Famiglia di Mondovì che era sul ponte di Genova: «Oggi non torneremo là»

Parla la famiglia di Mondovì che un anno fa era sul ponte di Genova: hanno visto il ponte è crollare quasi sotto i loro piedi

famiglia di Mondovì ponte Genova

Sono in vacanza, e vogliono continuare a godersi il mare. Sia chiaro: quello che è successo un anno fa è, chiaramente, impossibile da dimenticare. Ma è giusto lasciarselo alle spalle.

La cronaca non può fare a meno di occuparsi anche di questo, di riportare gli occhi a ciò che è accaduto. Soprattutto per ricordare quelle 43 persone - 10 erano piemontesi - che non ci sono più. Ma la vita quotidiana e le emozioni sono fatte anche di voglia di staccare, di svoltare pagina. Così Alfio e Agnese, di Mondovì, che un anno fa videro il ponte crollare quasi sotto i loro piedi, oggi non torneranno a Genova.

Oggi, 14 agosto 2019, l'Italia torna con gli occhi e con i cuori a un anno fa. Erano le 11.36 ed era martedì. Un pre-ferragosto che sembrava simile a tutti gli altri, anche se a guastare un po' la vacanza c'era la pioggia. Invece, a metà giornata, il viadotto Polcevera - che per tutti era "il Ponte Morandi di Genova" - è crollato. A venire giù come un castello di carte fu la sezione del ponte che sovrastava la zona fluviale e industriale di Sampierdarena, lunga 250 metri. Una tragedia che si è portata dietro 43 vite umane. Un giorno indimenticabile per l'Italia, che si è accompagnata a migliaia di polemiche sulla manutenzione delle infrastrutture, sugli appalti dei lavori pubblici, sulle concessioni alla Società Autostrade e sulle ovviamente responsabilità di chi avrebbe potuto evitare un disastro simile. Il crollo inoltre ha sollevato dubbi sulla sicurezza di diversi ponti e viadotti causando la chiusura per verifiche e manutenzione di diversi assi viari. Il 25 settembre 2018 la commissione ispettiva del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha ultimato il suo lavoro e presentato la propria relazione sullo stato del ponte e sul crollo.

La famiglia di Mondovì sul ponte di Genova

In quell'esatto istante, la famiglia di Alfio e Agnese si trovava lì. Era in vacanza in Liguria, in una casa in provincia di Savona. Quel martedì, dal momento che il meteo era pessimo, avevano deciso di visitare l'Acquario di Genova con il loro bambino. Alle 11,36, quando le travi hanno ceduto, la loro auto (una Lancia "Musa") si trovava proprio dietro al "famoso" furgone verde della "Basko" - il veicolo che è divenuto un dei simboli della tragedia, perché si è fermato esattamente sul limite del crollo.

IL RACCONTO: «Eravamo in coda, poi abbiamo sentito l'asfalto tremare e i visto i tiranti che si sganciavano» - LEGGI QUI

La loro auto viaggiava in mezzo alla coda, il bambino stava dormendo sul seggiolino sul sedile posteriore. «Stavamo procedendo lentamente perché non avevamo fretta - raccontano –. Dovevamo uscire all'uscita di Genova Ovest e non abbiamo superato il furgone. A un tratto abbiamo visto il furgone davanti a noi rallentare e frenare di colpo, poi ha ingranato la retromarcia. Pioveva a dirotto, si vedeva poco. Non capivamo cosa stava accadendo». Il marito ha sentito l'asfalto tremare e ha urlato alla moglie: «Il ponte sta crollando, scappiamo!». Hanno afferrato il bambino e sono scappati cporrendo verso la galleria, sotto shock.

«Non vogliamo tornare a vedere i resti del "Morandi"»

Il racconto della famiglia di Mondovì sul ponte di Genova, "scampata per miracolo", fece il giro di Italia. Oggi, a un anno di distanza, torneranno sul posto per partecipare alle commemorazioni? «No, non ci andremo - dicono -. Ricordiamo benissimo cosa è accaduto, ma abbiamo deciso di non tornare là. Ne abbiamo parlato, e in questi giorni ci siamo anche scritti via messaggio con alcune delle persone che erano con noi quel giorno, e coi quali siamo rimasti in contatto dopo quanto era accaduto. ma abbiamo deciso di non andare».

Avete avuto occasione di tornare a Genova, nei pressi del ponte? Che effetto vi ha fatto?
«Sì, siamo tornati a Genova in primavera perché siamo stati convocati dalla Guardia di Finanza per testimoniare alcuni fatti. Rivedere i resti di quel ponte (fu demolito definitivamente a luglio, ndr) ci ha ovviamente colpiti molto. In questi mesi abbiamo parlato spesso della questione, anche con le persone che erano là con noi. Ma crediamo sia giusto lasciarci alle spalle quella vicenda».

DOMANI BANDIERE A MEZZ'ASTA
Bandiere del Piemonte, dell’Italia e dell’Ue a mezz’asta domani, 14 agosto, a Palazzo Lascaris sede del Consiglio regionale, e alla sede della Regione di piazza Castello, a un anno dalla tragedia del ponte Morandi in cui persero la vita 43 persone, di cui 10 piemontesi. Lo hanno deciso i presidenti del Consiglio e della Giunta regionale Stefano Allasia e Alberto Cirio.«Nella mente di tutti noi resteranno impresse per sempre le immagini sconvolgenti di Genova. Il Piemonte si stringe al dolore di color che un anno fa con il ponte Morandi hanno visto crollare anche le proprie vite, private sotto quelle macerie degli affetti più cari» dichiarano i due presidenti ricordando il momento in cui alle 11.36 di martedì 14 agosto 2018 la parte centrale del ponte crollò improvvisamente.

Uncem ricorda le vittime del Ponte Morandi
Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem, Unione Comuni, Comunità ed Enti montani: «Quella tragedia dovrebbe averci insegnato un nuovo modo di gestire il sistema delle infrastrutture italiane. Abbiamo sempre detto, negli ultimi anni, che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dovrebbe disporre di regole più efficaci per imporre a concessionari autostradali e all'Anas una migliore capacità di intervento. È emblematico quanto sta succedendo - o meglio, non sta accadendo - sulla Statale 34 verso la Svizzera, sulla Statale 21 del Colle della Maddalena con i lavori mai partiti, con l'allucinante situazione della Asti-Cuneo da vent'anni incompleta e ancora con tutti i ponti di statali e provinciali per i quali ci sarebbero bisogno di risorse per le manutenzioni che non arrivano. Abbiamo fatto un accordo con Aipnd, Associazione per le prove non distruttive, e Uncem è pronta a fare la sua parte. Ma servono risorse. Quanto sta succedendo sulla A5 Torino-Aosta è solo l'ultimo caso assurdo e incomprensibile. Non solo il ponte pericoloso tra Quincinetto e Settimo Vittone. Ai lavori per mettere in sicurezza il versante che frana sull'autostrada è evidente che dovrebbero provvedere i concessionari, Sav e Ativa, peraltro quest'ultima partecipata dalla Città Metropolitana di Torino. Invece, non mi pare che abbiano intenzione di spendere quei 5-6 milioni di euro necessari per proteggere il versante. E così a pagare rischia di essere ancora una volta la Regione piuttosto che lo Stato. Noi, i cittadini». Uncem non ha mai perso occasione di evidenziare il problema vero delle autostrade. Grandi guadagni con i pedaggi, nessun ristorno per i territori attraversati. Che peraltro assorbono, con le foreste nelle aree montane, tutto l'inquinamento. "È incredibile nessuno, nessun Ministro o rappresentante eletto, ragioni di questo - afferma Bussone - Incredibile come sia da almeno dieci anni che Uncem, in primis con il Presidente Lido Riba, pone il tema. E siamo inascoltati. Nemmeno un tavolo dove fare due conti e due analisi. Niente. Sulle concessioni, dalle autostrade alle cave alle spiagge all'idroelettrico, abbiamo un sistema arretrato e del tutto sfavorevole ai territori. Che subiscono e hanno niente in cambio. Per le autostrade è necessario pensare a modelli nuovi. Se la politica non rifletterà su questo e agirà, Uncem è pronta a scendere in piazza, a bloccare qualche svincolo autostradale".

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