamo smesso di esplorare. Ma non vale solo per lo spazio: anche il punto più profondo della terra, la Fossa delle Marianne, fu esplorata in quegli anni dal batiscafo “Trieste”.

All’epoca dello sbarco dell’Apollo 11, lei aveva 23 anni. Un ventenne di oggi, secondo lei, con che occhi vede quell’impresa? E come interpreterebbe un nuovo sbarco?
Penso che oggi sia difficile capire cosa rappresentò quell’evento. E credo che se avvenisse di nuovo, nel mondo di oggi, un ventenne lo noterebbe a malapena. Dopo un paio di giorni sarebbe già una cosa passata. Anzi: considerando ciò che siamo abituati a vedere, forse sarebbe persino deludente dal punto di vista “scenografico”. Qualcuno direbbe: va beh, nulla di strano, l’ho già visto.

Come mai i protagonisti di queste imprese storiche sono quasi spariti dalla scena mediatica?
Perché la Luna ti cambia. Profondamente. Io ho conosciuto di persona Eugene Cernan, che camminò sulla Luna durante la missione Apollo 17. E fu lui stesso a dirmi: «Ho camminato sulla Luna, cos’altro posso fare, ora?». Inoltre io penso che queste persone abbiano sofferto molto del fatto che gli sbarchi siano stati bloccati. Li capisco: nel 1972, quando si decise di interrompere le missioni sulla Luna, io stavo lavorando allo SpaceLab ed ero là. Alla Nasa erano distrutti, sentivano che era finita.

Cosa risponde a chi dice che la missione “Apollo 11” fu tutta una bufala?
Cosa vuole che le dica? Oggi si è diffusa questa “cultura” della negazione, propagata attraverso Internet. È una forma di ignoranza che si propaga come se il valore della scienza non esistesse. Ma ci sono innumerevoli prove, i resti della missione Apollo 11 sono stati visti e trovati da tantissime sonde successive. Il Centro di Geodesia spaziale di Matera studia i movimenti del nostro pianeta attraverso un ripetitore laser che riflette un raggio lanciato dalla terra. Qualcuno l’avrà piazzato, lassù, o no?

E a chi definisce le missioni spaziali come una spesa inutile?
Non me ne capacito. Le applicazioni pratiche sono innumerevoli: dai satelliti, che servono per le telecomunicazioni, al controllo degli asteroidi. Pensiamo allo studio dell’elio-3, che sarebbe un combustibile “a buon mercato”: applicazioni enormi. Ma l’esplorazione umana serve anche a capire qualcosa in più su noi stessi, sul mondo in cui viviamo: un universo di cui conosciamo solo il 15% della materia. Non sarebbe male conoscerlo un po’ meglio.