La sete dello Zimbabwe: «Pozzi e tubature in secca. Le alluvioni distruggono tutto»

Intervista al fotoreporter Stefano Stranges, che racconta la sua esperienza in una delle zone più povere del mondo: «Senza acqua, non c’è vita. Gli animali muoiono sul greto del fiume prosciugato»

Fotografo e fotoreporter giramondo, Stefano Stranges, con le sue immagini è stato protagonista di una toccante mostra a Mondovì, nell’area Besio. “Drought in the rain season. La siccità nella stagione delle piogge”, questo il titolo dell’allestimento, che ha “sbattuto” davanti ai nostri occhi, attraverso i suoi scatti, la drammatica situazione attuale dello Zimbabwe. Una terra selvaggia e bellissima, squarciata però dalla sete. Una situazione estrema, che Stefano ha documentato durante il suo viaggio tra i paesini che ricevono aiuti dalle Ong operanti sul posto, come “Terre des Hommes Italia”.

Stefano, quali sono gli effetti più devastanti dei cambiamenti climatici che hai potuto osservare in Zimbawe?
Sono stato in Zimbabwe per documentare soprattutto i problemi legati all’agricoltura e al bestiame, le due principali fonti di sostentamento. Eravamo a febbraio, la stagione delle piogge era quasi terminata e non si era ancora iniziare a piantare le coltivazioni, perché i fiumi erano completamente in secca. A questa situazione pazzesca, con animali che muoiono alla ricerca di un po’ d’acqua, si aggiungono pompe di irrigazione rotte e pozzi non funzionanti a causa delle violente alluvioni che distruggono tutto.

Come si riesce ad entrare sintonia con le comunità locali, tanto da poter fotografarle le persone in modo “naturale”, seguendole durante la loro vita di tutti i giorni?
L’aspetto sociale è fondamentale. La Ong “Terre des Hommes” ha suoi rappresentanti sul posto, che mi accompagnavano ad incontrare i “capi” dei villaggi. Si teneva una specie di riunione sotto gli alberi, durante la quale, uomini e donne in due cerchi distinti, decidevano se potevo scattare loro fotografie e, allo stesso tempo, “facevano il punto” sui sistemi di irrigazione e sui problemi ad esso legati.

Raccontaci qualche episodio di “vita vissuta” che ti ha particolarmente colpito in una realtà così “estrema” e diversa dalla nostra…
Mi ha fatto davvero impressione, in pieno periodo delle piogge, vedere il letto del fiume asciutto. Le persone facevano anche molti chilometri, con il loro carretto, per arrivare al greto del fiume ed iniziare a scavare, alla ricerca di acqua. Una scena che avevo già visto tempo prima in Congo, dove però si scavava per estrarre il coltan, minerale prezioso nella produzione del cellulari. Il parallelismo tra i minerali preziosi e la ricerca dell’acqua mi ha molto colpito.

Quanto è difficile riuscire a raccontare la storia di un popolo e le sue tragedie attraverso la fotografia?
Tramite le immagini bisogna sintetizzare ciò che invece si potrebbe dire a parole. Bisogna trovare l’elemento visivamente più efficace e farlo in una zona come questa, dove sostanzialmente “non avviene nulla di eclatante”, è complicato. Normalmente il mio stile si basa su foto un po’ “cupe”, qui invece ho dovuto cambiare, realizzando scatti luminosissimi, quasi bruciati, che già per questa loro caratteristica potessero trasmettere un senso di aridità.

Farai altri viaggi in giro per il mondo per documentare altre problematiche sociali o ambientali?
Vedremo. Mi piacerebbe poter raccontare le condizioni durissime in cui sono costretti a vivere i lavoratori della “Silicon Valley” cinese, oppure tornerò in Congo per approfondire la quotidianità dei minatori di coltan. Inoltre ho già avviato i contatti con una Associazione di attivisti che difende i laghi del Perù, sfruttati dalle multinazionali e trasformati in una sorta di miniere per l’estrazione dell’oro.