The Fly Zone / Fedor, Isaac e i robot nello spazio

Inauguro con questo pezzo una nuova serie di articoli che proverò a sviluppare in futuro nella mia collaborazione a Culture Club 51. Come penso mostri bene il titolo, "The Fly Zone", vogliono essere pezzi connessi al tema del volo: in particolare, pezzi dedicati alle molteplici connessioni tra il volo nella realtà e il volo nell'immaginazione. L'uomo infatti può volare solo dal 1783, quando gli studi dei fratelli Montgolfier, all'apice dell'Illuminismo, consentirono il volo in pallone: ma l'uomo sogna di volare probabilmente da quando esiste come specie sulla faccia della terra.

Naturalmente, non è un tema che scelgo a caso: il volo, infatti, è strettamente legato a Mondovì, che è "la capitale delle mongolfiere" almeno a livello italiano. Un'identità che dipende dalle condizioni ottimali per il volo nel suo territorio, che ha portato a una fiorente scuola mongolfieristica dal finire degli anni '70, e che oggi potrebbe essere un elemento centrale nell'identità - non solo, ma anche, a livello turistico -della città.

Comincio quindi questa ricognizione con un evento che mi ha colpito, e che ci ricorda che, tra mille magagne, viviamo comunque in un'era eccitante per i progressi della scienza e della tecnica, vicini forse a quella "singolarità" in grado di proiettarci dritti nelle mie amate opere di fantascienza.

I russi infatti, che della corsa spaziale fanno un elemento identitario non da ieri, hanno realizzato un nuovo successo in questo ambito: il primo robot inviato nello spazio, Fedor. Fedor è in grado di capire, entro certi limiti, il linguaggio umano, e la sua capacità imitativa del corpo dell'uomo, come si può notare dal video, è altissima. Mi ha colpito l'adozione del nome, che rimanda con ogni probabilità a Fedor Dostoevskij. Il più grande autore della letteratura russa - e in ottima pole position per rivendicare il titolo a livello mondiale - è infatti di formazione ingegnere, avendo studiato alla scuola del Genio Militare di Pietroburgo nel 1838 prima di darsi alla letteratura. E, anche in quest'ambito, la ricchezza del suo studio psicologico può essere un modello letterario per lo studio della psicologia artificiale. In onore di questi meriti scientifici, del resto, vanta già un suo gigantesco cratere su Mercurio.

Non sono mancati catastrofismi assortiti sui rischi ormai prossimi di una "ribellione delle macchine", evocando Skynet e Terminator (a cui in effetti un pochino Fedor si avvicina nell'aspetto). A me invece è venuto di pensare al grande autore di origine russa che celebreremo in questo 2020, coi cent'anni della nascita: Isaac Asimov. Fuggito dalla tumultuosa russa rivoluzionaria da piccolissimo per sfuggire ai ripresi pogrom antisemiti, l'autore è una gloria più americana che sovietica (pur progressista, Asimov è indubbiamente un liberale antitotalitario che non prova particolare fascino per l'URSS).

Le opere del "buon dottore" si incentravano sulla necessità di superare la "Sindrome di Frankenstein" su cui si basava la letteratura fantascientifica, fondata dalla pur grande Mary Shelley con la sua opera omonima. I robot erano amici e alleati dell'uomo per Asimov, che ne preconizzava un uso nell'esplorazione spaziale: sia per la loro maggiore resistenza alle asperità dello spazio e dei pianeti ostili, sia per il rifiuto dell'umanità terrestre nei confronti del robot, per una eterna paura del diverso (in Asimov, i robot sono anche una sottile metafora, a tratti, del popolo ebraico, cui egli apparteneva). Lo spassoso Bender di Futurama (robot carognesco ma, in fondo in fondo, "asimoviano" malgré soi) è di certo un omaggio a questi robot-spaziali che oggi trovano la loro prima reale incarnazione (più o meno nei tempi previsti dal Dottore).

L'ostilità verso i robot - e, in generale, verso l'informatica avanzata - non si è sopita, come aveva previsto Asimov, e probabilmente è destinata ad aumentare con il progressivo miglioramento dell'intelligenza artificiale. Naturalmente, una certa prudenza è d'obbligo - specie verso l'uso bellico di tali tecnologie, che (come ogni applicazione avanzata) permettono di rendere sempre più distruttiva la guerra, con una accelerazione terribile dal primo conflitto mondiale in poi.

Ma non possiamo a meno di pensare al romanticismo (anzi, al neuromantic, per citare William Gibson) di un robot Fedor seduto al centro del Cratere Dostoevskij, su Mercurio, che in un istante di riposo dal suo lavoro spaziale riflette sul senso della sua esistenza, leggendo i Fratelli Karamazov.

Ipercoop sottocosto settembre 2019